SCENARIO LAVORO/ La “molla” da riscoprire al posto dei sussidi

- Fiorenzo Colombo

Occorre rimettere la persona al centro del lavoro e delle politiche a esso collegate piuttosto che inventare nuovi sussidi

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(LaPresse)

In questo scorcio d’inizio d’anno la questione lavoro si ripresenta prioritaria nel nostro vivere, sia sotto il profilo economico e sociale per le istituzioni e il mondo delle imprese oltre che esistenziale per le persone e i corpi intermedi.

Alcuni commentatori, anche su queste pagine, hanno colto e analizzato in profondità dati e dinamiche: dal rapporto con la formazione e distribuzione della ricchezza alle politiche passive e attive, dagli squilibri settoriali e territoriali ancora esistenti alle necessità imposte dalle diverse transizioni in cui saremo immessi, dalle risorse messe a disposizione dall’Unione europea all’implementazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

In queste ultime settimane, quotidianamente, Il Sussidiario ha offerto diversi e autorevoli contributi di studiosi e accademici, dirigenti sindacali e imprenditori, consulenti e operatori del mercato del lavoro, una mole di voci e scritti che ci hanno descritto i rimbalzi dell’economia che, ad esempio, hanno dato un nuovo impulso a diverse forme di impiego, a partire dal lavoro somministrato (ex interinale), che è balzato in avanti con cifre importanti anche se sicuramente non tutte durature per i lavoratori in questione. Ma meglio piuttosto che il nulla, si suol dire.

Dai provvedimenti contenuti nella Legge di bilancio 2022, approvata in extremis il 30 dello scorso mese in tempo utile per evitare l’esercizio provvisorio, ci saremmo aspettati meno timidezza sul fronte delle politiche di sostegno, con i rischi di ricadere in un catalogo infinito di incentivi e divieti che rischiano di generare solo confusione e disorientamento tra gli operatori, stretti tra la volatilità dei mercati e l’insorgere di costi inaccettabili sul fronte delle risorse energetiche e di alcune materie prime.

Se sul fronte dei tavoli di crisi vi è una significativa riduzione dei punti caldi collegati a disinvestimenti e dal ridisegno di nuove mappature produttive in corso da parte di alcune multinazionali, non possiamo disconoscere che il panorama che si intravede per il 2022 è ancora in parte offuscato da ombre e in parte illuminato da fiammelle di luce che si stanno accendendo, anche sul fronte di una parte del lavoro pubblico, ad esempio.

Ma ciò che ci ha maggiormente colpito, per l’acutezza delle osservazioni e per l’originalità di valutazioni e proposte, è stata la percezione da parte di molti di coloro che hanno le mani in pasta, circa la necessità di adottare comportamenti organizzativi e individuali che corrispondano a uno scopo pienamente umano dell’agire economico e imprenditoriale, nell’intraprendere soluzioni e programmi che tengano conto delle persone al lavoro, nel cambiare lavoro, nel ricercare il lavoro, nel mettere in cantiere la necessità di arricchire conoscenze e capacità nuove e diverse in rapporto ai cambiamenti di struttura e di organizzazione del lavoro stesso.

Se abbiamo compreso che il lavoro da casa o a distanza non è proprio il massimo o l’ideale, tuttavia necessario in alcune fasi temporali o in alcuni contesti aziendali, abbiamo imparato che la questione non può ridursi solo in un atteggiamento difensivo, pur necessario e utile (dalla disconnessione ai buoni pasto garantiti, dalle norme sulla sicurezza alle forme di welfare di conciliazione), ma una modalità di concepire e organizzare il lavoro dove gerarchie e forme di collaborazione e partecipazione assumono altri connotati, dove la relazione tra le persone rimane la molla decisiva, il fattore determinante del lavoro in qualsiasi impresa, profit o no profit, piccola o grande, con il datore di lavoro fisico o con una piattaforma. 

Bene hanno fatto tutte le parti sociali del nostro Paese a stabilire lo scorso 7 dicembre un protocollo di orientamento per le concrete soluzioni aziendali e individuali, un documento che valorizza i contesti lavorativi, rispettando tutte le modalità diversificate in cui si esplicita il lavoro: trasporti e ospedali, fabbriche e uffici, negozi e piccoli laboratori, ecc. Ecco perché non abbiamo compreso, nei giorni successivi, la ragione per cui due organizzazioni sindacali hanno proclamato uno sciopero generale che, per le evidenti ragioni e i tempi, è passato molto in sordina e di cui, forse, anche gli stessi promotori ci penseranno 70 volte 7 la prossima volta!

Abbiamo letto delle sfide educative nelle imprese (Sportoletti), della necessità di adottare norme che incentivino comportamenti adeguati nelle politiche per il lavoro giovanile anziché divieti e sanzioni (Massagli), della dimenticanza di norme per i lavoratori più fragili e meno dotati nella Legge di bilancio (Forlani).

Proprio sulla particolare vicenda del lavoro per fragili e disabili si gioca una tradizione e una concezione del lavoro che ci pone domande radicali e decisive sui comportamenti necessari da adottare: non ci sarà nessun incentivo fiscale che potrà risolvere il rapporto costi/benefici, ma solo la comprensione di una responsabilità sociale in capo a tutti i soggetti coinvolti (famiglie e imprese, operatori dei servizi di sostegno e del mercato del lavoro), affinché vi sia un lavoro veramente per tutti e non solo politiche assistenziali che portano ad annichilire il desiderio di mettersi in gioco, che è presente in tutti anche se non sempre in modo presente e consapevole. 

Il nostro compito è di risvegliare in tutti questo desiderio di essere utili, sia a sé stessi innanzitutto, sia alla comunità civile.

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