NEWMAN/ 2. L’unità della ragione, antidoto alla “follia” degli specialisti

- Mario Gargantini

MARIO GARGANTINI spiega come il viaggio del Papa in Inghilterra e la beatificazione di Newman racchiudano alcune sollecitazioni sul mondo scientifico, sempre più segnato da una “molteplicità frammentata di discipline” 

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L'Università di Oxford

Tra le tante sollecitazioni lanciate dalla visita di Benedetto XVI in Inghilterra e dalla beatificazione del cardinal Newman, ce ne sono alcune che toccano direttamente il mondo scientifico e può essere utile riprenderle all’interno di pagine che trattano esplicitamente di scienza e tecnologia. In questo ci faremo aiutare da un saggio di Alasdair MacIntyre pubblicato sull’ultimo numero della rivista Vita e Pensiero e che a sua volta riprende una conferenza tenuta lo scorso anno a Oxford nell’ambito della John Henry Newman Annual Lecture.

Nel saggio, il filosofo della Notre Dame University (Usa) ci guida attraverso il pensiero di Newman, con riferimento soprattutto agli Scritti sull’università laddove viene sviluppata la tesi che «la specializzazione e la focalizzazione dell’intelligenza su un ambito ristretto deformano la mente». È un’osservazione che, se già aveva la sua validità all’epoca del grande cardinale e teologo inglese, assume un carattere di assoluta attualità per come sta evolvendo il panorama scientifico e culturale contemporaneo.

La «molteplicità frammentata di discipline», che Newman vedeva come rischio di curricula universitari del suo tempo, è ormai un dato di fatto e raggiunge livelli esagerati. Si arriva al punto che all’interno della stessa disciplina madre, poniamo la biologia, si sviluppano una gerarchia di sottodiscipline ciascuna con una sua architettura di metodi, strumenti, formalismi, procedure sperimentali; tanto che le ricerche condotte in un laboratorio non sono comprensibili facilmente dal “biologo della porta accanto”.

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La scienza si sta avvicinando a grandi passi al traguardo paradossale indicato con una celebre battuta del noto fisico Victor Weisskopf, uno dei padri del Cern, secondo il quale a furia di conoscere sempre “più” cose di sempre “meno” argomenti, si finirà per sapere “tutto” di “niente”. Il fatto è che tale situazione diventa a lungo andare negativa per le stesse singole discipline e per l’avanzamento delle conoscenze scientifiche; delle quali peraltro Newman era un grande estimatore, come di tutto quanto è espressione di una ragione correttamente esercitata. Conoscere infatti significa sì concentrarsi su un particolare ma per poterlo meglio inserire in un quadro più ampio di conoscenze e significati.

La mancanza di un continuo ancoraggio delle singole conoscenze a un orizzonte unitario e globale porta via via alla minor capacità di comprendere lo stesso particolare, a ridurre le possibilità di diventare fecondi e creativi nello specifico della stessa disciplina; perché, è sempre Newman che afferma, «benché l’arte in sé avanzi in virtù di questo concentrarsi della mente al suo servizio, l’individuo che è a essa limitato regredisce».

Il riferimento alla dimensione personale della conoscenza porta direttamente il discorso sul tema dell’educazione, anche questo di grande attualità in un’Italia agitata dal vento della riforma dei percorsi scolastici. Acutamente MacIntyre fa notare che la domanda di partenza di Newman «Che cos’è un’università?» in realtà ne sottende un’altra più generale: «Che cos’è una mente educata?». E sulle finalità di un’educazione dell’intelligenza il teologo inglese aveva le idee chiare: l’obiettivo è raggiungere quel «vero ampliamento della mente che consiste nella facoltà di vedere molte cose nello stesso tempo come un tutto, di ricondurle una a una alla loro vera posizione nel sistema universale, di capirne il rispettivo valore e di determinarne la reciproca dipendenza».

 

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Non è difficile scorgere in questo passaggio un nesso fin troppo esplicito con il pensiero di Benedetto XVI, in particolare con quanto espresso nel discorso di Ratisbona circa l’esigenza dell’uomo contemporaneo di sperimentare un “allargamento della ragione” superando le forti tendenze nichiliste e relativiste. Il traguardo, mai definitivo, di un serio lavoro educativo sarà allora l’uomo colto, dove l’aggettivo va purgato da ogni accento di intellettualismo o erudizione. Essere colti, osserva MacIntyre, significa «non solo sapere come servirsi di ciascuna disciplina in modo appropriato ma anche come rispondere alle affermazioni ingiustificate fatte in nome di una qualsiasi di esse. E per questo non abbiamo bisogno della mente contratta dello specialista ma di una mente di tipo differente».

Quello che caratterizza l’uomo colto non è quindi la quantità di conoscenze e competenze che ha acquisito quanto la sua “capacità di giudizio”; e questa applicata non solo allo specifico della professione ma anche alla normalità della vita e delle incombenze quotidiane. D’altra parte la situazione attuale acuisce l’esigenza di giudizio sottoponendo tutti noi a un incessante bombardamento comunicativo e informativo dal quale ci si può difendere solo incrementando «le facoltà attive e inventive» che derivano da un allargamento delle prospettive più che dalla specializzazione.

Senza quella formazione unitaria e senza l’educazione a giudicare e valutare ogni conoscenza e ogni situazione, il rischio per tutti, non solo per gli scienziati, è che arriviamo a «non sapere quel che stiamo facendo», che si tratti di una semplice attività domestica o di un complesso progetto tecnico o sociale. Con conseguenze gravi sia sulla nostra esistenza personale sia su quella di coloro che, nella sfera familiare o in quella lavorativa, dipendono da “quel che stiamo facendo”.



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