RICERCA/ Terremoti, frane, smottamenti: c’è chi studia per riuscire a prevederli

- Alessandro Castellazzi

ALESSANDRO CASTELLAZZI, ingegnere, fa parte di un progetto per lo studio dei movimenti geologici. Per il momento la ricerca è limitata al monte San Martino di Lecco, ma gli sviluppi futuri potrebbero contribuire ad accrescere esponenzialmente la nostra capacità di prevedere possibili rischi

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Che l’Italia abbia un territorio caratterizzato da una complessa morfologia del terreno nonché una forte antropizzazione è noto a tutti. Molti dei nostri centri abitati, in particolare della fascia alpina, si sviluppano a ridosso di sistemi montuosi che non di rado sono fonte di rischio sia per le abitazioni che per i sistemi di comunicazione che li attraversano.

Negli ultimi tempi hanno avuto sempre maggior risalto notizie relative ad eventi conseguenti a dissesti di natura idrogeologica. Tali fenomeni, come tutti quelli naturali, sono attualmente di difficile se non impossibile previsione; anche se la comunità scientifica sta sempre più indirizzando i propri sforzi nella direzione di una maggiore conoscenza dei complessi meccanismi alla base di tali eventi che ne consenta, quanto più possibile, una gestione preventiva.

A queste problematiche cerca di rispondere il progetto Prometeo, sviluppato dal Politecnico di Milano con il supporto di istituzioni sia pubbliche che private; il progetto prevede il monitoraggio della parete del monte san Martino, che sovrasta la città di Lecco. Tale parete, a causa della conformazione della roccia, è soggetta a fenomeni di frattura e crolli che, già in passato, hanno portato al distacco di massi nonché alla perdita di vite umane.

Nella zona maggiormente interessata, verrà prossimamente installato un sistema di sensori sia di tipo tradizionale (estensimetri, geofoni), che di tipo innovativo, appositamente progettati dal team guidato dal professor Cesare Alippi e basati su tecnologia MEMS, ovvero microsistemi sensoriali che stanno trovando sempre maggiori applicazioni nella vita di ogni giorno (si pensi alle console di videogiochi, agli hard disk, ai sensori di movimento nelle scarpe, ecc). Collegati in rete, i sensori permetteranno di registrare le microfratture che avvengono nella struttura cristallina della roccia e trasmetterle alla unità di elaborazione centrale, installata in parete, alla quale tutti i sensori sono collegati. Tali unità hanno il grande vantaggio di essere di piccola dimensione nonché avere un consumo energetico molto inferiore ai sensori tradizionali.

 

Quest’ultimo aspetto è fondamentale se pensiamo che nelle aree montuose spesso l’unica fonte energetica è costituita da pannelli fotovoltaici, come nel caso della parete monitorata, per di più operanti in condizioni di bassa insolazione. Ogni singolo aspetto del progetto, dai contenitori stagni per i sensori, alle schede di elaborazione, al sistema di alimentazione con pannelli fotovoltaici, ai sistemi di trasmissione wireless e collegamento via cavo (realizzato nella stessa tonalità della roccia) sono stati curati e progettati ad-hoc per l’applicazione.

Tutti i dati raccolti dalla rete di sensori (ci si attende una marea di byte), verranno inviati in tempo reale, tramite un ponte radio, a una centrale operativa realizzata presso il Campus Point del Polo di Lecco, dove, andranno a costituire un’imponente base di dati per successiva interrogazione da parte dei ricercatori. Si pensa che tali informazioni possano fornire una fotografia accurata, e sicuramente in evoluzione nel tempo, della mappa di rischio dell’area: conoscenze preziose per aspetti di prevenzione e gestione della prima emergenza.

Il progetto prevede il coinvolgimento, proprio per la sua complessità e la multidisciplinarietà dei temi trattati, di vari dipartimenti del Politecnico e più di 40 persone tra professori, ricercatori e tesisti.







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