RUSSIAGATE/ Il monito dell’Economist ai “ribaltonisti” italiani (e cinesi)

- Augusto Lodolini

Da Londra Salvini viene visto un po’ diversamente che da Pechino, e altrettanto vale per l’Unione Europea. L’Economist avverte i fautori di un prossimo ribaltone

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Matteo Salvini (LaPresse)

Caro direttore,
mi ha molto colpito che Lao Xi, dalla lontana Cina, abbia scritto ben due articoli in due giorni sull’Italia, segno che il nostro Paese rimane al centro dell’attenzione, anche se più nel male che nel bene. Ciò che mi ha però ancor più colpito è che gli articoli siano centrati non tanto sulla situazione generale italiana, o sul governo, quanto in particolare su Salvini.

Soprattutto interessante appare il primo dei due articoli, poiché il secondo è in sostanza un rafforzamento della tesi di fondo per cui Salvini dovrebbe ribadire la fedeltà all’America e all’Europa e rifiutare ogni ipotesi di alleanza con la Russia. E, sia pure più sullo sfondo, anche con la Cina. Il Russiagate nostrano è infatti al centro della tesi di Lao Xi e, a differenza dell’analisi condotta sul Sussidiario da Renato Farina, sembrerebbe darne per scontato il fondamento e quindi l’esito.

La questione delle intercettazioni, tutt’altro che una novità per l’Italia, rappresenta certamente un grave problema per la Lega e per il governo, data la situazione non brillante dei 5 Stelle e la mancanza di solide alternative. Anche il ritorno in tempi brevi alle urne sembra una possibilità difficilmente ipotizzabile e con molti aspetti negativi per il Paese, anche se non forse per la Lega. Forse per mia incapacità, non riesco a vedere semplice la richiesta di nuove elezioni da parte del Pd per sfruttare l’indignazione causata dal Russiagate. E non solo per le difficoltà interne al partito segnalate da Lao Xi.

Infatti, il problema per Zingaretti e compagni è la possibilità, non di certo remota, che gli italiani si ricordino del flusso di soldi arrivati al Pci, di cui loro si dicono eredi, soldi arrivati, ripeto, non presunti. E non da un regime autoritario come quello di Putin, ma da un sanguinario regime totalitario come quello sovietico. Certi ricordi sarebbe meglio non rievocarli ed è forse per questo che da Pechino si suggerisce il ricorso “alle varie istanze giudiziarie”, a suo tempo tutto sommato “comprensive” verso Botteghe Oscure.

Questo “incidente” parrebbe piuttosto andare in favore di un “governo del Presidente”, cosa che credo in fondo non dispiaccia né a Mattarella, né a Bruxelles, secondo vari commentatori diventata sponsor del Presidente in funzione anti-Salvini. Quindi, un “governo di garanzia” nominato dal Quirinale, come lo definisce Ugo Finetti nel suo articolo, che potrebbe trovare la maggioranza in un Parlamento di “non suicidi”, dal Pd al M5s, restii ad affrontare il rischio di nuove elezioni. Il problema principale sarà trovare, per usare un’espressione nota a Pechino, il “Grande Timoniere” di questo governo. Ma forse mi sbaglio, perché a risolverlo ci penserebbero da Bruxelles, ben lieti di poter finalmente insegnare agli italiani come si governa uno Stato.

Vi sono altri due punti che mi sembrano interessanti. Il primo è che dalla Cina si inviti un politico straniero ad arrendersi incondizionatamente a Bruxelles e, soprattutto, a Washington, di questi tempi non proprio un amico di Pechino. L’altro è la chiusura del primo articolo, che riporta la definizione dell’Economist di Salvini come “l’uomo più pericoloso d’Europa”.

In effetti, questa definizione era l’occhiello di un articolo il cui titolo recitava: ”Come disinnescare la minaccia che Matteo Salvini pone all’euro”. L’Economist è pubblicato nel Regno Unito, che non è nell’euro e sta uscendo anche dall’Unione Europea, e il suo atteggiamento è neutrale, non di certo contro Salvini e in favore dell’euro.

Per incominciare, l’Economist segnala come, dall’introduzione dell’euro, l’Italia è rimasta dietro il resto dell’Europa: il cittadino medio di Germania, Francia e Spagna è più ricco di un quinto, in termini reali, rispetto al 1999, nell’Europa orientale la differenza è più del doppio, mentre gli italiani non sono diventati più ricchi. L’articolo elenca una serie di responsabilità italiane, che “risalgono a decenni”, a partire dalla magistratura, passando per il labirinto della burocrazia, per finire al costo del lavoro troppo alto al Sud, conseguenza della valenza nazionale dei contratti. Problemi quindi dell’Italia, non posti da Salvini, che ha approfittato dell’esteso senso di insoddisfazione per diventare “il più potente uomo in Italia”.

Il pericolo per l’Ue, sempre secondo l’Economist, deriva dalle dimensioni dell’Italia e del suo debito, cioè il nostro Paese è troppo grande sia per essere salvato, sia per fallire. Per questo viene suggerito a Bruxelles un atteggiamento più flessibile e meno burocratico, certo, a fronte di precisi impegni di riforma da parte dell’Italia. E conclude l’articolo: “Gli eurocrati dovrebbero ricordare che, se l’Italia continua a rimanere indietro, il risentimento che ha alimentato l’allarmante crescita di (Mr) Salvini potrà solo aumentare”.

Qualcosa che suona diverso dal “coprirsi il capo di cenere e fare il giro degli alleati a giurare che non succederà mai più” suggerito da Lao Xi. Anche perché non sarebbe un andare a Canossa di Salvini, bensì dell’intera Italia, anche degli europeisti senza se e senza ma.

 

 

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