SCENARI/ Ue, Germania, Russia: chi vince e chi perde nel risiko del gas

- Dario Chiesa

Senza una strategia di politica estera e di politica energetica che non sia la “transizione energetica”, l’Ue è alla mercé degli eventi

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(LaPresse)

In un articolo di qualche tempo fa, nel constatare quanto l’attuale costruzione dell’Unione Europea si sia distanziata dall’impostazione dei Padri fondatori, tanto spesso citati, avevo accennato alla “incapacità, meglio al rifiuto, di condurre una minima politica estera comune”. Ciascun Stato va per conto suo, secondo i suoi interessi, e solo i maggiori, come Germania e Francia, possono in qualche modo condizionare l’atteggiamento della Ue. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al di là del roboante titolo e delle capacità personali, ha solo funzioni di rappresentanza formale. Né potrebbe essere altrimenti, perché un ministro degli Esteri presuppone un governo e, appunto, una politica estera ben delineata.

La pandemia ha portato il suo contributo negativo a questa situazione, evidenziato in particolare dall’attuale crisi energetica, anche per le fughe in avanti ecologistiche della Commissione europea, sotto il pretenzioso titolo di “transizione energetica”. Di fronte alla minaccia di un blackout, tuttora presente, ogni governo ha reagito secondo le proprie esigenze interne. Così la Francia, avendo ridotto la produzione di energia elettrica per la manutenzione di una parte delle sue centrali nucleari, ha interrotto l’esportazione di elettricità, di cui usufruiva anche l’Italia. Inoltre, sta sempre più aumentando l’utilizzo del carbone, non solo in Polonia, che ha così arrestato l’aumento dei prezzi della sua energia elettrica, ma perfino in Italia.

L’inesistente politica estera e l’inconsistente politica energetica si incrociano nella gestione del gasdotto Nord Stream 2, ormai completato e pronto ad essere utilizzato, ma bloccato da questioni burocratiche. In realtà, dietro la burocrazia si nasconde una sostanziale frattura nell’appena insediato governo tedesco, il cosiddetto “governo semaforo” (Ampel), per la coesistenza di socialdemocratici, liberali e verdi. I socialdemocratici sembrano orientati ad utilizzare il gasdotto, in coerenza con quanto sostenuto durante i governi con Angela Merkel, malgrado le pressioni di Washington. I verdi sono invece contrari e pensano di essere in grado di sostituire il gas russo, che vale il 50% del consumo tedesco, con eolico e solare: un pio desiderio, se si tiene conto dei tempi necessari per la sostituzione delle fonti energetiche.

La Commissione Europea sembra essersi allineata alla posizione statunitense, considerando il blocco del gasdotto una sanzione contro la Russia per il suo intervento in Ucraina. Il Nord Stream 2 renderebbe superfluo il gasdotto che attraversa l’Ucraina, sottraendole i profitti derivanti dai diritti di transito, importanti per l’economia ucraina. Una posizione che appare sensata, ma che pone alcune domande.

La prima riguarda i tempi di esecuzione del gasdotto, la cui costruzione è iniziata nel 2018, quindi a crisi ucraina inoltrata. Il progetto è stato osteggiato fin dall’inizio dagli Stati Uniti e da una serie di Paesi europei, innanzitutto la Polonia, la Slovacchia e altri Stati dell’Europa Orientale. Oltre che la perdita per alcuni di essi dei redditi di transito, vi è il pronunciato timore che la Russia possa usare il nuovo gasdotto per pressioni politiche. Queste preoccupazioni hanno trovato a suo tempo risonanza nel Parlamento europeo, ma un sostanziale silenzio dalla Commissione.

Ora che la Commissione sembra essersi risvegliata sulla questione, sorge la domanda di come fronteggiare l’attuale crisi, tanto più che le riserve di gas europee sono a circa due terzi del fabbisogno previsto. C’è da sperare che a Bruxelles non pensino seriamente di risolvere il problema con un “arrivano i nostri” rappresentato dal gas liquido statunitense. Gli attuali, limitati arrivi sono dovuti al fatto che gli Stati Uniti, come diversi Stati asiatici, hanno riserve molto più adeguate e i produttori americani possono dirottare le navi verso il più profittevole mercato europeo. O forse a Bruxelles si spera che il deprecato global warming ci dia un inverno clemente che faccia bastare le insufficienti riserve, anche se le previsioni non sembrano favorevoli.

A ben guardare, al centro della vicenda non vi è la Russia, ma la Germania. È indubbio che Mosca abbia un forte interesse nel raddoppio del Nord Stream, sia economico che politico. Tuttavia, da un punto di vista economico, per la Russia è importante vendere il suo gas, fattore predominante nelle esportazioni del Paese, e il problema gasdotti è successivo. Per la Germania, il Nord Stream 2 rappresenta la possibilità di diventare il principale punto di entrata in Europa dell’irrinunciabile gas russo. A differenza della Francia, la Germania ha rinunciato alle sue centrali nucleari e ha deciso di eliminare l’uso del carbone entro il 2030. Diventare il principale, se non l’unico, gestore del gas russo in Europa metterebbe Berlino nella condizione di imporre la sua politica a buona parte degli Stati europei. E alla fine, anche i verdi potrebbero arrendersi al “Deutschland über Alles”.

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