SCENARIO/ Se l’ombra di Craxi accelera la fine di M5s e del Governo

- Ugo Finetti

L’implosione di M5s mette in allarme Conte, che voleva raccoglierne i resti per portarli nel Pd e spartirsi il potere con Zingaretti. Lo scenario

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

Il governo Conte è in stato di fibrillazione tra scenari di guerra, crisi aziendali e dati economici non positivi e i due principali partiti sono al loro interno agitati: i 5 Stelle continuano a perdere consenso e il Pd vede il Paese “spostarsi” sempre più a destra, con Salvini che, stando all’opposizione, non si “sgonfia”.

Il premier Conte dichiara però che – nonostante scissioni, espulsioni e dimissioni – la maggioranza non è a rischio in quanto nessuno vuole elezioni anticipate. Il governo secondo lui può contare su una sicura maggioranza in Parlamento perché non ha la maggioranza nel Paese.

Incombe però il precedente di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi che nonostante avesse la maggioranza in Parlamento si dimise (19 aprile 2000) dopo la sconfitta del suo partito in elezioni regionali. Tutto – a cominciare dalla “verifica” per “ripartenza” con “cronoprogramma” – è quindi tenuto in sospeso in attesa del voto in Emilia del 26 gennaio in cui la vittoria della sinistra sembra un po’ meno scontata.

Da due mesi i sondaggisti hanno sempre indicato in vantaggio il governatore uscente del Pd, Bonaccini, però nell’ultimo sondaggio consentito prima del voto, a tutela della loro professionalità, hanno messo le mani avanti: lo scarto con la rivale leghista è ridotto al minimo e, comunque, la coalizione di centro-destra è data in netto vantaggio.

Preoccupazione e nervosismo sono quindi evidenti nello stato maggiore della coalizione. Sia il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, sia il capo politico del M5s, Luigi Di Maio, hanno annunciato che subito dopo il voto in Emilia rilanceranno-rifonderanno il proprio partito. L’intervista a Repubblica di Zingaretti è intitolata appunto “Cambio tutto” prefigurando un congresso straordinario.

Vertice innegabilmente in crisi nel M5s. Un pessimo risultato sia in Emilia sia in Calabria è ormai certo e Di Maio corre ai ripari convocando anche lui un congresso straordinario, gli stati generali. Già svanita la spinta propulsiva dei “facilitatori” da lui nominati, il capo politico promette la trasformazione del movimento in un vero e proprio partito con un regolamento di conti interno.

La crisi si presenta infatti anche in termini di contrapposizione politica e personale tra premier e ministro degli Esteri. Da un lato Conte (con Beppe Grillo) punta a trasformare i 5 Stelle in un partito di sinistra in alleanza duratura con il Pd (non escludendo già alle prossime elezioni presidenziali la salita del premier al Quirinale aprendo la strada di Palazzo Chigi a Zingaretti), dall’altro Di Maio cerca di resistere alla cessione della leadership e si appella allo “spirito originario” del movimento – “né di destra né di sinistra” – per mantenere, anche perdendo voti, un ruolo determinante tra Lega e Pd grazie al ripristino del sistema proporzionale.

Di certo sono passati i tempi del Grillo che urlava “Vaffa” e intimava: “Arrendetevi. Siete assediati”. È ora il grillismo a vivere assediato a Palazzo Chigi, senza più piazze a sostegno, temendo le elezioni e con situazioni che sfuggono di mano.

La crisi dei Cinquestelle è anche crisi determinata dalla sensazione di essere effetto di uno scenario di illusioni e falsificazioni. Il suo stesso principale dato originario – il giustizialismo – non ha più un’attrazione carismatica. È significativo il fenomeno della ricorrenza del ventennale della scomparsa di Craxi con film di successo, trasmissioni televisive con buoni ascolti e un moltiplicarsi di libri e interventi editoriali. Non si tratta di “riabilitazione”, ma di “sdemonizzazione” e di “rivisitazione”. Nessuno pensa di risuscitare il passato o nega le illegalità, ma è diffusa l’impressione che la narrazione ufficiale vada verificata: i vertici del Pci non erano così casti e i magistrati così spoliticizzati. Il giustizialismo del Fatto Quotidiano con Di Pietro-Topolino contro Craxi-Gambadilegno si rivela un mondo di cartapesta con un sottobosco di lotte personali e di potere.

E la perdita di credibilità dell’uso politico della giustizia è tale che nella maggioranza non si sa più se convenga votare l’autorizzazione a procedere contro Salvini per la Gregoretti alla vigilia del voto del 26 gennaio.

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