SCENARIO GAZA/ “in Hamas c’è un’ala politica favorevole ai due Stati ma Netanyahu non li vuole”

- int. Renzo Guolo

Il Likud vuole una parte della Cisgiordania, la destra messianica il Grande Israele. Si incontrano nella politica del fatto compiuto

Guerra Israele-Hamas Guerra Israele-Hamas, i bombardamenti sulla Striscia di Gaza (LaPresse, 2023)

Il Likud, il partito del primo ministro Netanyahu, pensa a un Israele allargato almeno ai territori della Cisgiordania su cui si sono insediati i coloni. I partiti di destra che fanno parte del governo, invece, hanno in mente i confini biblici, mai del tutto definiti, del Grande Israele, che arriva fino al Sinai e a una parte del Libano. Due concezioni dei confini dello Stato, spiega Renzo Guolo, ordinario di sociologia della religione nell’Università di Padova, esperto di islam e fondamentalismi, di fatto inconciliabili con la soluzione dei due Stati, uno israeliano, l’altro palestinese, di cui soprattutto americani ed europei continuano a parlare, senza peraltro spingere veramente verso la sua realizzazione.

Quella che a molti sembra l’unica ipotesi realizzabile per evitare altre guerre come quella di Gaza, insomma, avrebbe bisogno di soggetti politici diversi da quelli che attualmente governano Israele. Altrimenti l’alternativa è che ciclicamente si verifichino altre crisi come quella di Gaza. Tra i palestinesi invece, mentre Fatah è ferma a quanto stabilito negli Accordi di Oslo, Hamas tendenzialmente vedrebbe la Palestina estesa sui territori dell’attuale Israele, ma potrebbe essere disposta ad accettare uno Stato palestinese esteso su Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, senza però riconoscere ufficialmente la controparte israeliana: c’è un’ala minoritaria dell’organizzazione, ora schiacciata dal dominio dell’ala militare, con la quale il dialogo anche sul tema dei due Stati potrebbe avere qualche speranza in più. Gli unici che potrebbero far decollare l’idea dei due Stati, comunque, sono gli Usa, che non hanno ancora posto il problema con sufficiente decisione.

Professore, si parla della soluzione dei due Stati come unica possibile per risolvere la questione palestinese, ma Israele in questo momento come immagina i suoi confini? L’idea di Grande Israele dai confini biblici resiste ancora? E come influisce sul futuro delle relazioni con i palestinesi?

Il concetto di Grande Israele è soprattutto delle forze della destra nazional religiosa messianica, per le quali il riferimento è una mappa che andrebbe definita attraverso una ricerca nei passi biblici. Ma non coincide necessariamente con quello delle altre forze che fanno parte del governo attuale, come il Likud, forze nazionaliste che pensano a un Israele come è già adesso nei fatti, con l’occupazione di importanti parti della Cisgiordania.

Il Likud vede Israele entro i confini attuali?

I confini attuali ma con pezzi della Valle del Giordano dove ci sono le colonie e il Golan sostanzialmente smilitarizzato, elementi di territorialità che questa cultura vede legata a garanzie di sicurezza. Per la destra messianica, invece, l’idea del Grande Israele è quella biblica: quali siano i confini nessuno lo sa, perché si deducono dal testo biblico. Ricostruendo questo filone possiamo giungere a Nord, con una parte di Libano, comprendere tutta la Cisgiordania, un pezzo di Sinai e soprattutto la parte di Gaza. Sono confini che andrebbero a toccare tutto l’assetto territoriale degli Stati circostanti.

Nell’attuale compagine di governo, quindi, convivono due idee diverse del territorio che spetta a Israele?

Likud e partiti che sono espressione del movimento dei coloni condividono il fatto che la Cisgiordania in larga parte resti in Israele. Il Likud potrebbe accontentarsi dello stato attuale delle cose, forse con qualche espansione. Il partito dice che la sicurezza del Paese è garantita dagli insediamenti, ma il problema è che questi insediamenti si espandono in continuazione. È la politica del fatto compiuto: “Qui siano arrivati e non si torna più indietro”. Per i nazional religiosi messianici, invece, si va ben oltre il Giordano.

Queste posizioni, però, sono la pietra tombale sulla soluzione dei due Stati. Come è possibile seguire questa strada se si parte da queste concezioni del territorio?

Bisogna che ce lo diciamo. Netanyahu lo dice esplicitamente: due Stati non li vuole.

Però quella dei due Stati è un’idea che torna continuamente, riproposta soprattutto da americani ed europei. Perché si insiste?

È ovvio: che alternativa c’è? Lo stato binazionale? Chi dopo il 7 ottobre vivrebbe in uno Stato unico, con palestinesi e israeliani insieme? Nessuno. Gli stessi israeliani non ne sono convinti, anche perché demograficamente tra un ventennio sarebbero minoranza. Senza stato binazionale e senza i due Stati l’alternativa, come dice Netanyahu, è quella attuale: Gaza senza Hamas e Palestina senza Stato. Tuttavia questa situazione ciclicamente porta all’esplosione della regione.

Per rendere realizzabili i due Stati, alla fine, ci vorrebbe un cambio di situazione politica in Israele?

Certo. E una decisione dell’unico attore in grado di influire (anche se lo è sempre di meno): gli Usa. Le carte sono in mano a loro, bisogna vedere se decidono di porre la questione. È un’ipotesi difficile da realizzare, ma anche lo Stato di Israele nessuno pensava che potesse nascere. Se si guarda al lungo periodo una soluzione per i palestinesi va trovata: hanno un’identità nazionale, forgiata dentro queste disavventure, è impensabile che si disperdano nel Sinai o in Egitto: non sarà così. L’unica soluzione possibile è quella dei due Stati, che va costruita nel tempo.

I palestinesi, invece che idea hanno del loro possibile Stato?

Dipende dai soggetti: dire Fatah significa parlare di uno schieramento che ormai ha accettato tutto, la cui dipendenza dall’estero è totale, per i fondi e i finanziamenti che arrivano. Per loro i riferimenti sono i confini del 1967 e le posizioni di principio enucleate con gli Accordi di Oslo da Rabin e Arafat: una restituzione dei territori un po’ per volta con una transizione lunga. Fondamentalmente Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est come capitale. Questo per l’ANP, perché Hamas pensa a una Palestina senza la presenza di Israele, almeno come linea di principio. Ma Hamas ha al suo interno anche un’ala politica che potrebbe essere favorevole a una soluzione che in qualche modo contemplasse la presenza dei due Stati, prevedendo la Palestina ma senza riconoscere Israele. L’ala militare ha imposto i suoi tempi, ma c’è sempre stata un’ala minoritaria interna che può essere favorita: potrebbe decollare dopo l’eradicazione della forza militare di Hamas da Gaza.

Israele potrebbe trovare in questa ala minoritaria un interlocutore?

Potrebbe puntare a non ostacolarla troppo, anche se tatticamente finora la scelta degli israeliani ha preferito l’ala militare, perché ha delle strategie inaccettabili e quindi non è politicamente spendibile. Non è un caso che Netanyahu abbia lasciato entrare i fondi del Qatar a Gaza senza nessun problema fino a ottobre. È stata una scelta di calcolo. Nel 1987 Israele ha lasciato nascere Hamas a Gaza in funzione oppositiva all’OLP perché pensava, appunto, che un soggetto con quelle posizioni non potesse essere spendibile a livello internazionale. Solo che il movimento si è mostrato più efficace di quanto si pensasse nel suo radicamento e nella sua diffusione.

(Paolo Rossetti)

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