“Sara Pedri aggredita con schiaffo in ospedale”/ Il fidanzato: “Ora penso al peggio…”

- Andrea Murgia

Sara Pedri, la ginecologa scomparsa, aveva ricevuto uno schiaffo da “una strettissima collaboratrice del primario”. Ora parla il fidanzato: “Pensiamo al peggio ma…”

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Sara Pedri, Chi l'ha visto

Sara Pedri “fu aggredita verbalmente e poi fisicamente con uno schiaffo sulle mani, facendole cadere il bisturi, davanti a tutti i colleghi”. A parlare è il fidanzato della ginecologa scomparsa cinque mesi fa a Trento in un’intervista al Corriere della Sera dicendo che si trattava di una “strettissima collaboratrice del primario” dell’ospedale in cui la donna lavorava. “Purtroppo si pensa al peggio – dice il fidanzato – ma teniamoci una piccola speranza che le cose siano andate diversamente”.

La dottoressa forlivese di 31 anni ha fatto perdere le sue tracce ormai da tempo e da allora familiari, colleghi e amici hanno continuato a cercarla e a voler scoprire cosa sia successo. Guglielmo, 33 anni, ha ricordato l’ultima volta che ha sentito Sara al telefono, poco dopo le sue dimissione dall’ospedale Santa Chiara, dove avrebbe subito umiliazioni continue da parte dei suoi superiori. “La sera prima della sua scomparsa al telefono l’ho sentita molto sollevata. Poi la mattina dopo, quando ho visto che non aveva letto il mio ultimo messaggio, dato che non riuscivo a rintracciarla, ho avvisato sua sorella Emanuela”.

Sara Pedri e lo schiaffo in ospedale: “Clima oppressivo”

Sara Pedri avrebbe subito maltrattamenti in ospedale fino a ricevere uno schiaffo. All’inizio della loro relazione, dice Guglielmo, Sara era “piena di forza e con tantissima voglia di fare” ma poi, dopo il trasferimento a Trento, qualcosa è cambiato. “Dai suoi racconti – ha continuato il fidanzato – mi rendevo conto che aveva perso regolarità nelle attività quotidiane, ma non avrei mai pensato a una cosa del genere”.

Dopo la sua scomparsa, la sua auto, con dentro il cellulare, è stata trovata in prossimità di un torrente. Tra le ipotesi c’è il suicidio per via della situazione lavorativa. Secondo la famiglia della ragazza, nel reparto c’era un clima oppressivo. “Già con i primi episodi negativi le avevo consigliato di dimettersi per tornare a Forlì o venire qui in Calabria da me – racconta il fidanzato -. Lei cercava di spronarsi per provare a rimanere, anche perché si trattava del suo primo lavoro ed era un impiego importante in ospedale”.



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