SCENARIO COVID/ “Siamo già alla quinta ondata, picco vicino ma più basso di quello estivo”

- int. Antonello Maruotti

Si vedono già i primi segnali di un rallentamento della crescita dei contagi: l’incidenza dovrebbe salire ancora fino a metà novembre, poi ci sarà una lenta discesa

vaccino Covid italiano
Vaccino anti-Covid (LaPresse)

L’indice Rt che è tornato sopra 1, l’Ema che teme una quarta ondata, l’Oms che paventa addirittura il rischio di mezzo milione di morti per Covid in Europa da qui al prossimo febbraio, la terza dose di vaccino che diventa sempre più probabile per tutte le fasce d’età e non solo per i soggetti fragili. In autunno dobbiamo aspettarci un colpo di coda violento del virus? Che cosa ci dicono oggi le curve epidemiologiche in merito a contagi, ricoveri e decessi? “Come era lecito aspettarsi – risponde il professor Antonello Maruotti, Ordinario di Statistica all’Università Lumsa e cofondatore di StatGroup19, gruppo inter-accademico di ricerca statistica sulla pandemia da Covid-19– la stagione autunnale e il ritorno al chiuso nei luoghi di lavoro, con tutto quello che intorno a questi ruota, ha portato ad una ripresa del numero assoluto di contagi”.

Ma già si vedono i primi segnali di rallentamento della crescita dei contagi e comunque i vaccini rappresentano ancora uno scudo validissimo: “L’introduzione dei vaccini – ricorda Maruotti – ha ridotto di molto questo dato sulla mortalità nel 2021, facendo registrare valori molti più bassi per la classe 65-84 anni, e sostanzialmente azzerandola nelle fasce di età over 85 e 15-64, che registrano ormai mortalità in linea con la media dell’ultimo decennio”.

Intanto l’incidenza dei contagi è tornata a salire pressoché ovunque in Italia. Perché?

In parte, questa crescita è legata all’elevato numero di tamponi, che ha registrato una esplosione dovuta alla necessità dei non vaccinati di avere il green pass. Basti pensare che a marzo 2021, avevamo eseguito 378.000 tamponi, un record per quei tempi, mentre in questa settimana abbiamo raggiunto il massimo giornaliero di 717.000. Il tasso di positività, infatti, ha mostrato solo minime oscillazioni al rialzo, a conferma, comunque, di come la circolazione del virus sia aumentata nelle ultime settimane.

Ricoveri e decessi?

Ora ci aspetteranno due settimane di incremento anche nelle curve degli altri indicatori principali dell’epidemia, i ricoveri ordinari e in terapia intensiva e i decessi, che ormai sappiamo replicare l’andamento dell’incidenza con una distanza temporale di 10-14 giorni rispetto ai casi.

Dobbiamo aspettarci un autunno difficile?

Ci sono già i primi segnali di un rallentamento della crescita dei contagi. Ci aspettiamo che l’incidenza salga ancora fino a metà novembre, con la possibilità di avere anche circa 6.000 casi giornalieri. Successivamente, però, è molto probabile una discesa, seppur molto lenta.

Quando potrebbe arrivare il picco?

La fase di picco dei contagi non è così lontana e l’epidemia non raggiungerà i numeri devastanti dell’autunno 2020. Anzi, è probabile che il picco estivo possa essere anche più alto di quello attuale, autunnale. Ovviamente, però, ci potranno essere zone del Paese con un maggior rischio di contagio. Basti pensare che l’incidenza nella provincia di Trieste, la più alta in questo momento, è di circa 300 casi ogni 100mila abitanti, a fronte di una media nazionale intorno a 50.

Si parla dell’arrivo di una nuova ondata. Che ne pensa?

Non è da escludere che si possano verificare altre piccole ondate, ad esempio nel periodo delle feste natalizie, ma al momento non è possibile quantificarne la dimensione. Ci sono troppe variabili che possono entrare in gioco, l’incertezza è troppo elevata per fare previsioni di lungo periodo. Di certo il confronto con l’ondata registrata lo scorso autunno non lascia dubbi, qualcosa è cambiato rispetto ad allora.

Che cosa?

Abbiamo i vaccini a limitare la diffusione del virus e a controbilanciare l’aumento dei contatti medi per persona che si registra al riprendere delle attività scolastiche e lavorative. E’ giusto ricordarlo, non si parla più di chiusure e restrizioni, come invece accadde un anno fa; ora viviamo vite pressoché normali, pre-epidemia.

Nel corso di questi 20 mesi abbiamo assistito a quante ondate della pandemia? Ci sono differenze di durata e di violenza fra le varie ondate?

L’attuale mini-ondata che stiamo attraversando è la quinta. La prima, circoscritta ad alcune aree del Nord, fu molto virulenta, rapida. Non eravamo preparati a gestirla, infatti eseguimmo pochi tamponi, se rapportati ai numeri attuali, e solo ai sintomatici. Non abbiamo messo in campo strumenti adeguati al contenimento dello tsunami che ci ha poi travolto. Basti pensare che il vero numero dei contagi è stimato essere fino a 7 volte quelli osservati; abbiamo lasciato circolare il virus, non avendo la capacità di tracciare i positivi e di individuare gli asintomatici.

La seconda ondata?

La seconda ondata, quella dello scorso autunno, coinvolse tutte le aree del Paese ed è stata frutto di comportamenti sbagliati, di una sottovalutazione complessiva della potenziale ripresa dell’epidemia e di una gestione delle restrizioni spesso tardiva, incentrata su indicatori spesso stimati male e utilizzati al di là del loro reale significato. Al primo ottobre 2020 avevamo 2.548 casi, dopo sei settimane, al 13 novembre, ne abbiamo registrati 40.902. Un disastro.

Nelle due ondate successive che cosa è successo?

La terza ondata, che ha visto il suo picco a metà marzo con 26.800 casi giornalieri, partiva già con numeri molto elevati: a febbraio non siamo mai scesi sotto i 7.000 casi giornalieri. La discesa è poi stata continua, a dispetto anche delle riaperture di fine aprile, che, per alcuni, erano un rischio troppo alto da correre. I dati però supportavano la decisione di allora di riaprire, la discesa proseguì fino all’estate.

Proprio in estate, sempre per comportamenti non sicuri (ci ricordiamo il cosiddetto “effetto Europei”), ci fu una nuova crescita dei casi, la quarta ondata, che non raggiunse però mai gli 8.000 casi giornalieri.

E’ possibile stimare quanti benefici, in termini di minori ricoveri e decessi, ha prodotto la campagna vaccinale in Italia?

La pandemia ha prodotto un eccesso di mortalità evidente rispetto agli anni precedenti. Ad esempio, per la Lombardia, basta un rapido sguardo ai dati e anche un occhio non esperto noterebbe il picco di 7.729 morti settimanali registrato a marzo 2020. Numeri mai osservati negli ultimi dieci anni. Quindi, se da un lato è evidente che ci sia stato un eccesso di mortalità, dall’altro però quantificarlo è tutt’altro che banale. In una recente ricerca in via di pubblicazione, con i colleghi Giovanna Jona Lasinio, Fabio Divino, Gianfranco Lovison, Massimo Ciccozzi e Alessio Farcomeni, abbiamo prodotto una stima dell’eccesso di mortalità per la Lombardia sia per il 2020 che per questa prima parte del 2021.

Che cosa è emerso?

Ebbene, ci sono stati circa 35mila morti in più rispetto al numero atteso per il 2020, con un eccesso del 30% per gli over 65. L’introduzione dei vaccini ha ridotto di molto questo dato sulla mortalità nel 2021, facendo registrare valori molti più bassi per la classe 65-84 anni, e sostanzialmente azzerandola nelle fasce di età over 85 e 15-64, che registrano ormai mortalità in linea con la media dell’ultimo decennio.

Che cosa ci hanno insegnato i mesi passati? Che cosa può aiutare a contenere l’epidemia?

Dal punto di vista sociale, abbiamo ormai chiaro quanto questa epidemia abbia una componente fortemente comportamentale. I nostri comportamenti fanno, e continueranno a fare, la differenza. Il contenimento del numero dei contagi passa, perciò, da comportamenti individuali corretti.

Per esempio?

Evitare assembramenti, utilizzare la mascherina, semplici gesti che hanno un impatto rilevante sulle dinamiche epidemiologiche.

Bastano solo queste accortezze?

A questi comportamenti va aggiunto l’impatto determinante e predominante della campagna vaccinale, senza la quale non sarebbe stato possibile contenere l’epidemia, come invece sta accadendo ora. Nel prevedere e misurare l’evoluzione della curva epidemica dobbiamo infatti tenere in considerazione almeno due fattori.

Quali?

Uno, il numero medio di contatti di ogni individuo; due, la probabilità che un contagiato infetti un’altra persona facendo aumentare l’infettività. Prima potevamo controllare solo il primo. Per contenere l’epidemia abbiamo adottato le chiusure, che però hanno fatto scendere la curva in modo proporzionale, lentamente. Adesso, con l’introduzione dei vaccini, possiamo influire sulla probabilità di contagiare e sul tempo d’infettività, cioè per quanto tempo si rimane contagiosi. Controbilanciamo così l’aumento del numero medio di contatti, che è naturale conseguenza dell’assenza di restrizioni e del ritorno ad una vita pressoché normale.

Si parla tanto di terza dose, ma prima non sarebbe il caso di condurre un’indagine sierologica?

Al momento non abbiamo molti dati sugli effetti della terza dose nel contenimento dell’epidemia. Ancora vi è troppa incertezza sulla durata della protezione. Ci troviamo davanti a una pandemia che cerchiamo di affrontare con tempismo, mentre gli studi clinici-statistici richiedono dati di qualità e tempistiche che la gestione della pandemia non ci consente di avere. Ci vorrebbero più dati di qualità, disaggregati, granulari, le competenze adeguate ad analizzarli e il tempo per fare le opportune verifiche, ma la gestione della pandemia ha una velocità che la ricerca scientifica non sempre riesce ad avere.

Nei primi mesi della pandemia, la raccolta dei dati e degli indicatori aveva suscitato molte perplessità e proteste. Oggi a che punto siamo? Disponiamo di un buon corredo statistico per monitorare la situazione? Che cosa bisognerebbe fare in più?

La gestione dei dati è stata deficitaria, così come la loro analisi. Essersi affidati principalmente a un solo indicatore, seppure importante nell’epidemiologia, come l’indice Rt è stato errato. In un lavoro pubblicato sul Journal of Medical Virology, insieme a Fabio Divino e Massimo Ciccozzi, abbiamo evidenziato tutti i limiti e gli errori commessi nella gestione della pandemia che aveva l’indice Rt come stella polare, ma siamo rimasti a lungo inascoltati. Finalmente, dalla scorsa estate, si è deciso di non prendere più decisioni basate solo sull’indice Rt. Meglio tardi che mai. Per molti mesi non c’è stata la possibilità di accedere ai dati disaggregati per i ricercatori indipendenti. Ora, con una preventiva istanza, si può avere accesso ad informazioni più dettagliate.

(Marco Biscella)

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