MAFIA CAPITALE/ Come si arriva dal “governo” del bene pubblico al traffico di uomini?

- Paola Binetti

Mafia a Roma la stampa sta mostrando quanto intricate siano le responsabilità di tutti i partitivche si sono alternati alla guida della capitale. Il commento di PAOLA BINETTI

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foto:Infophoto

Che nelle grandi città non tutto funzionasse a dovere era ed è cosa nota, ma che Roma si candidasse ad essere capitale del Paese più corrotto d’Europa e quindi ad ogni buon titolo la città più corrotta tra tutte le grandi capitali europee sembrava e sembra ancora oggi davvero impensabile.

Eppure questo è il quadro che tutta la stampa, senza nessuna eccezione, si affanna a mettere in evidenza, scoperchiando un vaso di malaffare in confronto al quale quello di Pandora appare davvero obsoleto e totalmente superato dalle nuove tecniche di corruzione, tanto drammaticamente infiltranti appaiono le nuove strategie in questa area di mezzo su cui si incontrano tutti i vizi capitali della città: quelli personali e quelli istituzionali, quelli privati e quelli pubblici.

E’ vero Roma appariva da tempo più decadente che mai: strade sporche, buche mai riparate, servizi pubblici scadenti, soprattutto in periferia dove gli autobus sembrano non passare mai e il buio delle strade incute un disagio difficile da dissimulare. Ma il fatto che il sindaco viaggiasse in bicicletta, anche se con la scorta, lasciava ben sperare che per lo meno le buche prima o poi sarebbero state riparate. C’erano stati i ripetuti allagamenti che avevano colpito una città che non riusciva a reagire tempestivamente ai nubifragi e alle grandinate dell’autunno, ma nonostante tutto Roma si candidava capitale: capitale dell’accoglienza degli immigrati, sempre pronta ad essere inclusiva, a mettere in gioco il suo grande cuore e contro la grettezza di chi si ostinava a chiudere le porte, a chi sembrava avere più bisogno di un gesto di solidarietà. 

Il sindaco di Roma appariva sempre pronto a sfidare norme e pregiudizi avendo risposte pronte per ogni evenienza. Il problema degli immigrati a Roma “non esisteva” e se esisteva, ovviamente le responsabilità erano da attribuire ad altri: a quei poteri che lui, il sindaco, cercava comunque di sfidare. 

Certo ci sono stati dei segnali d’allarme, a Tor Sapienza sono emersi con una violenza inusitata quei vistosi segni di instabilità sociale che sono sembrati coinvolgere il complesso mondo dei Rom e quello ancor più complesso degli immigrati. Ordini e contrordini. Annunci e contro annunci, difficile capire a che punto fossero realmente le possibili trattative sulla chiusura dei campi Rom e dove fossero davvero alloggiati gli immigrati e come fossero trattati.

In questi giorni la stampa mette bene in evidenza quanto intricate siano le responsabilità di tutti i partiti, soprattutto quelle dei grandi partiti che si sono alternati alla guida della capitale. I giornali non lasciano dubbi sul fatto che la corruzione a Roma attualmente sia come un cancro particolarmente aggressivo, forse già presente prima nell’organismo, ma che attualmente si sta sviluppando in modo sempre più veloce e distruttivo.

Ne danno atto le parole di uno degli inquisiti: “hai idea di quanto si guadagna sugli immigrati? Il traffico di droga rende di meno. Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato. Ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sugli zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero”. 

Sembra proprio che il male abbia piantato le sue radici nell’interfaccia tra politica e servizi sociali, per sfruttare le miserie umane e lucrare sulle persone più fragili, togliendo senza scrupoli a chi non ha nulla anche quello a cui potrebbe aver diritto, con l’arroganza di chi si sente legittimato a rubare ai più poveri. Il degrado umano più grave non è quello dell’immigrato che ha lasciato tutto e spesso è stato già derubato dagli scafisti mentre rincorreva la speranza di una vita migliore. Il vero degrado è quello di quanti vendono se stessi, la propria dignità, senza scrupoli, rincorrendo una ricchezza che non è altro che il frutto amaro di quell’avidità che rende gli uomini schiavi dei propri vizi. Ma sui vizi non si può costruire né una buona politica né tanto meno una cooperativa sociale.



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