SANITÀ/ I molti dubbi che il “nuovo” Piano pandemico non risolve

- Mariano Bizzarri

Nei giorni scorsi si è parlato del nuovo Piano Pandemico, presentato in bozza. Presenta molti punti critici ed andrebbe riscritto

milano persone folla 1 ansa1280 640x300 Milano, ritorno alla normalità nel maggio 2022 (Ansa)

Si è fatto un gran parlare in questi giorni del nuovo Piano Pandemico, presentato in bozza. Si tratta di un documento corposo – più di 220 pagine – spesso ridondante, che nella sua redazione, a quanto si dice, è da ascrivere a quella pattuglia di “tecnici” che spesso si sostituiscono a politici forse distratti. Vediamo il testo nel dettaglio.

Il documento non presenta sostanziali elementi di discontinuità rispetto a quello originariamente redatto nel lontano 2006 e, stranamente, riesce a non tenere in conto alcuno le criticità emerse nel corso della recente pandemia Covid-19. Del resto, il documento stesso si premura di avvertire che “si è ritenuto di garantire una continuità con il Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (PanFlu) 2021-2023, mantenendone l’architettura per il coordinamento, la valutazione del rischio e per la realizzazione di scenari epidemiologici e di impatto sui servizi sanitari”.

1) Il testo individua nei vaccini la misura “più efficace” e conferma il ricorso alle restrizioni delle libertà personali (lockdown) in caso di necessità. Tra le priorità indicate, si sottolinea il ricorso a “test diagnostici, distanziamento fisico, mascherine, isolamento e limitazione degli assembramenti, ma anche potenziamento dei laboratori virologici e tracciamento costante dei contatti. Prevista inoltre la possibilità di sottoscrivere contratti di prelazione per l’acquisto di farmaci e vaccini”.

La vaghezza delle indicazioni lascia aperte le più diverse interpretazioni senza che si entri nel merito della sostanza – pertinente lo stato attuale della sanità pubblica – e che invece richiede un intervento assolutamente tempestivo perché, questa sì, costituisce una effettiva emergenza.

Il fatto è che “per ridurre l’impatto della pandemia sui servizi sanitari e sociali” occorre innanzitutto ricostruire la rete della medicina territoriale, rivalorizzando la professionalità del medico di base (oggi umiliata e oppressa da incombenze e limitazioni burocratiche d’ogni tipo), permettendo che il sanitario possa – semplicemente – esprimere la propria professionalità. Spiacevole sottolinearlo, ma il Piano neanche accenna ai medici di base. Va ricordato come uno studio coordinato dal direttore dell’Istituto Mario Negri ha dimostrato che il trattamento precoce del Covid-19, in accordo con l’insegnamento tradizionale della medicina – anti-infiammatori, anti-piretici, aspirina – riusciva a ridurre del 90% il tasso di ospedalizzazioni e la mortalità, a prescindere dal vaccino. Come sappiamo ai medici è stato impedito di agire in base alla loro esperienza e qualunque tentativo di esplorare nuove opportunità terapeutiche è stato fortemente “dissuaso”. Seppure tardivamente, quello studio ha recuperato il buon senso della medicina per la quale, nel valutare l’utilità di un trattamento, non ci si può esimere dal porsi tre domande fondamentali: È sicuro? Funziona? E ne abbiamo realmente bisogno?

Ricostituire la medicina del territorio è il presupposto fondamentale per ridurre la pressione sui Pronto soccorso e sugli ospedali, oggi ingolfati da pazienti impauriti, confusi, che – soprattutto a causa delle campagne di disinformazione alimentate da mass-media e governi – ingolfano i nosocomi cercando una improbabile “salvezza” dal pericolo pandemico. Riattivare la rete dei medici del territorio impone, a latere, di riconsiderare la qualità dell’insegnamento attuale della medicina, inadeguato e totalmente avulso da qualsiasi criterio di merito. Nelle facoltà di medicina bisogna tornare a studiare e a chiarire con nettezza le implicazioni bioetiche e le competenze specialistiche di una scelta professionale che va restituita alla sua originaria vocazione. Ovviamente, tutto questo comporta scelte consequenziali che sono ormai ineludibili: riqualificazione del profilo salariale degli operatori sanitari, investimenti per il pronto soccorso e la medicina d’urgenza, promozione delle figure specialistiche oggi mancanti.

2) Il piano sottolinea come “le pandemie da patogeni a trasmissione respiratoria richiedono un approccio programmatorio allo stesso tempo sistematico e flessibile”. Ci atteniamo a questa condivisibile considerazione da cui consegue quanto segue: a) nell’attesa di definire esattamente il patogeno in questione cosa si fa? Si ripropone di nuovo “tachipirina e vigile attesa” o si lascerà il medico libero di valutare “in scienza e coscienza” cosa è più opportuno e utile per il proprio paziente? È tempo di affrancarsi da affermazioni prive di senso e altisonanti – “un approccio programmatorio allo stesso tempo sistematico e flessibile” – per tornare al buon senso ed all’esperienza. La medicina ha un ampio spettro di soluzioni e farmaci per affrontare le condizioni cliniche di emergenza in attesa che un rimedio specifico venga trovato. Il rimedio in questione può essere un vaccino, ma non obbligatoriamente. Gli estensori del documento rivelano invero una fideistica fiducia nel “vaccino” in quanto tale, dimentichi di come l’esperienza recente dimostri proprio il contrario: l’utilità dei vaccini a mRNA è risultata parziale, limitata ad alcune fasce di popolazione e soprattutto di breve durata. Ricordiamo che dopo 3-4 mesi la protezione vaccinale risulta svanire e ripetuti richiami finiscono alla fine con l’indurre una protezione negativa, con i plurivaccinati che tendono ad ammalarsi più facilmente dei non-vaccinati. Dati riportati dallo stesso Istituto Superiore di Sanità. Il documento afferma invece dogmaticamente che “si riconoscono i vaccini come la misura più efficace”. Dovendo poi aggiungere che “devono altresì essere opportunamente chiariti i limiti della vaccinazione”. Questa è una affermazione tardiva ma apprezzabile, dato che per tutta la pandemia mass-media, virologi e governo si affannavano a certificare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini. Oggi sappiamo che era solo propaganda. Questo è un aspetto non secondario, perché investe temi che sono stati rimossi o trascurati nel corso della precedente pandemia.

Bisogna definire esattamente i costi/benefici della vaccinazione, capire il possibile impatto degli eventi collaterali, e definire con nettezza i criteri di esclusione. Diciamolo chiaramente: aver imposto il vaccino a persone che presentavano pregresse patologie allergiche o tali da far ritenere rischiosa la somministrazione del vaccino a mRNA è stato disumano. Al riguardo è necessario sottolineare come il sistema di monitoraggio degli eventi avversi è risultato largamente deficitario. In futuro dovrà essere obbligatorio disporre un servizio di farmaco-vigilanza attiva ed un sistema trasparente di comunicazione dei dati. Compiti rispetto ai quali l’AIFA si è mostrata ampiamente inadempiente. Non è né eticamente né scientificamente accettabile che un programma di vaccinazione di massa venga imposto di nuovo in futuro in assenza di un monitoraggio reale degli effetti collaterali.

3) Il piano ammette di confidare nell’uso estensivo dei tracciamenti per mezzo di test al fine di monitorare l’epidemia. L’uso dei test è importante ma va distinto l’uso in ambito diagnostico da quello di screening. Un qualunque test, anche ad elevata sensibilità e specificità, in presenza di bassi valori di prevalenza (i.e., incidenza della malattia rispetto alla popolazione), produrrà informazioni inattendibili: nel corso dell’epidemia Covid-19 i test molecolari sono stati gravati da un tasso di falsi positivi (persone positive al test ma non portatori di virus) oscillante tra l’80 e il 90%. La popolazione è stata quindi terrorizzata grazie alla diffusione di dati incontrollati e gonfiati oltre misura senza che nessuno – se non pochi – avessero il coraggio civile di ricordare che questi dati erano balordi, come dimostrato dal teorema di Bayes, un teorema di base per chiunque si occupi di statistica. In futuro non dovrà essere più permesso che la comunicazione istituzionale sia piegata ad esigenze “comunicative” che non hanno nulla, ma proprio nulla, a che vedere con la realtà scientifica.

4) Il Piano dichiara di essere “ispirato a principi di etica che rappresentano i valori fondativi del nostro Servizio Sanitario Nazionale”. Bene, ma occorre ricordare che vaccini, mascherine e distanziamento “sociale” sono stati imposti in spregio al dettato costituzionale e in assenza di chiara evidenza dei benefici supposti. Lascia perplessi che dell’ampio dibattito scientifico sviluppatosi su questi temi non vi sia traccia alcuna nel documento, in particolare in relazione ai danni correlati a quarantene generalizzate e indeterminate. Le misure imposte di distanziamento “sociale”, i famigerati banchi a rotelle, la sospensione delle attività scolastiche, il divieto di riunirsi per le festività, in Chiesa o per altri motivi, hanno innescato un processo inarrestabile di frammentazione sociale, con disgregazione dell’impianto comunitario e riduzione della persona a monade isolata.

Invero il documento sottolinea come “le limitazioni possono ritenersi compatibili con le garanzie costituzionali dei diritti di libertà solo nella misura in cui siano strettamente necessarie a garantire il diritto fondamentale alla tutela della salute individuale e collettiva”. Abbiamo visto come l’introduzione del green pass sia stata non solo arbitraria e scientificamente infondata, dato che il possesso non garantiva che il vaccinato non trasmettesse l’infezione, ma inutilmente vessatoria e discriminatoria per come è stata applicata, in assenza di qualunque “rigoroso rispetto del principio di proporzionalità”.

Infine, a proposito di “equità”, non è banale ricordare l’opacità che ha caratterizzato tutte le principali decisioni inerenti alla pandemia: dai Dpcm del governo all’acquisto dei vaccini. Ricordiamo che i verbali del comitato scientifico sono rimasti inaccessibili per anni, mentre gli atti relativi all’acquisizione del vaccino e di altre attrezzature sono ancora secretati, dato che a tutt’oggi, la UE si rifiuta di fornire le informazioni necessarie.

5) Infine gli “attori” del piano stesso. Il documento si ispira e sottolinea la propria congruità con le direttive dell’OMS, che tendono ad esautorare gli Stati dalla gestione delle pandemie, imponendo direttive perlomeno discutibili. Inoltre, mentre il Documento si dilunga in una lunga elencazione di soggetti coinvolti, spiccano per la loro assenza gli osservatori epidemiologici e le università. In previsione della formulazione di nuovi “comitati scientifici”, sarebbe necessario che le università, con le loro competenze irrinunciabili, fossero coinvolte realmente nella valutazione e gestione della ipotetica pandemia. È davvero sconsigliabile che le decisioni vengano prese senza una vera consultazione della comunità scientifica e senza i passaggi parlamentari necessari.

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