DIBATTITO/ Ecco perché gli ambientalisti non hanno capito nulla dell’ambiente

- Mauro Villa

MAURO VILLA spiega alcuni elementi del rapporto fra l’uomo e l’ambiente, soffermandosi sul tema dell’educazione ambientale e dell’etica della conservazione. Occorre spesso spostare l’asse della tutela della natura dalla conservazione passiva alla gestione

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Erano i primi anni ’70 quando la Regione Lombardia muoveva i primi passi verso la costruzione di un sistema coordinato di aree protette: nel 1974 veniva istituito il primo e più vasto parco regionale, quello del Ticino, poi ulteriori provvedimenti portarono in una decina d’anni alla realizzazione di un complesso, esteso ed articolato sistema di aree protette, il cui assetto finale fu dato con la storica la legge regionale 30 novembre 1983, n. 86, anticipando di dieci anni la legge quadro nazionale sulle aree protette, la n.394 del 6 dicembre 1991.

Benché ispirate alla necessità di tutela della natura, molte delle norme sviluppate misurano la propria efficacia in termini di cogenza a livello urbanistico, sviluppando innanzitutto un sistema di zone, cui conseguono divieti e vincoli; in generale, il problema posto si colloca a livello di riduzione del danno inferto alla natura dalle attività umane: si tratta di contenere, prevenire e ridurre il cosiddetto disturbo antropico.

Da allora l’approccio al problema ha mutato sensibilmente prospettiva, soprattutto dietro lo stimolo di due direttive comunitarie (la direttiva “Uccelli”, 1979 e soprattutto la direttiva “Habitat”, 1992). Anzitutto, finalmente, si è ricondotta l’attenzione a temi più marcatamente naturalistici ed ecologici (specie ed habitat di interesse); inoltre, si è evidenziato che non si tratta più semplicemente di vietare e di prescrivere, ma anche di gestire, superando la logica fissista insita in tanti ragionamenti astratti sulla conservazione della natura.

Si è andata così sviluppando la consapevolezza che in un territorio fortemente caratterizzato dall’antica presenza dell’uomo quale quello lombardo, la mera apposizione di vincoli non basta a garantire il mantenimento degli attuali livelli di biodiversità, anche perché – sorpresa – alcuni degli ambienti a più elevata biodiversità sono esattamente dovuti al lavoro dell’uomo. Il riferimento più immediato va all’ampia area dei prati e dei pascoli prealpini, di norma collocati entro la fascia che sarebbe naturalmente occupata dal bosco; in tali ambienti il contenuto in specie animali e vegetali raggiunge veri e propri livelli record in Europa: in un metro quadro si contano infatti anche 50 specie floristiche e decine di specie animali, soprattutto insetti e si tratta spesso di specie rare e/o endemiche, ossia presenti in aree molto ristrette. Per difendere la permanenza di tali importanti habitat è necessario intraprendere il sostegno alle pratiche agricole tradizionali, pena l’omogeneo e naturale imboschimento di ogni luogo con eccezione di qualche cengia o dei versanti più acclivi. Sotto un profilo squisitamente naturalistico e scientifico-conservazionistico, pertanto, e per essere in linea con gli orientamenti comunitari, occorre spesso spostare l’asse della tutela della natura dalla conservazione alla gestione, implicando pertanto la necessità di intervento.

 

In questo mutato quadro, il tradizionale concetto di “educazione ambientale”, in verità molto appiattito su contenuti più propriamente definibili come “informazione ambientale”, è al passo coi tempi?

Sostanzialmente di questo si è discusso nel seminario “Etica della conservazione” organizzato a fine ottobre dal Parco Regionale delle Orobie bergamasche, in collaborazione con la Fondazione Lombardia per l’Ambiente e con la partecipazione e con la partecipazione di tecnici, ricercatori, docenti universitari, insegnanti e studiosi; scopo ultimo del seminario è la proposta alla Regione Lombardia di un “documento direttore” sull’argomento. Ecco alcuni tra i numerosi spunti emersi.

Un primo spunto riguarda il valore della natura, che non è assoluto, ma in rapporto all’uomo e all’uomo concreto. Ad esempio, non è molto rilevante, in sé e in prima approssimazione, la recente e drastica diminuzione dell’avifauna nidificante nelle campagne lombarde; ciò che è rilevante è che una campagna silenziosa ridotta a sterile monocoltura, priva della sua intelaiatura ecologica di siepi, rogge e boschetti è brutta ed inospitale anche per l’uomo. A prescindere da eventuali problemi di ordine sanitario, in un ambiente brutto l’uomo vive male.

E ancora. Se si ignorano i processi storici e sociali che hanno condotto alla definizione dell’attuale stato dei rapporti tra uomo e natura si commettono errori di valutazione grossolani il cui solo esito sono opzioni velleitarie. Ai fini pratici, è poco costruttivo ragionare in astratto di etica della conservazione e quindi di educazione ambientale, perché sussistono differenze sostanziali nei problemi di conservazione della natura, per esempio, in Amazzonia ovvero in Lombardia.

 

Una terza considerazione porta a rilevare come ogni discussione sull’intervento dell’uomo nei confronti della natura non possa prescindere da un senso del limite. Quando, secoli fa, si edificarono le mura di Bergamo, progettisti e maestranze dovettero procedere in un relativo rispetto dei caratteri morfologici e geologici del substrato, realizzando una costruzione non solo funzionale, ma anche pregevole dal punto di vista estetico e che è diventata a sua volta habitat per flora e fauna peculiare; troppo spesso, di fronte a problemi analoghi, il modo di procedere moderno sarebbe viceversa ispirato innanzitutto dalle sovrabbondanti capacità tecnologiche, che produrrebbero lo spianamento dell’area e la realizzazione di una omogenea colata di cemento, senza alcun rispetto del contesto. Gli esiti di tale approccio sono sotto i nostri occhi, nella bruttezza di molte costruzioni moderne.

Infine, perché sia utile, l’educazione ambientale deve evitare un approccio ideologico e preconcetto, per partire dalla persona e dai suoi contesti ed esigenze concrete, altrimenti nessun percorso educativo ha senso. L’educazione ambientale non è quindi solo un problema tecnico ma va collocata in un contesto educativo unitario, che per produrre esito, anche a livello scolastico, non deve essere frammentato in competenze specifiche (l’educazione ambientale, l’educazione civica, l’educazione alla salute…), quasi si tratti di acquisire capacità tecniche, ma viceversa attingere contributi specifici da discipline specifiche e collocarli nel grande ed affascinante tema dell’educazione.



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