SCENARIO ITALIA/ Mannino: quanto più è fragile Conte tanto più è forte il suo governo

- int. Calogero Mannino

Dal Mes al Recovery fund ogni fibrillazione verrà risolta con un compromesso. Pd e M5s sono costretti a stare insieme. Con la benedizione della Germania

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Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)

Questa maggioranza è condannata a rimanere qual è e ormai vedo solo una sequela di compromessi”, a partire dal Mes, da cui l’Italia riceverà però solo “una cifra irrisoria”. Davanti alle nuove fibrillazioni che attraversano il Conte 2, Calogero Mannino, ex deputato Dc e cinque volte ministro, cita l’Enrico IV di Pirandello: “sono costretti ‘a stare insieme ora, qui, per sempre, fino alla morte’. Cioè fino alla morte della legislatura”. Il motivo? “Questo governo gode della libertà dallo scioglimento delle regole che il Covid ha imposto agli altri paesi europei. Anzi, la Germania vorrebbe che l’Italia facesse anche più debito a condizione che investa per lo sviluppo: perché lo sviluppo dell’Italia è funzionale allo sviluppo della Germania. E viceversa. C’è un incastro d’interessi per cui il problema del debito pubblico, drammatico negli anni 2008-2013, adesso non ha lo stesso vigore violento di quando fu cacciato Berlusconi dal governo. Lo dimostra il fatto che in questi mesi il debito italiano è cresciuto e di tanto. E in silenzio, senza sollevare problemi né al mercato, né alla Bce, che anzi funge da ombrello proprio a questo allargamento del debito”.

Prima delle elezioni si temeva la spallata al governo, ora invece c’è la garanzia che non si vota?

È nei fatti. Solo una crisi di governo potrebbe determinare lo scioglimento delle Camere, non mi pare tuttavia che il governo possa andare in crisi, dato che questa maggioranza è condannata a rimanere qual è. Il Pd ha pagato ogni prezzo possibile a questa alleanza.

È vero, però adesso è pronto a passare all’incasso…

Ma su quale terreno? Lo stesso Pd sarà costretto a misurarsi di volta in volta con i temi in eventuale contrasto con un criterio molto realistico.

Quale?

Ormai vedo solo una sequela di compromessi, perché i due partiti non possono che stare insieme.

Anche sul tema più divisivo, il Mes?

Il M5s finirà con l’ottenere quanto basta per dire di aver salvato la faccia e al tempo stesso il ministro Gualtieri potrà tornare a Bruxelles e annunciare: sì, siamo riusciti a far passare il Mes. E poi dirà: l’abbiamo ottenuto alle condizioni migliori possibili.

Quali sarebbero?

Che prenderemo pochissimi soldi, una cifra irrisoria, decisamente meno dei 37 miliardi, che non si trasferiscono a noi a babbo morto. Sono 37 miliardi che prevedono una disciplina, una destinazione e una regolamentazione di controllo strette. E poi si tratterà di comparare il costo del Mes con il costo delle emissioni, ma sarebbe meglio chiamarle “prestiti”, che per ora fa lo Stato italiano.

Perché prestiti?

È un vanto del ministro Gualtieri aver fatto sul mercato tutto quello che è stato necessario, e a un costo notevolmente controllato.

Merito degli acquisti della Bce, non crede?

Certo, tutto coperto sempre dalla Bce.

Oltre al Mes, tra i partiti della maggioranza giallo-rossa si è di nuovo innescata o sta per accendersi una serie di fibrillazioni interne: decreti sicurezza, reddito di cittadinanza, quota 100, adesso litigano pure sul concorso docenti. Sono semplici petardi?

Sono temi su cui si scatenerà un forte contrasto, ma si troverà sempre una conclusione compromissoria.

Non ha dunque ragione Salvini quando preconizza: “il governo cadrà, litigano su tutto”?

Salvini dovrebbe rendersi conto che è solo la sua posizione ad aver determinato la forza politica dell’alleanza giallo-rossa, cioè la benedizione europea.

Dopo il voto del 21 settembre il Pd ha acquisito maggior peso politico, ma il M5s conserva il maggior peso parlamentare. Equilibrio ancor più complesso di prima?

Senza dubbio. Un equilibrio complesso e faticoso, ma che non può trovare sbocchi, perché privo di alternative. Non riesco a vedere neppure lo spazio per un rimpasto di governo. Sono costretti, come dice l’Enrico IV di Pirandello, “a stare insieme ora, qui, per sempre, fino alla morte”. Cioè fino alla morte della legislatura.

Quindi Conte non è oggi più fragile di prima?

Quanto più è fragile Conte, tanto più è forte il suo governo.

Non cadrà né verrà fatto cadere? A quel punto non potrebbe essere tentato dall’idea di fondare un proprio partito? Ed è lui l’uomo giusto per aggregare i moderati di centro?

Se Conte vuol fare il suo partito, diventa la terza gamba dell’alleanza di centrosinistra, non certo l’ago della bilancia. L’ago della bilancia lo fa adesso dall’interno in questa posizione atipica che ha all’interno dei Cinquestelle, tanto che lo stesso Grillo punta su di lui. Perciò non ha bisogno di fare il suo partito. Conte è consapevole che solo la propria debolezza è la sua forza.

Su cosa regge questo paradosso?

È un governo che si regge sul principio dell’instabilità degli equilibri. Rovescia addirittura le leggi della fisica.

Però sul Recovery fund  Conte sarà chiamato a decidere, non può temporeggiare troppo. Come si sta muovendo il governo?

Non si sta muovendo bene, sta mettendo un treno di progetti che non hanno alcuna finalizzazione. Sono indicati quattro titoli generali, tutti condivisibili, ma già in materia di infrastrutture non si capisce cosa voglia fare il governo.

Il ministro Provenzano ieri ha fatto sapere che sono a disposizione un’ottantina di miliardi per le infrastrutture, in gran parte destinate al Sud…

Il Pd non si è salvato in Toscana, ma al Sud, in Campania e in Puglia. Se il Pd non fa una politica di sviluppo per il Mezzogiorno è un partito che perderà rappresentanza. Il Pd non recupererà più in Veneto, non recupererà più oltre una certa misura in Lombardia. Al Nord ha vinto la Lega, quindi Zingaretti dovrà dare una risposta al consenso elettorale raccolto in Puglia e in Campania.

In concreto?

Deve fare una politica di infrastrutturazione del Sud, a partire dall’Alta velocità che coinvolga anche la Sicilia e dal completamento dell’anello autostradale in Sicilia: sono scelte indispensabili. Altrimenti il Pd girerà a vuoto.

E il M5s?

Il Pd si è consacrato alla funzione di garante di un’ipotesi di governo, il M5s invece non potrà mai esserlo.

Perché?

Non avrà più la forza elettorale necessaria e sufficiente: il 33% del 2018 non lo rivedrà mai più, potrà al massimo accontentarsi della metà dei voti. E quella metà serve solo per fare l’alleanza con il Pd. Salvo poi incamminarsi verso un’operazione più complessa, che richiede più tempo, almeno fino al varco delle elezioni per il capo dello Stato nel 2022 e poi fino al varco delle elezioni politiche nel 2023: a quel punto Pd e M5s dovranno guardarsi e si dovranno chiedere perché non stanno del tutto insieme.

Il voto sul referendum e per le regionali ha però rafforzato l’ala governativa dei Cinquestelle, che ora potrebbe avere gioco più facile a spingere il Movimento nelle braccia del Pd.

La prospettiva mi pare sia proprio questa.

In questa situazione di instabilità degli equilibri, potrebbero verificarsi rimescolamenti e riposizionamenti in vista del voto nel 2022 per l’elezione del Capo dello Stato?

I gruppi parlamentari del M5s sono oggi composti in larga parte da disperati: sanno che non torneranno più alla Camera, ma sanno anche di non avere alternative. Quindi non sono nelle condizioni di organizzare niente di politico.

Ma Forza Italia, per esempio, non potrebbe essere tentata di diventare una sorta di “nuova Margherita” in appoggio al governo, magari già sul Mes, per rientrare così nei giochi in vista della partita per il Quirinale?

Forza Italia, già in calo elettorale, può anche decidere di esaurire le proprie energie e la propria funzione scegliendo di andare a fare la Margherita per questa maggioranza. Non vedo però questo salto della quaglia. Lo dovesse fare, Forza Italia chiuderebbe definitivamente bottega.

È d’accordo con chi dice che “ancora una volta toccherà al presidente Mattarella agire da equilibratore del sistema, dosando il pungolo e il sostegno all’esecutivo”?

È già quello che ha fatto e da qui in avanti lo farà con la sua misura, con il suo stile. Non sarà chiamato a sforzi maggiori né allenterà il suo impegno di sorveglianza. In fondo questo governo è nato con il suo gradimento: non ha fatto niente perché sorgesse, ma era il governo gradito, anche perché in quel momento il veto europeo a Salvini non passava da un’altra strada che non fosse il Quirinale.

Si può dire, allora, che oggi la miglior alleata di questa maggioranza è l’Europa della von der Leyen?

Certo. I tedeschi hanno aperto in tutte le direzioni, dall’ampliamento del debito pubblico alla sospensione del Patto di stabilità fino al 2021, dalla garanzia della Bce sul debito all’intervento del Recovery fund, fino all’adozione di una politica green. Tutto questo risponde a un’esigenza da cui la Germania non può prescindere: il rapporto con Italia e Francia. E la Germania si aspetta un rilancio dello sviluppo economico italiano.

Non dovesse accadere?

Saranno problemi seri anche per i tedeschi, ma per noi sarà il disastro.

(Marco Biscella)

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