MILANO JAZZIN’ FESTIVAL/ Kruder & Dorfmeister, lo straordinario show degli inventori del “downtempo”

- Simone Nicastro

All’Arena di Milano il duo austriaco Kruder & Dorfmeister. L’importanza della musica anni Novanta si inizia a intuire con un po’ di ritardo? La recensione del concerto a cura di SIMONE NICASTRO

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Gli anni Novanta sono stati un decennio la cui importanza nella storia della musica si comincia a intuire solo ora; anni in cui sono stati rivitalizzati generi musicali dati per morti e sepolti (come l’hard rock attraverso il grunge) e soprattutto è stata sdoganata presso il popolo alternative la musica elettronica fino allora considerata un ascolto non appropriato.

Il trip hop dei Massive Attack e Portishead, l’electro dei Chemical Brothers, le contaminazioni rock-dance di gruppi già presenti negli anni Ottanta quali New Order e Primal Scream.
Alcuni album sono diventati dei successi internazionali e poi dei propri e veri fenomeni di genere: tra questi uno dei più sotterranei ma d’ispirazione per centinai di artisti è senza ombra di dubbio la colletion “K&D Sessions”  del duo austriaco Kruder & Dorfmeister (senza dimenticare l’altrettanto fondamentale “DJ Kicks”).

Per alcuni in effetti questi due dj/produttori sono i veri e propri inventori di quello che una volta veniva chiamato “downtempo” e che purtroppo ora viene sempre più banalizzato come musica di sottofondo per locali da happy hour.

Il 15 luglio all’Arena di Milano durante l’evento Milano Jazzin’ Festival ho avuto il grande piacere di vedere lo spettacolo che il duo sta portando in giro per tutto il mondo al fine di festeggiare i 16 anni di carriera.

 

Accompagnati da due vocalist maschili, MC Earl Zinger e Ras T-Weed, e soprattutto da una scenografia bellissima fatta di luci, colori e immagini in continua variazione brano per brano, Peter Kruder e Richard Dorfmeister hanno regalato a un pubblico abbastanza numeroso un’ora e mezza di elettronica raffinata, bassa battuta e divertimento assoluto.

High Noon, il remix di Useless dei Depeche Mode, G-Stone Anthem, brani più ipnotici o pezzi drum&bass più frenetici,  tutti i presenti si sono fatti conquistare da questi signori di stile che usano i suoni e il ritmo per creare atmosfere cinematografiche ma sempre ballabili.

Fino ad arrivare al divertissement del bis finale con i remix  di Seven Nation Army dei White Stripes (anche se dopo quest’ultimo Mondiale di calcio la voglia di cantare questo pezzo agli italiani è diminuita drasticamente) e Let It Be con il testo cambiato in onore di una autocelebrazione ironica del duo.

Concerto veramente riuscito. Un sicuro applauso va poi all’organizzazione di questo Festival che in questi anni sta riuscendo a portare in uno dei luoghi più suggestivi della metropoli milanese autori trasversali, ma quasi sempre di grande caratura e bravura.

(Simone Nicastro)

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