CAOS M5S/ Zingaretti, Conte e Di Maio lavorano al nuovo centrosinistra a tre gambe

- int. Fabrizio d'Esposito

Il M5s è diviso sulla linea politica da tenere, ma nessuna guerra per bande. E il governo non rischia, perché anche Zingaretti e Renzi non hanno interesse a farlo cadere

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Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)

Le fibrillazioni fra i Cinquestelle? “Non sono una guerra per bande, è il normale processo di crescita dei movimenti politici che entrano nella loro fase istituzionale e adulta”. Il M5s è destinato a estinguersi? “No, avrà sempre uno zoccolo duro di consensi tra il 10 e il 15%”. Il governo corre il rischio di cadere, magari su decreti sicurezza o Mes? “Ci saranno tanti mal di pancia, la maggioranza però si gode la sua luna di miele per la vittoria elettorale”, tanto più che a fare da collante a prova di crisi sono la paura di molti parlamentari di non essere rieletti e i 209 miliardi che pioveranno dall’Europa. Così Fabrizio d’Esposito, notista politico del Fatto Quotidiano, fotografa la situazione politica, quanto sta succedendo all’interno del M5s e i possibili impatti sul Conte 2.

All’interno del Movimento 5 Stelle volano gli stracci. Come si è arrivati a questa “guerra per bande”?

È vero che il termine lo ha usato il presidente della Camera, Roberto Fico, però lo ritengo un passaggio del tutto normale e fisiologico.

Perché?

All’interno magari di antipatie, rancori e ambizioni personali credo che il M5s stia discutendo su quella che dovrebbe essere la linea politica del futuro. È uno scontro di linee politiche in un M5s in piena transizione verso la sua fase adulta. Quindi è normale usare espressioni come “volano gli stracci” o “guerra per bande”, ma sono le stesse metafore utilizzate per descrivere le crisi degli altri partiti. Nella Seconda Repubblica le faide sono state all’ordine del giorno.

Quanto ha pesato il voto del 21 settembre?

È normale che dopo un turno elettorale così ambiguo, dove da una parte si è festeggiata la vittoria del referendum e dall’altra si è preso atto che in uno schema tripolare non regge l’impianto di leggi elettorali bipolari come quelle per le regionali, la posizione isolazionista dei Cinquestelle non ha più senso e si discute, come è giusto che sia, anche della questione delle alleanze. Ci sono voluti ben sette anni per arrivare a questo.

La spinta da dove arriva? Dalla debolezza di Crimi, dalle dimissioni di Di Maio che hanno sostanzialmente lasciato il M5s senza una guida forte, dalla scelta giudicata sbagliata dalla base di Grillo di sposare senza se e senza ma l’alleanza con il Pd?

Bisogna considerare tutti questi fattori insieme. Siamo arrivati a questo punto perché le responsabilità di governo, con cui i Cinquestelle si stanno misurando da due anni, provocano lacerazioni. È normale che ci siano linee alternative.

Quali sono gli schieramenti in campo?

Identifico un gruppone istituzional-governista, in cui pur con mille ambiguità ci sono Luigi Di Maio e Roberto Fico. E poi c’è tutto il gruppo silente governista che si identifica in Conte.

Quanto pesa?

Mi ha colpito molto che in una intervista a Repubblica Cancelleri abbia parlato esplicitamente di un centrosinistra del futuro a tre gambe: Pd, M5s e partito di Conte. Il premier è l’unico oggi in grado di mettere in piedi un partito di centro decente. Non certo Renzi, né Berlusconi né Calenda o altri personaggi.

Ammettiamo che questo sia lo scenario, come ti immagini questo centrosinistra a tre gambe?

Me lo immagino con un Pd al 20%, un M5s al 12% e un partito di Conte al 10%. Poi, se Conte dovesse identificarsi nei Cinquestelle, magari quello diventa il partito del premier e potrà crescere ancora di più. La contendibilità al centrodestra verrà da lì, non da altre forze improbabili, che sono sovrarappresentate solo perché hanno dato vita a scissioni in Parlamento, e oggi elettoralmente non valgono nulla.

Oltre al gruppone governista ci sono altre anime all’interno del M5s?

C’è l’estremismo, malattia infantile del comunismo si diceva una volta, di Di Battista.

Che non ha esitato a lanciare il suo forte richiamo all’identità…

Quando Di Battista è andato in Puglia a fare campagna contro il voto disgiunto, a me ha ricordato i famosi autogol alla Nicolai.

In questa partita che ruolo si sta ritagliando Di Maio?

Di Maio, che si è giocato tutte le sue carte in maniera rovinosa con l’alleanza giallo-verde, oggi si è ritagliato un ruolo alla D’Alema, ed è stato bravo, perché ha fatto finta di dimettersi, ha fatto nominare Crimi, su cui ha scaricato le responsabilità della sconfitta grillina alle regionali, mentre lui si è intestato la vittoria del Sì al referendum, ha incassato il clamoroso autogol di Di Battista e dopo mesi di gelo con Conte appare come uno dei più forti sostenitori di questo governo. Si è dimostrato un grande tattico.

La novità è il fatto che per la prima volta si mette esplicitamente in discussione anche il ruolo di Casaleggio e della piattaforma Rousseau, che finora erano tabù intoccabili. Che ne pensa?

È un’altra novità positiva del Movimento. Più si liberano di Casaleggio, meglio è. La democrazia diretta di Rousseau secondo me è una fanfaronata. E mi ha fatto piacere che la Castelli abbia ammesso: la selezione della classe dirigente su Rousseau non funziona. Se ne sono accorti dopo otto anni…

Nuovo capo politico, leadership collegiale o Stati generali: quale proposta vincerà?

È una domanda da tripla. Nel caos interno del Movimento ciascuno gioca le sue carte. C’è forse molta riluttanza a eleggere un capo assoluto, Di Maio insegue una leadership plurale oppure personale, Fico è per la collegialità, Di Battista vuole un congresso vero, quindi gli Stati generali… Ma prima bisognerà arrivare a un consenso intorno alla linea politica, poi si deciderà sul resto.

Il M5s è sul viale del tramonto? Imploderà su se stesso o subirà una scissione tra governisti e duri e puri?

All’implosione o all’estinzione non ci credo affatto. Il M5s ha uno zoccolo duro del 10-15% che resisterà sempre. Ed è forse l’obiettivo di Di Maio: stabilizzare i Cinquestelle su questa forchetta di consensi. Anche perché i voti che il M5s doveva perdere a favore della destra, sono già stati persi.

E il Pd che attrazione può esercitare sugli elettori grillini?

Abbiamo parlato di grande vittoria del Pd, ma vorrei ricordare che Zingaretti ha preso il partito al 18% e in due anni l’ha portato al 20%. Due punti in più, in tempi di massima volatilità dell’elettorato. Renzi in quattro anni è crollato dal 40% al 18%.

A proposito di Pd, Zingaretti dopo le regionali è intenzionato a condizionare fortemente l’agenda del governo. Decreti sicurezza e Mes sono temi incandescenti. I Cinquestelle dovranno ammainare la bandiera per ragioni di realpolitik o a rischiare sarà la tenuta stessa del Conte 2?

Il governo non cadrà né sul Mes né sui decreti sicurezza. Assisteremo a un dibattito lungo, che provocherà certo molti mal di pancia, ma non produrrà alcun impatto devastante, troveranno un compromesso, neanche Zingaretti andrà fino in fondo, a meno che non metta nel conto l’ipotesi di andare a elezioni anticipate. Oggi c’è una convergenza di interessi tra Zingaretti, Conte e Di Maio, anzi soprattutto tra i primi due. E questo vale perché le elezioni sono andate bene a Pd e M5s, avessero perso, si sarebbe aperto ben altro scenario.

Il ruolo di Renzi?

Lo stesso Renzi non ha interesse ad andare fino in fondo perché sa che in caso di elezioni ridurrebbe la sua pattuglia parlamentare.

Le fibrillazioni del M5s dureranno un po’: potranno incidere sul cammino verso il Recovery fund e la Legge di bilancio 2021?

No. Anzi, il Recovery fund è la scommessa su cui devono giocare la rinascita.

Conte però non potrà più solo mediare e rinviare, dovrà prendere decisioni: e se scontentasse troppo i due alleati?

La strategia dilatoria sul Recovery fund non potrà continuare troppo e Conte dovrà dimostrare di fare sul serio.

Il Conte 2 non rischia proprio nulla?

Se questo governo deve produrre la maggioranza che eleggerà il nuovo Capo dello Stato nel 2022, qualsiasi argomento delicato o divisivo potrà causare forti discussioni, ma non la sua colata a picco. Poi tutto è possibile, a volte la politica diventa irrazionale, basta un incidente per farla precipitare. E poi, basta dire che è sparito dai radar il nome di Draghi: chi ne parla più?

Insomma, si può dire che la paura di andare al voto dopo il taglio dei parlamentari e la manna dei 209 miliardi che pioveranno dall’Europa sono due collanti a prova di crisi?

Penso proprio di sì. La maggioranza si gode la sua luna di miele per la vittoria elettorale.

(Marco Biscella)

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