LA STORIA/ Landi (ricercatrice): vi racconto la mia vita a fianco dei “giganti” Usa

- int. Maria Teresa Landi

MARIA TERESA LANDI è ricercatrice al National Institute of Health, uno dei centri di eccellenza mondiale in campo scientifico. Ha anticipato al sussidiario i contenuti della sua relazione di oggi al Meeting di Rimini

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Il National Institutes of Health (NIH) di Bethesda, nel Maryland, è uno dei massimi centri mondiali della ricerca medica, reso celebre anche da alcune serie televisive. Qui, al National Cancer Institute opera da una decina d’anni Maria Teresa Landi che, partita dall’Università di Milano dove si era laureata, ora è Senior Investigator e si occupa in particolare di studiare i determinanti genetici e ambientali del cancro.

Oggi al Meeting porterà la sua testimonianza di scienziata, di persona appassionata al suo lavoro, appassionata alla realtà.

Lei opera in un centro di eccellenza mondiale: quali sono gli aspetti che lo rendono tale?

Sono il valore e il peso dato alla ricerca, che è sentita come la chiave per conoscere e possedere le cose e poterle manipolare in vista di un beneficio dell’uomo. Ciò è ben visibile in molti aspetti concreti: dall’ammontare delle risorse a disposizione: basti pensare che l’NIH investe circa 30 miliardi di dollari all’anno per la ricerca; dal tempo dedicato alla ricerca (qui trovi sempre qualcuno che lavora a qualsiasi ora del giorno e della notte); dal valore dato all’educazione (per esempio da noi ci sono seminari settimanali ad alto livello); dalla selezione ferrea dei progetti su cui puntare e dei ricercatori in essi coinvolti.

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Si vede anche dalla possibilità di trovare a pochi passi esperti delle più diverse discipline con cui scambiare idee; dal favorire collaborazioni con i più grandi esperti in tutto il mondo: l’NIH è spesso a capo di consorzi internazionali che radunano esperti di una determinata disciplina perché si affrontino insieme i problemi più complessi.

E ancora, dalla verifica continua dei risultati e del lavoro fatto: per esempio da noi anche coloro che hanno la "tenure", cioè il posto di lavoro permanente, sono soggetti alla cosiddetta "site visit", in cui esperti dai migliori centri di ricerca del mondo devono valutare ogni quattro anni l’operato del ricercatore in esame: se non viene ritenuto adeguato per gli standard più alti, a quel ricercatore possono essere tagliati i fondi della ricerca o gli viene chiesto di cambiare approccio o addirittura lavoro.

Nell’esperienza dei ricercatori di un centro del genere, prevale la competizione o la cooperazione per la comune ricerca della verità?

 

Quanto più il progetto ha a che fare con lo specifico interesse del ricercatore e quanto più è grande la portata, tanto più prevale la competizione. Molto si gioca su chi arriva prima, perché se arrivi prima a fare una scoperta, la pubblichi per primo e diventi più famoso: è quindi più facile che tu riesca a ottenere più fondi per la ricerca successiva e quindi che tu possa continuare a pubblicare bene e prima degli altri. Così il ciclo si perpetua; ed è sempre più una corsa per arrivare primi.

Ma, come ho già accennato, quanto più le ricerche si fanno complesse, tanto più prevale il mettersi insieme per trovare la risposta. Però anche in questi consorzi internazionali non è facile, perché ognuno ha il suo interesse da difendere. Per esempio, i giovani hanno bisogno di pubblicare molto con il primo nome per avanzare nella carriera e quando si lavora insieme è difficile far emergere uno sugli altri.

È vero che le regole per la valutazione della carriera stanno cambiando, ma per il momento sono dominate dalla verifica dell’indipendenza del ricercatore nel portare avanti una determinata ricerca, cosa che è difficile da dimostrare quando si lavora insieme. Allora spesso si ricorre a regole per garantire la correttezza del procedimento. Per esempio, è sempre più comune mettersi d’accordo sull’ordine degli autori dei futuri articoli ancora prima di iniziare le analisi, proprio per evitare spiacevoli discussioni e lotte alla fine del lavoro. Oppure si cercano le "win-win situations", le situazioni in cui tutti alla fine ci guadagnano qualcosa.

Ci sono tuttavia casi in cui l’interesse è tale o si ha ben presente che si è sulla soglia di qualcosa di nuovo e potenzialmente importante: allora si abbattono tutte le barriere e ci si butta a lavorare insieme per arrivare alla verità di quella cosa.

A lei sono capitate situazioni simili?

 

Sì, l’ho potuto sperimentare. Lavorare insieme così è bellissimo. Ma per tenere questa posizione devi sentire forte il desiderio di conoscere, di arrivare alla verità, di capire; per cui non puoi più accontentarti semplicemente del primo o dell’ultimo nome sull’articolo o del grande discorso al congresso: vuoi di più, vuoi lo stupore davanti al nuovo, la sorpresa del dato (perché anche quando il dato conferma un’ipotesi attesa è sempre una sorpresa).

 

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Mantenere una posizione così semplice di fronte al dato e lavorare con passione per la verità è raro. Ho in mente un famoso professore, incontrato anni fa, che è stato per me un grande maestro perché aveva uno sguardo sempre incuriosito e gli interessava capire davvero come stanno le cose anche se questo poteva negare le sue ipotesi, quelle per cui era diventato famoso.

Ma in generale, per conservare questa posizione devi avere il cuore desto e questo, nella mia esperienza, lo rende possibile l’appartenenza a un luogo che continua a riaffermare l’ideale, a richiamarti, per cui tu nel tempo ti trovi cambiato e diventa più difficile ridurre il desiderio. L’immagine del ricercatore percepita dal grande pubblico è quella di chi passa da una scoperta all’altra, da un successo all’altro, di uno che ha a disposizione procedure e strumenti tendenzialmente infallibili.

 

Qual è la realtà quotidiana di un lavoro come il suo?

 

La realtà quotidiana è spesso dura e routinaria. Sono ore e ore al computer a leggere o scrivere articoli, a scrivere progetti per ottenere fondi, ad analizzare o interpretare dati, a partecipare a conference call o meeting o commissioni per stabilire grossi progetti futuri o verificare piccoli dettagli tecnici. Possono passare anni prima di poter sapere se quello su cui stai lavorando porta un risultato importante.

Gli strumenti che usiamo sono sempre approssimativi. E paradossalmente questo è tanto più vero con le nuove tecnologie, che hanno fatto passi giganteschi negli ultimi anni, ma che permettono di raccogliere valanghe tali di dati che distinguere quello che è il rumore di fondo dal dato reale è davvero un’impresa e spesso ci si arriva per approssimazione.

Si parla sempre di un range di probabilità che la lettura del dato sia corretta e si accetta la conclusione quando la probabilità di errore è bassa (ma sempre presente); e anche quando lo stesso risultato è replicato in studi indipendenti, è sempre un po’ diverso dal primo, la variabilità c’è sempre.

 

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Come si vive l’insuccesso?

 

L’insuccesso, se si intende per questo la non conferma di un’ipotesi di partenza, è molto comune; direi che fa parte del processo di conoscenza, perché la realtà è complessa ed è lei stessa che ti corregge il tiro affinché tu possa arrivare a capirla. Quindi è in fondo un fattore positivo e necessario per la conoscenza. Ma se la riuscita è percepita non come l’avvicinarsi al vero ma come arrivare al prestigio e al potere, allora l’insuccesso è amaro.

E porta spesso a lasciar perdere quello che si stava cercando, spostandosi velocemente su altro, soprattutto se quel tipo di ricerca non è più “di moda” e rischi di non riuscire a pubblicare su giornali importanti. Oppure si è tentati di forzare un po’ i dati perché si avvicinino di più all’ipotesi fatta.

Ma se sei certo che nell’istante presente stai rispondendo a qualcosa d’altro, di più grande, se la soddisfazione è in questo rapporto e non nella riuscita futura, allora puoi restare fedele al dato anche se non torna: ti pieghi e cerchi di capire. E così è possibile una conoscenza. Il desiderio della scoperta è una molla della ricerca, ma può facilmente trasformarsi in ambizione, pretesa, senso di onnipotenza.

 

Cosa significa per lei “desiderare cose grandi”?

 

Per me ha innanzitutto a che fare col conoscere la realtà. Conoscerla per quello che è, davvero. E quindi sentire tutta l’ebbrezza di qualcosa di oltre, di infinito davanti a cui ti senti finalmente un io. E poter arrivare a conoscere questo oltre, ad amarlo. E in questo essere utili al mondo. 



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