SCENARI/ Le manovre di Putin per allargare la Russia in Asia centrale

- Giuseppe Gagliano

Mosca non accetterà mai l’allargamento della Nato ai paesi orientali. Le manovre di Putin in Asia centrale parlano chiaro

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Vladimir Putin (LaPresse)

Nessuno stato post-sovietico è stato così costantemente sottoposto alla pressione russa come la Georgia, culminata nell’invasione del 2008. Tuttavia nel 2003 Mosca aveva effettivamente svolto un ruolo piuttosto costruttivo nella transizione dal governo di Eduard Shevardnadze a quello guidato da Mikheil Saakashvili. Ma allora cosa è avvenuto?

Quando Putin e Saakashvili si incontrarono per la prima volta nel febbraio 2004, Putin fece due richieste specifiche: in primo luogo, di non richiedere il ritiro delle basi militari russe in Georgia. In secondo luogo, di “prendersi cura e non toccare” il ministro della Sicurezza dello Stato della Georgia, Valery Khaburdzania, che probabilmente lavorava come spia per il Cremlino. Ebbene, Saakashvili, senza tante cerimonie licenziò Khaburdzania.

La caduta del presidente Kurmanbek Bakiyev in Kirghizistan nel 2010 offre un altro esempio. Nonostante gli strenui sforzi di Putin per corteggiarlo, Bakiyev rimase deciso a seguire la sua strada. Ciò includeva di non rispettare l’impegno con Mosca di estromettere la presenza militare degli Stati Uniti. Mosca favorì allora il cambio di regime. Bakiyev fuggì in Bielorussia, dove il presidente Lukashenko lo ha preso sotto la sua protezione. Approfittando del cambio di regime, Putin fece due mosse audaci: in primo luogo, propose senza successo di aprire una base militare russa nel sud del Kirghizistan, immediatamente adiacente ai confini del Tagikistan e dell’Uzbekistan, progetto contrastato dalla Cina e naturalmente dall’Uzbekistan.

In secondo luogo chiese che i vertici dei servizi di sicurezza del Kirghizistan fossero sostituiti con uomini nominati da Mosca. Inoltre fece reclutare un gruppo ristretto di giovani kirghisi per farli venire a Mosca con lo scopo di studiare presso la struttura di addestramento dell’Fsb.

Molto più pubblicizzata di questi due incidenti è stata la capacità della Russia di penetrare negli affari interni dell’Ucraina e in particolare nell’infiltrare il servizio di sicurezza ucraino, la Sbu. Durante la presidenza di Viktor Yanukovich, all’Fsb è stato permesso di infiltrarsi nell’Sbu. Il colpo di grazia fu dato all’Ucraina quando Yanukovich fuggì da Kiev nel febbraio 2014: il quartier generale della Sbu fu saccheggiato, i dati su oltre 22mila agenti e informatori furono rubati e ogni disco rigido e unità flash nell’edificio fu distrutto. Insomma l’Ucraina aveva perso tutto ciò che poteva costituire una base per un servizio di intelligence professionale.

Passiamo all’ultimo esempio.

Shavkat Mirziyoyev come presidente dell’Uzbekistan tenne un ciclo vertiginoso di discorsi in cui aveva presentato un programma di riforme audace e completo. Dopo un anno al potere si è mosso decisamente contro il servizio di sicurezza nazionale (Bns) del paese. Come le sue controparti post-sovietiche, la Bns dell’Uzbekistan era responsabile delle frontiere del Paese, del rilevamento e dell’eliminazione delle minacce. Per svolgere questi compiti aveva un grande e competente personale di spie che lavorava in patria e all’estero e persino proprie forze paramilitari. In breve, il regno guidato dal capo della Bns e cioè di Rustam Inoyatov dal 1995 era uno Stato all’interno dello Stato.

In un discorso del gennaio 2018 il presidente Mirziyoyev ha definito i membri del Bns “cani pazzi”, ha denunciato le “atrocità” che avevano commesso contro persone innocenti e ha osservato che “nessun altro paese ha dato così tanto potere a queste persone”.

Proprio per questo Mirziyoyev ha prontamente licenziato Inoyatov, ma ha capito che perseguirlo avrebbe potuto indurre Mosca a reagire. Per evitare un’azione offensiva lo ha nominato come “consulente” personale.

Se Mosca ha agito con questa spregiudicatezza lo ha fatto sia per realizzare l’Unione Eurasiatica sia per contenere l’allargamento della Nato a est. La Russia non accetterà mai l’allargamento della Nato ai paesi orientali perché legge questa proiezione di potenza come una minaccia ai suoi interessi geopolitici. Ciò determinerà una conflittualità politica costante tra Usa e Russia.

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