RIPRESA?/ “Export, costruzioni, estate: così l’Italia può crescere più del previsto”

- int. Marco Fortis

Alcune indicazioni dell’Indagine sulle imprese industriali e dei servizi diffusa della Banca d’Italia confermano il buon momento dell’economia

Industria e alluminio
(Pixabay)

Se nel 2020 “il sistema produttivo italiano ha fortemente risentito degli effetti della pandemia di Covid-19”, “per l’anno in corso, le imprese anticipano una ripresa delle vendite, che però recupererebbero solo in parte la flessione registrata nel 2020, e un deciso aumento degli investimenti, sia nei servizi sia nell’industria, a fronte della sostanziale stazionarietà dell’occupazione“.

Questi i principali risultati dell’Indagine sulle imprese industriali e dei servizi diffusa ieri dalla Banca d’Italia. Come evidenzia Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison e docente di Economia industriale all’Università Cattolica di Milano, «il fatto che le imprese, pur sapendo che non riusciranno a recuperare tutto quello che hanno perduto, stante anche una prima parte dell’anno contraddistinta da consumi ancora fiacchi a causa delle restrizioni, pensino di aumentare fortemente gli investimenti, riportandoli quasi al livello del 2019, è molto significativo. Ci dice infatti che la crisi non ha consumato tutte le risorse delle imprese e che esse intravvedono un periodo espansivo, altrimenti non avrebbe senso investire».

È fondata questa fiducia nella ripresa economica?

I recenti dati sull’export confermano un trend positivo, reso più evidente prendendo come base di riferimento il 2015: l’Italia registra una crescita superiore persino a quella della Germania. Questo vuol dire che possiamo intercettare in modo proficuo la ripresa della domanda internazionale. Inoltre, le costruzioni stanno vivendo un momento magico nell’edilizia residenziale e le cose andranno ancora meglio quando partiranno i cantieri delle opere pubbliche di cui si è parlato molto negli ultimi mesi. Immagino, infine, che durante l’estate ci possa essere una ripresa a pieno regime dei servizi, con parte del risparmio cumulato nell’ultimo anno che alimenterà i consumi. Combinando insieme questi fattori, è abbastanza verosimile che le previsioni sul Pil che vengono continuamente ritoccate al rialzo trovino riscontro nella realtà dei fatti.

Che cosa può andare storto e causare lo stop di questa ripartenza?

Gli occhi sono tutti puntati sull’evoluzione della pandemia, con le preoccupazioni per la delta e le altre varianti. Credo che grazie alla campagna vaccinale le cose dovrebbero andare meglio dell’anno scorso, soprattutto in prospettiva per l’autunno. C’è anche chi teme che l’inflazione possa fermare la ripresa e portare a un cambiamento di rotta delle politiche delle banche centrali. Io non credo che ci sia questo rischio, non siamo di fronte a un fenomeno come quello degli anni ’70. Si sono verificate strozzature temporanee dell’offerta, anche perché Paesi importanti per alcune materie prime, come per esempio il Perù, hanno avuto le miniere ferme a causa del Covid. A mio avviso non siamo quindi in una situazione che può determinare l’arresto della ripresa.

Secondo Bankitalia, c’è però “un aumento significativo della quota di aziende” che rivedrà i propri prezzi al rialzo quest’anno. Questo potrebbe impattare negativamente sui consumi?

È un fenomeno già in atto. Interfacciandomi con diverse imprese posso dirle che se in passato traslare sui listini gli aumenti dei prezzi delle materie prime è stato sempre problematico, questa volta non lo è, forse perché c’è una piena consapevolezza, a livello globale, dell’esistenza di questa strozzatura dal lato dell’offerta delle materie prime. Ci sono anche imprese acquirenti che accettano gli aumenti perché temono ulteriori rialzi successivi e fanno in qualche modo scorta. Non credo però che questo fenomeno, che andrà in ogni caso monitorato, possa determinare una significativa fiammata di inflazione sui beni di consumo.

Cosa si può fare per dare ulteriore spinta alla ripresa?

Sicuramente non bisogna perdere di vista l’implementazione del Pnrr. Credo occorra anche una mini-rivoluzione sul fronte della formazione tecnico-professionale, prendendo spunto dal modello tedesco e cercando di far capire ai giovani che oggi le fabbriche non sono più delle ferriere. Infine, Industria 4.0 andrebbe resa strutturale: la sesta Ricerca sulla situazione del parco macchine dell’industria italiana presentata da Ucimu in settimana ne mostra il grande successo ed è necessario portare a conoscenza anche delle imprese più piccole le possibilità offerte da questo rivoluzionamento tecnologico-impiantisico della nostra industria.

È così importante?

Sì. I dati sembrano confermare il fatto che quando la manifattura si mette in moto genera una domanda che ricade in gran parte sulla stessa industria italiana di tecnologie e macchinari, che è quella che ci permette di diventare competitivi. Dobbiamo quindi dare la possibilità alle imprese di credere negli investimenti e ai giovani di credere nelle nuove professioni che sono collegate a questo nuovo modo di fare industria. Penso che il Pnrr in corso d’opera potrà in qualche modo legare queste cose.

(Lorenzo Torrisi)

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