SCENARIO GAZA/ “Turchia come garante della sicurezza di Israele, forse è questa la carta di Netanyahu”

- int. Gianandrea Gaiani

Erdogan vuole fare da mediatore nella crisi di Gaza. Proponendosi per gestire il dopoguerra. Israele non è contrario

erdogan 5 lapresse1280 640x300 Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (LaPresse)

Nel dopo Gaza Netanyahu non vuole l’ANP, ma neanche forze internazionali. E giura che Israele non pensa di occupare la Striscia. E allora il futuro dell’area ora martoriata dai bombardamenti per stanare Hamas potrebbe dipendere dalla Turchia, con Ankara garante di un nuovo corso in cui gli attuali contendenti vivano in pace. Un’ipotesi che nessuno finora ha fatto propria ufficialmente ma che, spiega Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, potrebbe mettere d’accordo palestinesi e israeliani.

Intanto, mentre anche Russia e Cina cercano di ritagliarsi un ruolo di mediazione nello scacchiere mediorientale e l’Europa, come al solito, non riesce a entrare in gioco, l’IDF continua con la sua operazione militare. Dovrebbe durare ancora un mese almeno, dopo di che ad Hamas, magari proprio grazie all’intermediazione della Turchia, potrebbe essere offerta la possibilità di esiliare i miliziani rimasti in un altro Paese.

Netanyahu non dice cosa vuole fare di Gaza una volta conclusa l’operazione militare, ma sa benissimo cosa non vuole: né l’ANP, né forze internazionali, né tantomeno occupare la Striscia. Quali altri soluzioni restano?

Netanyahu aveva detto anche che avrebbe imposto una fascia di sicurezza, a protezione del confine israeliano: vorrebbe mantenere il controllo militare di una zona di qualche chilometro all’interno dei confini di Gaza. Se non vuole che Gaza torni a un’autorità palestinese, ANP compresa, se non vuole una forza internazionale come l’ONU, che è vista come organizzazione ostile, e non vuole rioccupare la Striscia come Israele aveva fatto fino al 2005 quando Sharon decise di andarsene, dovrà anche rendersi conto che alla fine questo territorio qualcuno dovrà pure gestirlo. Sono dichiarazioni con le quali Tel Aviv mette le mani avanti, ma che saranno gestite in seguito all’interno di un negoziato, dopo che Hamas sarà eliminato.

Erdogan, per parte sua, ha dichiarato di essere contro un’eventuale zona cuscinetto che tolga ulteriore territorio alla Striscia. La Turchia può avere un ruolo nella vicenda?

I turchi da un lato fanno la voce grossa con Israele, ma dall’altro non arrivano alla rottura, perché aspirano al ruolo di grandi mediatori. Non sarei neanche sorpreso se la Turchia si proponesse come garante della sicurezza israeliana, occupandosi di Gaza con questo ruolo e con il via libera della Lega araba, delle nazioni dell’area e della comunità internazionale. I palestinesi avrebbero la gestione di un Paese amico e Israele verrebbe rassicurata sul fatto che Gaza non diventi di nuovo una minaccia. Erdogan aspira a questo, ha sempre giocato queste carte: ha preso il controllo della Tripolitania, in Libia, soffiando il posto all’Italia, lo stesso ha fatto sul confine siriano-curdo a protezione del confine turco. La Turchia, insomma, si è fatta un po’ di esperienza in fasce di sicurezza, ecco perché potrebbe gestire la Striscia con un ampio mandato internazionale, in modo da poter controllare anche le risorse energetiche davanti a Gaza. Si tratta di petrolio e gas che garantirebbero le risorse per la ricostruzione.

Israele potrebbe accettare una mediazione del genere? In fin dei conti la Turchia ha sempre avuto buoni rapporti con Hamas, ha ospitato anche alcuni suoi esponenti.

Israele ha sostenuto l’intervento del Qatar per far liberare i suoi ostaggi nonostante il fatto che tutta la leadership di Hamas viva a Doha. D’altra parte, al di là delle dichiarazioni di Netanyahu, non può dire di no a tutto. Se esclude altre soluzioni dovrà accettare che entri in gioco un Paese gradito a tutt’e due, palestinesi e israeliani. La Turchia mi sembra l’unica nazione con la potenzialità e forse anche l’interesse di farlo. Piuttosto bisogna vedere se andrà bene all’Egitto.

Il Cairo non ha buoni rapporti con Ankara?

In passato no, ma oggi non è più così: sono migliorati. La Turchia era finanziata dal Qatar che per anni in Egitto ha sostenuto la Fratellanza Musulmana, sponsorizzando il governo di Morsi, poi spodestato da Al Sisi. Penso comunque che i turchi possano proporsi in questo ruolo. Se Israele dice no a tante soluzioni forse ha già negoziato sottobanco qualche altra ipotesi. Quello di Israele è un governo pragmatico: potrebbe avere da giocare una carta ora coperta, che verrà scoperta una volta concluse le operazioni militari. Netanyahu ha detto di volere una fascia di sicurezza a Gaza e i turchi hanno subito risposto no: vuol dire che hanno un piano. Potrebbe essere un gioco delle parti alla fine del quale Israele e Turchia si metteranno d’accordo.

Gli Usa dicono che la guerra a Gaza continuerà fino a gennaio, l’IDF che ci vorrà ancora un mese di pressione militare: nelle prossime settimane non dovremo aspettarci altro che nuove distruzioni?

Nella storia militare tutte le battaglie svoltesi in ambiente urbano hanno visto grandi distruzioni: Stalingrado, Berlino nel 1945, più recentemente Falluja e anche Mosul quando è stata strappata dagli iracheni all’Isis. Israele usa la mano pesante, ma l’obiettivo è stato dichiarato apertamente dall’inizio: distruggere completamente Hamas, i depositi di armi, eliminare i suoi miliziani e i leader. Come hanno fatto nel Nord faranno nel Sud. Hanno creato delle microaree in cui potessero spostarsi i civili, ma non è facile trovare posto a due milioni di persone in una zona di combattimento sempre più ristretta. Quello che è cambiato rispetto al passato è che Israele non si ferma. In precedenza per rispondere ad attacchi con i razzi l’IDF era entrata a Gaza ma poi si era bloccata anche sulla scorta delle pressioni internazionali, questa volta non è così. Un errore di calcolo che sta costando molto ad Hamas e alla Jihad islamica. Israele ha fatto una tregua per liberare donne e bambini, ma oggi che i 130 ostaggi sono per lo più uomini e soldati va più per le spicce.

Dunque Hamas ha fatto male i calcoli, non si aspettava che l’IDF andasse fino in fondo come invece sta facendo?

Credo di sì. Secondo me sono anche tanti i Paesi arabi che vedrebbero di buon occhio la scomparsa o l’annientamento di Hamas. Per questo forse non si espongono più di tanto nonostante i comprensibili proclami sui civili e gli sfollati. La Reuters ha pubblicato le considerazioni di alcuni funzionari iraniani che hanno espresso la contrarietà dei loro vertici, di Khamenei, perché Hamas avrebbe condotto l’attacco del 7 ottobre senza neppure avvisare Teheran, riferendo che se l’organizzazione palestinese si aspettava di essere appoggiata senza aver fatto sapere dell’iniziativa si sbagliava di grosso. Se Hamas si trova isolata rispetto ai suoi stessi sponsor forse ha fatto male i conti.

Putin va in Arabia Saudita e negli Emirati, ha stretto un accordo con l’Iran per aggirare le sanzioni, terrà delle esercitazioni in Oman con Iran e Cina. Contemporaneamente il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi ha parlato con Blinken concordando sulla necessità di una de-escalation nel conflitto. Cina e Russia vogliono contare anche in questo dossier?

Gli europei si lamentavano del fatto che russi e cinesi non avessero commentato come terrorista l’azione di Hamas, deprecando solo l’uccisione di tanti civili. Ma Russia e Cina non sono certo favorevoli ai movimenti jihadisti, così però, senza schierarsi da una parte o dall’altra, si sono garantiti un ruolo di possibili mediatori. Putin ha rapporti molti stretti con gli arabi, addirittura comprano armi russe. E lo stesso vale per la Cina, che ha mediato l’accordo tra le potenze del Golfo e l’Iran che ha messo fine a 30 anni di tensione. Che questo mondo guardi a Russia e Cina con maggiore attenzione e un approccio di grande affidabilità rispetto a Usa e Ue non è una novità. Se dovessimo trovarci nella situazione in cui le soluzioni per la crisi fossero mediate da questi Paesi e la Turchia, non sarebbe una sorpresa. E ci troveremmo a fare un altro esame geopolitico sul decrescente ruolo dell’Occidente.

La strada per far finire la guerra la potrebbero indicare questi Paesi e non gli Usa e la Ue?

Tutti sono rivali ma sono utili agli altri per arrivare ad accordi che riguardano interessi comuni. In questa ottica, poi, avrebbe più senso la possibilità che Hamas, una volta sconfitta militarmente, venga fatta uscire da Gaza con i suoi miliziani, sull’esempio di quanto è successo in Libano nel 1982. Non può esserci un futuro di Gaza con Hamas dentro.

Gli stessi israeliani hanno dichiarato che gli uomini di Hamas non avrebbero avuto scampo se non deponendo le armi. Può suonare come conferma di questa ipotesi?

Certo non lasciano le armi per finire in galera o impiccati, se lo faranno ci sarà un Paese come la Turchia che si farà garante e li porterà via, magari nel Nord della Siria, dove i turchi hanno il controllo territoriale di alcune zone, con il beneplacito del governo di Damasco, che è sostenuto dai russi. Vedo la possibilità di uno scenario del genere. Anzi, più gli israeliani picchieranno duro più si avvicinerà il momento di dare seguito a questo piano. Ho il sospetto, insomma, che Israele e Turchia stiano parlando da tempo di una soluzione di questo tipo e che gli americani la accetteranno: Ankara in fin dei conti fa parte della NATO. Purtroppo anche in questa crisi emerge con evidenza che gli europei non toccano palla.

(Paolo Rossetti)

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