SCENARIO/ Cingolani: è Genova la toppa al fallimento economico del Governo

- Stefano Cingolani

Il Governo non sembra in grado di affrontare i problemi dell’economia italiana. Che a Genova dimostra di poter funzionare se solo lo si vuole

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Il cantiere per la costruzione del ponte sul Polcevera a Genova (Lapresse)

Ci mancava solo l’Aga Khan. Il grande capo dei musulmani ismailiti che nel passato ha trasformato la Costa Smeralda nel bengodi del turismo di lusso, adesso molla la compagnia aerea che collega la Sardegna, chiamata Air Italy, e con essa 1.450 dipendenti che vanno ad aggiungersi alla lunga, tragica coda dei 150 tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico e mai chiusi. Se si ricorrerà a cassa integrazione speciale e pre-pensionamenti, l’onere graverà sul bilancio pubblico e, alla lunga, su tutti i contribuenti rendendo più stretto il sentiero che porta all’equilibrio dei conti dello Stato. In caso contrario sarà un ulteriore colpo all’occupazione e alla domanda interna in un’economia che, unica tra i Paesi europei, ristagna.

La classifica con le previsioni per quest’anno, pubblicata nei giorni scorsi è deprimente. È vero che pesa l’impatto di dazi e tariffe sulle esportazioni, al quale s’aggiunge adesso anche il coronavirus che paralizza gli scambi con la Cina, ma i Paesi dipendenti dall’export come la Germania, l’Olanda e tutti quelli del Nord Europa, crescono comunque dell’un per cento e oltre. I Paesi che hanno subito una recessione come la nostra se non peggiore e hanno chiesto in varie forme aiuto all’Unione europea (Grecia, Spagna, Portogallo) vanno come treni, l’Irlanda corre addirittura a rotta di collo. L’Italia è l’unica il cui prodotto lordo sale di zero virgola qualcosa (0,3% secondo le ultime proiezioni). Dunque, è inutile consolarsi gettando la responsabilità sui nostri partner, a cominciare proprio dalla Germania alla quale è strettamente legata la nostra industria di trasformazione, anche perché la manifattura contribuisce solo in parte alla creazione del prodotto lordo. Due terzi, infatti, proviene dai servizi i quali sono il comparto meno efficiente, a più bassa produttività, e più arretrato tecnologicamente. Quello dal quale verranno i prossimi tavoli di crisi, basti pensare alle banche (Unicredit ha già aperto la strada).

Ci siamo fatti male da soli, non cerchiamo alibi, nemmeno l’epidemia che viene dalla Cina ha un effetto (almeno per ora) distruttivo. L’impatto sull’economia, a cominciare da quella cinese, è ancora incerto, però le previsioni attuali mostrano una discesa molto moderata. Gli analisti di Goldman Sachs hanno tagliato le stime del prodotto lordo per l’intero anno dal 5,8 al 5,2 per cento. Man mano che la situazione evolverà gli aruspici sceglieranno se cambiare nuovamente. Per la banca australiana Westpac nel solo primo trimestre del 2020 il Pil cinese potrebbe scendere al 2%, ma in ogni caso la crescita complessiva dovrebbe restare attorno al 5,3%.

È preoccupato Jerome Powell il capo della Federal Reserve la banca centrale americana: a suo avviso le conseguenze dell’epidemia potranno estendersi all’economia globale, compresa quella americana che, nell’anno elettorale, sembra godere di buona salute. L’Unione europea che già cammina a passo di lumaca rallenterà ancora, sostiene Christine Lagarde, presidente della Bce. E tuttavia, secondo le stime di Standard & Poor’s ,il prodotto lordo mondiale dovrebbe scendere quest’anno dello 0,3%. Sì, proprio così, soltanto tre decimali di punto che sono un problema per tutti, ma una tragedia per l’Italia per la quale tre decimali di punto è tutto quello che potrebbe produrre quest’anno.

Non riusciamo a capire, dunque, perché mai il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si mostra così tranquillo e ottimista. Parla di un rimbalzo. Già, uno o due decimali in più che cosa cambiano? Dopo la brusca frenata del 2018 e il lento, ma inesorabile scivolare del 2019, porsi l’obiettivo di aumentare di un punto percentuale sembra un sogno. E non si tiri in ballo la demografia (che pure è un problema drammatico di medio-lungo periodo) o l’improbabile decrescita felice, perché nel 2016-2017 abbiamo avuto punte di crescita fino all’1,7%.

Che cosa rende contento Gualtieri? Forse che anche il suo Governo, il Conte bis, l’alleanza giallo-rossa, distribuisce soldi che non ha, esattamente come il Governo giallo-verde? O che non sblocca i cantieri nonostante le promesse, mentre Genova dimostra che se si vuole, se c’è una scelta condivisa e una collaborazione tra imprese capaci di lavorare ad alto livello (come ne esistono in Italia) e autorità politiche, allora si possono realizzare opere pubbliche fondamentali?

Proprio così: da una parte c’è quello che si può chiamare ormai il modello Genova, dall’altro ci sono il reddito di cittadinanza, quota 100, la moltiplicazione dei bonus (ce n’è per tutti i gusti ormai), decretoni oscuri, farraginosi, contraddittori come il milleproroghe che porta scritto nel suo stesso nomignolo il proprio fallimento. Una confusione legislativa che è lo specchio della confusione politica. Un Governo in bilico la cui esistenza, a quanto pare, è legata a una contingenza istituzionale (il referendum sul taglio dei parlamentari) e a una conventio ad excludendum (Salvini e la destra sovranista), ma che non ha trovato la sua ragion d’essere legata a un programma ragionevole che metta in movimento il Paese. Tra illusioni dirigiste (passiamo le autostrade all’Anas, nazionalizziamo l’Ilva, salviamo a tutti i costi l’Alitalia) da una parte e pericolose derive autarchiche dall’altra, la cultura politica di chi ci governa e di chi ci vuol governare è uscita dallo sgabuzzino della storia.

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