DIETRO LE QUINTE/ La strana visita di Ali Agca a Roma

- Augusto Lodolini

La presenza di Ali Agca, l’attentatore a Giovanni Paolo II, a Roma e in Vaticano riapre una serie di questioni irrisolte in tutti questi trent’anni dall’attentato. AUGUSTO LODOLINI

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Giovanni Paolo II con Ali Agca, dopo l'attentato del 1981 (Infophoto)

Nonostante l’opposizione della famiglia di Emanuela Orlandi, il giudice ha deciso l’immediato rimpatrio di Ali Agca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II, per essere entrato in Italia con documenti non in regola. Come noto, Agca era andato in Vaticano il 27 dicembre scorso per portare dei fiori sulla tomba del Papa che, in quello stesso giorno del 1983, lo aveva incontrato in carcere dopo averlo perdonato per l’attentato subito.

Agca ha approfittato anche di questa occasione per riaprire una serie di questioni, che proprio le sue reticenze e le sue continue “revisioni” hanno contribuito a mantenere aperte e che paiono la trama di un romanzo d’appendice. Riepilogando: nel giorno in cui la Chiesa cattolica ricorda l’apparizione della Madonna a Fatima, un turco musulmano, membro di un’organizzazione terroristica di estrema destra, ricercato nel suo Paese per l’assassinio di un giornalista, spara due volte al Papa, che si salva per miracolo, nel senso letterale del termine.

Inoltre, tutto questo viene messo in relazione con il caso, ancora non risolto, della scomparsa nel 1983 di Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente della Città del Vaticano; questa scomparsa, a sua volta, viene collegata a quella di un’altra quindicenne, Mirella Gregori, avvenuta qualche settimana prima. La complessa vicenda coinvolgerebbe personaggi del Vaticano, la banda della Magliana, l’immancabile Cia e le due ragazze sarebbero scomparse per ricattare il Vaticano e ottenere la liberazione di Agca.

Da qui la richiesta della famiglia Orlandi di sentire Agca prima di rimpatriarlo, dato che costui sostiene che Emanuela sarebbe stata liberata nel 2000, quando il Presidente Ciampi gli ha concesso la grazia rispedendolo in Turchia, dove ha scontato dieci anni per l’assassinio del giornalista turco, e che sarebbe ora prigioniera in un convento.

Difficile dar torto a chi ritiene Ali Agca uno psicopatico mitomane, anche per sue certe affermazioni, come quella di essere il Messia e di dover riscrivere la Bibbia, o che l’attentato al Papa è stato un “miracolo della Madonna di Fatima”, come ha dichiarato l’altro giorno a Repubblica e ad ADN Kronos.

La questione è però così piena di coincidenze, non dimostrabili ma possibili, di false piste e verosimili depistaggi, che rendono facile costruire su questa dolorosa storia un castello di ipotesi. E non solo sulla vicenda tragica delle due ragazze, ma anche su moventi e mandanti dell’attentato a San Giovanni Paolo.

Una prima versione ha coinvolto i servizi segreti bulgari e il sovietico Kgb, pista credibile visto il ruolo di Papa Wojtyla nell’opposizione al comunismo e il suo sostegno a Solidarnosc. Tuttavia, la nostra magistratura non arrivò a nulla di concreto in questa direzione, nonostante il processo ad alcuni bulgari e turchi presunti implicati nell’attentato.

Successivamente, Agca ha accusato l’ayatollah Khomeini di essere il mandante, ipotizzando poi un accordo segreto tra Vaticano e Iran per il caso Orlandi: qui anche il termine depistaggio sembrerebbe insufficiente a descrivere simili dichiarazioni.

La domanda principale rimane perciò: se Agca non è uno psicopatico che ha agito da solo, chi fu il mandante dell’attentato al Papa? E a chi serve questa strana visita a Roma di Agca, con l’insistente richiesta di essere ricevuto da Papa Francesco, richiesta opportunamente respinta?

A suo tempo fu messa in risalto l’appartenenza di Agca ai “Lupi grigi”, gruppo terroristico di estrema destra responsabile in Turchia di molti attentati e assassini contro esponenti di sinistra. Il gruppo era il braccio armato di un partito politico, il Partito di Azione Nazionale, il cui programma politico era fortemente improntato al panturchismo e che quindi avversava il dominio sovietico sulle repubbliche asiatiche turcofone, come Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan e altre.

Il partito fu sciolto, insieme a tutti gli altri partiti turchi, con il colpo di Stato militare del 1980, ma al ripristino della democrazia parlamentare il Partito nazionalista, con posizioni più moderate, ha raggiunto buoni risultati elettorali e nelle elezioni del 2011, pur con perdite a favore del partito di Erdogan, ha ottenuto il 13% dei voti. Nelle elezioni presidenziali di quest’anno, il Partito di Azione ha sostenuto il candidato di centro sinistra contro Erdogan.

Difficile pensare che un partito simile abbia mandato un suo sicario ad uccidere un papa che rappresentava la massima opposizione morale al comunismo sovietico. A meno di credere a un’involuta strategia per addossare la colpa al Kgb, come poi fece in effetti Agca. Né sembra più credibile che sia stata la Cia, che avrebbe così fatto un favore proprio all’Urss.

Non è semplice neppure rispondere alla seconda domanda, perché vi sono molti punti oscuri su come Agca sia arrivato in Italia e fino al Vaticano. A Marco Ansaldo, il giornalista di Repubblica che lo ha intervistato, Ali ha detto di avere viaggiato per tre giorni, aiutato da amici turchi e stranieri, ma non italiani. Il che non esclude comunque un’iniziativa del tutto personale, anche perché si ripropone la domanda di chi può avere interesse in una simile sceneggiata. Vista la recente visita di Papa Francesco in Turchia, un messaggio per qualcuno, e in tal caso per chi?

Personalmente propendo per la tesi di un Agca fuori di testa (in fondo, tra Italia e Turchia si è fatto trent’anni di carcere), il che non significa che non possa essere, e non sia, strumentalizzato da qualcuno, ora come trentatre anni fa.

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