SCENARIO/ Trump, strategia-Iran contro Germania e Italia

- int. Andrew Spannaus

Una strategia modello Iran: è il nuovo approccio di Trump ai dossier sensibili in Europa, che non dovranno essere gestiti contro gli interessi Usa

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Donald Trump (LaPresse)

Greta Thunberg torna a rimproverare i potenti del mondo: “Non è stato fatto nulla, le emissioni di CO2 non sono state ridotte”. “No ai profeti di sventura” è la risposta di Trump, che vanta i risultati della sua amministrazione proprio nel giorno in cui al Senato si apre il processo di impeachment.

Non è però il duetto Greta-Donald il cuore del World Economic Forum di Davos, con buona pace dei media mainstream, dice al Sussidiario Andrew Spannaus. Giornalista americano, fondatore di Transatlantico.info, Spannaus dà a Trump il 50 per cento di probabilità di essere rieletto. Davos non dista poi molto dall’Italia, gli Stati Uniti invece sì; ed è probabile che la distanza aumenterà ancora.

“L’America sta vincendo di nuovo, come mai prima” ha detto Trump. Vero o falso?

È falso che gli Usa abbiano risolto i problemi e che stiano meglio di sempre. È invece un fatto che la loro posizione è meno dominante a causa degli errori passati. Nel mondo multipolare c’è più di una potenza a contendersi una bella fetta dell’economia mondiale.

In che cosa Trump è stato fin qui decisivo?

Nel non credere più nell’ideologia globalista, che in realtà aiuta solo una parte della società e fa male all’altra, e nel tentare politiche conseguenti, seppur in modo non sempre coerente.

Quali successi può vantare?

La tregua siglata con Pechino è sicuramente una vittoria parziale. Trump l’ha ottenuta perché ha minacciato e attuato dei dazi con i quali ha fatto sedere la Cina al tavolo delle trattative, ricevendo in cambio una maggiore apertura ai prodotti americani in alcuni settori e una limitazione del furto di tecnologia. Certo, le questioni di fondo restano irrisolte.

Può essere più preciso e fare un esempio di politiche trumpiane più equilibrate?

Il Congresso Usa ha appena varato il Nafta 2.0 (Usmca, accordo Stati Uniti-Messico-Canada, ndr). Aumenta i salari dei lavoratori in Messico, la componentistica dell’automotive prodotta in Nordamerica e il rispetto delle regole su lavoro e ambiente. Scritto dalla Casa Bianca, è stato modificato e poi approvato con il sostegno dei Democratici e dei grandi sindacati americani. Non è il solito favore alle multinazionali e per questo segna un tentativo vero di ridurre gli effetti negativi della globalizzazione.

“America first” vuol anche dire minori interferenze nella politica degli alleati europei. Trump non sembra però consapevole delle conseguenze: la Germania è entrata nell’orbita cinese e l’Italia ha aderito alla Via della Seta.

Gli Stati Uniti non hanno lasciato l’Ue. C’è una forte attenzione su alcuni settori: in tema di telecomunicazioni e 5G gli Usa hanno esercitato pressioni sull’Italia come su altri alleati europei. I rapporti continueranno ad esserci, più in stile Trump, cioè esercitati con una combinazione di bullismo e di distacco. Ma restano saldi.

Ne è sicuro?

Se si guardano i dati pubblicati dall’ambasciata americana, si vede che il commercio tra Italia e Usa è aumentato significativamente nell’ultimo anno.

Chi risentirà di più del nuovo approccio americano?

Indubbiamente la Germania. 

Su quali dossier?

Il 5G è uno, ma è solo un elemento della battaglia sui settori strategici che potrà esercitare un attrito anche notevole tra Usa, Ue e Cina. Penso all’applicazione dell’intelligenza artificiale, che si estenderà a numerosi campi, dalla manifattura e gli armamenti al campo sociale, oltre alla questione energetica naturalmente, già al centro delle discussioni negli ultimi anni.

Non è chiaro se dietro questa nuova politica ci sia una strategia precisa.

La strategia è il metodo Trump: non farsi bloccare e impantanare nelle guerre altrui, senza per questo rinunciare alla tutela degli interessi americani. Se messi in difficoltà, la reazione sarà determinata, in taluni casi perfino “sproporzionata” ma a distanza. Molti diranno che gli Usa perdono influenza e creano effetti negativi collaterali.

È proprio quello che è evidentissimo in Italia.

Trump non ha in mente una latitanza dell’America, ma un altro modo di agire. Non ci sarà più la micro–gestione delle crisi in aree in cui gli Usa non hanno interessi molto stretti.

Sul 5G l’America ha avuto dall’Italia risposte giudicate soddisfacenti?

Ha ricevuto promesse e ci sono state contromisure governative. Credo che l’Amministrazione le ritenga il minimo necessario.

Washington scommette su qualche cavallo?

Su Potere al popolo… Se Trump vuole continuare la svolta pro-lavoratori – che già dà fastidio ai liberisti dell’establishment americano – avrà bisogno di alleati tra i sovranisti di sinistra, no? Comunque “Washington” è un concetto fluido; non necessariamente gli obiettivi della diplomazia tradizionale riflettono quelli di Trump.

Lei nel 2016 predisse con sette mesi d’anticipo la vittoria di Trump. Quali sono le sue probabilità di essere rieletto?

Cinquanta-cinquanta. Sono più alte di tre mesi fa quando i democratici hanno cominciato a fare sul serio con l’impeachment, che però finora non ha indebolito Trump anche se fervono gli incontri dietro le quinte per convincere i senatori repubblicani ad abbandonare il presidente.

E quindi?

Quindi qualche rischio c’è.

Ma l’economia cresce e l’occupazione è in aumento.

La forza dell’economia Usa va presa con le pinze: è vero che la situazione è migliorata, ma il potere d’acquisto è basso, ancora sotto quello di 40 anni fa, come ha ricordato pochi giorni fa Stiglitz. Anche la percentuale della forza lavoro impiegata è più bassa che in passato. I salari cominciano a crescere ma tra la classe media e media-bassa domina ancora un senso di precarietà diffusa.

Quale orientamento predomina nell’amministrazione Usa sul climate change?

C’è la convinzione che i media negli ultimi anni abbiano adottato una posizione unilaterale, esagerata. Presentano la situazione come se ogni problema fosse il risultato dell’aumento di CO2 e come se ogni obiettivo politico dovesse essere subordinato alla sua riduzione.

E invece?

Che il cambiamento climatico dipenda direttamente dalla CO2 è una tesi che a livello scientifico non è dimostrata. Ci sono scienziati seri a sostenerlo, non per questo a libro paga delle società petrolifere. Non negano il climate change, ma non pensano che il CO2 sia il primo fattore a condizionare il clima mondiale.

Non è un tesi impopolare per chi chiede agli americani di restare alla Casa Bianca?

Gli Usa hanno fermato l’aumento di emissioni: sono stabili da diversi anni, a un livello alto, ma stabili. L’aumento viene dai paesi che si stanno sviluppando. 

(Federico Ferraù)

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