SCENARIO/ Così energia, scostamento e sanzioni cambiano il voto del 25 settembre

- Anselmo Del Duca

Il Senato vota il decreto aiuti bis, un provvedimento insufficiente, visto l’impatto che sta avendo la crisi energetica. Intanto gli Usa decidono le alleanze

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L'Aula di Palazzo Madama (LaPresse)

Due votazioni quasi plebiscitarie oggi (ieri, ndr) in Senato: sul decreto “aiuti bis” 182 sì, 21 astenuti e nessun contrario, e sulla variazione di bilancio che rende disponibili 6,2 miliardi di extra-gettito fiscale per sostenere famiglie e imprese 214 favorevoli e nemmeno l’ombra di un contrario. Inoltre viene messa la parola fine sulla delega fiscale. Buone notizie, viene da dire, perché a una prima e superficiale lettura si potrebbe essere soddisfatti della concordia espressa sulla via del freno da imporre al caro bollette.

Se ci si ferma a questo livello, però, non si coglie il succo del problema. Mentre la politica nostrana è immersa nella campagna elettorale, intorno a noi sta succedendo un cataclisma. Si sta concretizzando una crisi energetica davanti alla quale l’austerity degli anni Settanta, con le sue domeniche a piedi, rischia di impallidire. Da Bruxelles arrivano indiscrezioni inquietanti su quello che ci aspetta il prossimo inverno: una sorta di lockdown energetico che ci costringa a diminuire i consumi di almeno il 10%, impedendoci semplicemente di utilizzare la corrente elettrica in alcune fasce orarie.

Sinora la stampa italiana si è mostrata titubante nel raccontare ai propri lettori la cruda verità. Ha taciuto per tutto agosto, ci sta arrivando adesso per gradi, come se si stesse preparando lentamente i cittadini a questo scenario semi-apocalittico, che per la verità, moltissime aziende hanno già compreso. A Palazzo Madama l’unico richiamo brusco alla realtà è venuto da Matteo Salvini, che senza mezzi giri di parole ha detto che i 13 miliardi previsti dal decreto sono un pannicello caldo (anche se meglio di niente), e che chiunque non voglia approvare un ingente scostamento di bilancio oggi (il Pd, ma anche i suoi alleati di FdI) dovrebbe vergognarsi. Non è una voce isolata: basti pensare a Tommaso Cerno, un altro senatore, ma eletto nelle fila dei democratici, che in tv nei giorni scorsi ha raccontato come tre bar su quattro stanno chiudendo nel Nordest, e lo stesso si apprestano a fare migliaia di imprese. Un problema gigantesco, che – ha ricordato impietosamente Cerno – non si risolve con la teoria bislacca di cuocere la pasta a fuoco spento.

Ma Salvini è stato relegato nel ruolo dell’“impresentabile” (cfr. Repubblica). Essendo questa emergenza energetica la diretta conseguenza della guerra russa all’Ucraina e delle sanzioni, la discriminante che si delinea è quella atlantista. Un elemento che avvicina più di quanto non si creda Enrico Letta e Giorgia Meloni, ormai ribattezzati i Sandra e Raimondo della politica italiana. Nel confronto ospitato dal Corriere della Sera hanno evitato di pungersi sul serio, confermando di legittimarsi a vicenda.

Attenzione a questo passaggio: questa legittimazione potrebbe finire per venire utile dopo il voto del 25 settembre, specie se la situazione economica dovesse davvero precipitare. Riuscirebbe un governo a guida Meloni, che già parte scontando una fortissima diffidenza internazionale, a gestire un’emergenza così grande? Salvini, sgradito oltreoceano, potrebbe figurare nella lista dei ministri? Ad alimentare i sospetti ci sono quelle frasi scappate ad alcuni degli esponenti di spicco di FdI, Crosetto in testa, sulla necessità di unire le forze migliori. La lettura che questo potesse preludere alla chiamata alle armi per un nuovo governo di emergenza che veda fianco a fianco Sandra e Raimondo è stata velocemente smentita da entrambe i fronti. E non poteva essere diversamente, visto che il ritorno a un governo politico è fra gli argomenti più ripetuti della propaganda del centrodestra.

La realtà, però, potrebbe andare in un’altra direzione. Potrebbe non essere necessario dar vita a un governo rossonero (mai dire mai, però), ma utile un dialogo serrato, una opposizione leale e dialogante, come è stata quella della Meloni a Draghi, ovviamente a parti invertite, con Letta stavolta in minoranza.

C’è pure la possibilità che per l’esecutivo possa essere sufficiente una mano da parte del terzo polo, con l’obiettivo di relegare Salvini all’angolo. Ma per tutti questi scenari saranno necessari i voti veri, quelli del 25 settembre.

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