150 ANNI/ Giuliano Amato: la crisi educativa mette a rischio il paese

- int. Giuliano Amato

“Gli italiani sono segnati dalle diversità. L’importante è che la politica non le utilizzi per alimentare se stessa”. Parla GIULIANO AMATO, presidente del Comitato dei garanti del 150esimo

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Foto Imagoeconomica

Il cardinal Bertone sale al Quirinale per consegnare a Giorgio Napolitano il messaggio di Benedetto XVI per il 150esimo dell’unificazione. «Ci fermeremo al bar a prendere cappuccio e brioche» dicono i consiglieri della Lega in Lombardia, ed escono dall’aula del Pirellone dove sta per essere eseguito l’inno nazionale. Sono ancora tante le contraddizioni italiane, frutto delle troppe «guerre civili» – politiche o ideologiche – della nostra storia. Tanti i nostri difetti, ma anche le nostre qualità. Tra i primi c’è sicuramente il complesso di Calimero – dice al sussidiario Giuliano Amato, presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni dell’anniversario. «Gli italiani sono segnati dalle diversità. L’importante è che la politica non le utilizzi per alimentare se stessa». Il problema di oggi? «Siamo caduti in un individualismo povero di etica che finisce per condannarci al presente».

Presidente, celebrazioni a parte sembrano esserci due Italie: quella, politica, della delegittimazione reciproca e l’Italia del lavoro, della sopravvivenza economica e della solidarietà. Quale le sembra prevalere?

Non è per retorica, ma io sono convinto che sarà quella del lavoro, come lei la definisce. È quella degli italiani che sanno perfettamente di appartenere ad un’unica comunità nazionale, e che non si aspettano di trarre nessun vantaggio dal fatto che una parte di italiani delegittimi l’altra. Hanno anche percepito che abbiamo una storia di profonde divisioni, ma queste hanno più spesso riguardato le élites invece degli italiani. Italiani segnati dalle diversità, questo è chiaro. Ma se le élites le utilizzano come fonte di contrapposizione, allora passano il segno del sentire comune. Al nord oggi ci sono sindaci leghisti che parlano con accento calabrese. È abbastanza singolare, ma spiega molto dell’Italia.

Esiste un “primato morale e civile degli italiani”?

Pensi che proprio oggi, all’inaugurazione di una mostra al Vittoriano, ho visto il manoscritto di questo libro famoso (di Vincenzo Gioberti, ndr). Vede, primato è una parola troppo grossa per noi, perché se uno ha il primato, altri hanno il secondo, il terzo e il quarto posto, e a noi non converrebbe. Direi che esiste piuttosto una qualità morale e civile degli italiani, di cui casomai gli italiani sono troppo spesso dimentichi e che in ragione di una storia di servitù nei confronti di altri, tendiamo a nascondere.

Parole dure.

Aspetti… Che tendiamo a nascondere sotto quello che, per alleggerire il tono delle parole, potrei definire il complesso di Calimero. Ci sentiamo alla fin fine peggio degli altri, visto che li abbiamo serviti così a lungo nella nostra storia. Siamo, ecco, vittime di una visione distorta e distorsiva dell’Italia e degli italiani. D’Azeglio, impressionato da questa modestia italiana, ebbe a scrivere: dovremmo imparare a essere orgogliosi almeno delle cose vere.

 

La Chiesa italiana, dicono molti opinionisti da un po’ di tempo a questa parte, è cambiata. Esorta al senso delle istituzioni, promuove l’unità del paese.

 

È vero. Saluto con gioia questo atteggiamento della Chiesa, che la storia ha sovraccaricato, suo malgrado, del fardello di avere uno stato. È una convinzione che ho sempre avuto. Può darsi che non potesse essere altrimenti a suo tempo, e che quindi il potere temporale fosse un instrumentum dello stesso regno spirituale… la storia va capita e ciascun tempo ha la sua cultura. Certo è che ormai il potere temporale era diventato più un ostacolo che un veicolo del messaggio spirituale della Chiesa.

 

«Con effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani», ha scritto Benedetto XVI nel suo messaggio a Napolitano.

 

Quel potere non era facile da essere accettato da coloro che si trovarono nella fase storica del conflitto tra l’Italia nascente e lo Stato pontificio. Ma quando Paolo VI disse che era stata la Provvidenza a liberare la Chiesa dal potere temporale, disse una cosa che tanti attendevano. E una volta che questa verità, che io considero una verità terrena, si è fatta strada, quale ragione potrebbe avere la Chiesa di non benedire l’anniversario della nascita dello Stato unitario in un paese che, quando nacque, era unito più dalla comune appartenenza alla religione cattolica che non da altri fattori?

 

Ha detto «era unito». Non è più così?

L’ho detto senza malizia, mi creda. Volevo dire che è stato davvero paradossale un conflitto tra la Chiesa e quello Stato i cui cittadini erano soprattutto uniti dal loro legame con la Chiesa. Che fossero legati più allora o adesso, la trovo una buona domanda, e le dirò che una risposta non ce l’ho. Di sicuro a quel tempo era più intensa e frequente la pratica religiosa, e il tasso di obbedienza ai precetti era di sicuro più elevato. Se ci fosse più religiosità di quella che c’è oggi, nonostante i tanti guasti che sono intervenuti nell’etica corrente della nostra società, questo non lo so.

 

L’idea di nazione sviluppata nel risorgimento e poi deformata dal fascismo – è una tesi, tra gli altri, di Alberto Banti – si è esaurita insieme alla sua retorica. Ma allora come si può alimentare il senso dell’identità nazionale nelle nuove generazioni?

 

Non sono d’accordo con Banti. Mi sembra prigioniero della retorica di cui giustamente fa la critica, finendo per fare effettivamente coincidere il concetto di nazione con quell’armamentario retorico che venne utilizzato nel momento della nazione nascente, e che faceva effettivamente leva sul sangue versato, sull’etnia. Lo stesso Banti deve poi giustamente dire che il concetto di nazione in quanto legato all’appartenenza ad una stessa etnia è un concetto regressivo, che genera ostilità verso gli altri, dandone un’identità conflittuale col resto del mondo. Ma non è così; non è necessario che sia così.

 

Lei cosa pensa invece?

 

In realtà, nonostante quella retorica, il concetto storico della nazione italiana è un concetto culturale, non etnico. Sono venuti man mano appartenendo alla nazione italiana individui e gruppi provenienti dalle più diverse parti del mondo. Quante sono le parole arabe nel nostro vocabolario? San Miniato era un santo armeno. Tutto questo è diventato «nazione italiana». Allora il problema di far condividere la nazione ai giovani è un altro: essa è forte nelle coscienze non quando è un passato etnico a cui si viene richiamati, ma quando questo passato è usato «strumentalmente» per costruire un futuro comune.

 

Ne siamo capaci?

Nel Risorgimento fu tanto forte questa tensione verso il futuro comune che non a caso ne furono protagonisti proprio i giovani. Giovani erano Mazzini, Garibaldi, Mameli, Pisacane e tanti altri. Il miracolo della ricostruzione postbellica lo hanno fatto i giovani. Piaggio aveva vent’anni quando inventò la Vespa. Oggi i giovani non si vedono: sembrano essere rimasti in una specie di inerte deposito. Il problema non è l’insufficiente retorica etnica, ma la carenza vera di futuro.

 

In una recente intervista il card. Bagnasco, parlando di emergenza educativa, ha detto che «è venuta meno la convinzione che l’essere umano si costruisce in rapporto alla realtà e non chiuso nella sua individualità». Che ne pensa?

 

È in larga parte il nostro problema, perché da una grande stagione di libertà, che non poteva non dare più peso alla coscienza e alla responsabilità individuale rispetto ai decenni precedenti, siamo caduti in un individualismo povero di etica che finisce per condannarci al presente. Perché potrà sembrare banale dirlo, ma il futuro lo si costruisce solo sacrificando qualcosa del proprio presente. Ma lo stimolo che porta a far questo è solo quello dell’etica, del riconoscimento degli altri, del rispetto per le generazioni future, di un presente che non deve rubare il futuro al futuro. Tutte cose di cui sentiamo la grave mancanza.

 

A proposito di unità: saremo capaci di essere un paese federale?

 

Sarebbe bene che lo fossimo. Per essere un paese federale ci vuole il senso di un’unità preesistente all’ordinamento e la convinzione che il modulo federale serve a governare meglio l’unità, non a romperla. Se gli italiani vedono il federalismo in questo modo, allora può essere migliore dell’assetto attuale.

 

Tutti i nostri dopoguerra sono stati drammatici. Anche il dopo guerra fredda di Tangentopoli ci ha lasciato, a suo modo, una guerra civile molto aspra…

 

Totò le direbbe: andiamoci piano con le parole. Non paragoniamo lo scontro politico attuale alla vera guerra civile che ci fu 150 anni fa con la lotta al banditismo, o a quella che segnò il secondo dopoguerra. Il conflitto di oggi almeno non lascia morti sul terreno. C’è, fortunatamente, un’Italia fatta di italiani che non conosce le ragioni per una divisione così profonda. L’importante è che la politica non la utilizzi per alimentare se stessa.



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