BREVETTO UNITARIO EUROPEO/ Italia e Spagna fuori, ma per le Pmi è meglio

- Carlo Colesanti

Approvata l’istituzione di un unico brevetto valido in 25 Paesi dell’Ue. CARLO COLESANTI spiega perché Italia e Spagna non vi hanno aderito mentre partecipano alla costituenda Corte unitaria

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Martedì 11 dicembre 2012 il Parlamento Europeo ha espresso il voto decisivo a favore del brevetto unitario, cioè di un singolo brevetto che avrà valore in 25 paesi dell’Unione Europea, l’intera Unione eccetto Italia e Spagna. Per la precisione, sono stati votati due regolamenti di effettiva istituzione del brevetto unitario e una risoluzione con cui si invitano i parlamenti nazionali a ratificare un accordo internazionale con cui viene creata una Corte unitaria dei brevetti le cui decisioni avranno valore nell’intera Unione Europea (questa volta Italia e Spagna incluse).

Sembra così coronarsi un sogno inseguito per decenni e più volte naufragato, sempre sugli stessi due punti critici: il regime linguistico (in quali lingue devono essere tradotti i brevetti) e l’effettiva architettura della corte (ubicazione delle corti di primo grado e d’appello, composizione dei collegi giudicanti – in particolare coinvolgendo o meno giudici con curriculum tecnico accanto ai giudici giuristi -, giurisdizione e competenza, ecc). Il “sembra” è d’obbligo: quantomeno per l’istituzione della Corte, è necessaria la ratifica dei parlamenti nazionali (e già negli anni ’70, e poi ‘80 sono stati siglati trattati vagamente simili poi rimasti senza ratifica). Ad ogni modo, semberebbe essere veramente la volta buona…

La svolta è di notevole portata: il brevetto unitario costerà il 70-80% in meno di quanto costi oggi proteggere la propria invenzione a livello continentale. Esiste, infatti, già un brevetto europeo che non è però un titolo unitario (cioè un singolo brevetto valido in tutti i paesi), bensì un “fascio” di brevetti nazionali. Le conseguenze sono ingenti costi di traduzione ed elevate tasse di mantenimento: ogni brevetto del “fascio” deve essere tradotto in ciascuna lingua e prevede il pagamento di una tassa annuale in ogni paese. Inoltre, in caso di controversia, è necessario tutelarsi con una causa civile in ciascun paese. I costi sono notevoli e i risultati spesso contraddittori.

Il pacchetto “brevetto unitario più Corte unitaria” ha l’ambizione di risolvere alla radice tutti questi problemi (vedi articoli collegati di approfondimento), creando il primo sistema completo di tutela della proprietà industriale a livello continentale. A questo punto è interessante chiedersi se tale obiettivo sarà effettivamente raggiunto e quali siano le implicazioni per l’Italia che si trova in una posizione molto particolare: fuori dal brevetto unitario, ma, al tempo stesso, coinvolta nel trattato di istituzione della Corte unitaria. Come conviene muoversi al nostro Paese?

Nell’affrontare questi interrogativi conviene trattare separatamente il brevetto unitario dalla Corte unitaria.

 

Brevetto unitario

È molto probabile che il brevetto unitario sia destinato a riscuotere notevole successo. Non è però del tutto scontato. In primo luogo è necessario che la tassa unitaria di rinnovo annuale non sia troppo alta, altrimenti le imprese saranno incentivate a continuare a fare quanto fanno ora: limitarsi a validare un brevetto europeo in pochi Stati, pagando in ciascuno di essi la tassa nazionale di rinnovo. Una bassa tassa unitaria di rinnovo implica però certamente una significativa perdita di gettito: di questi tempi non proprio il sogno di Stati che hanno difficoltà a far quadrare i propri bilanci…

Un altro grande interrogativo riguarda la base giuridica del brevetto unitario che, secondo diversi esperti, è tutt’altro che convincente, necessitando di un’interpretazione un po’ compiacente di alcuni articoli del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (parte del Trattato di Lisbona, 2007) e della Convenzione sul brevetto europeo (Monaco di Baviera, 1973). Come andrebbe a finire se, magari tra qualche anno, venissero messi in luce profili di illegittimità?

L’Italia e la Spagna si sono tenute fuori a motivo del regime linguistico previsto per il brevetto unitario: le lingue ufficiali saranno inglese, tedesco e francese (già lingue ufficiali del brevetto europeo). Italia e Spagna si sono opposte alla discriminazione linguistica – che si tradurrebbe in uno svantaggio competitivo per le imprese italiane e spagnole – facendo ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea (la quale dovrebbe pronunciarsi a breve). Chi scrive ritiene anacronistico questo “campanilismo linguistico”: in ambito tecnico, ormai da decenni, si lavora quasi solo in inglese. Anche tedesco e francese – che pure saranno lingue ufficiali – sono marginali e le imprese lo sanno benissimo. La pretesa dei governi di tutelarle imponendo ulteriori lingue nell’ambito brevettuale è pura demagogia. Le imprese interessate al brevetto unitario sono già proiettate a operare in più paesi e hanno comunque bisogno di personale in grado di lavorare in inglese. In breve: i motivi per cui l’Italia non ha aderito alla definizione del brevetto unitario non sono granché convincenti. (Per correttezza vale comunque la pena di ricordare che l’Italia – quantomeno a parole – sarebbe stata favorevole ad un regime monolinguistico (solo inglese), certamente più sensato di quello trilinguistico che alla fine è stato adottato).

Curiosamente però il risultato ottenuto potrebbe essere vantaggioso. Le imprese italiane che operano nel resto dell’Unione Europea potranno comunque accedere al brevetto unitario (così come le imprese extraeuropee). Al contrario, le imprese straniere che desiderano un brevetto valido in Italia, dovranno chiedere espressamente copertura per il nostro Paese, facendo tradurre il testo del brevetto anche in italiano e pagando annualmente la tassa di rinnovo allo Stato italiano. Le multinazionali lo faranno (già lo fanno usando il normale brevetto europeo), mentre è presumibile che le piccole e medie imprese (PMI) straniere con interessi/prospettive limitate in Italia procederanno solo in qualche caso, con il risultato che saranno meno propense a investire nel nostro Paese. A prima vista potrebbe sembrare uno svantaggio, ma bisogna tener conto che dietro ad un brevetto si nasconde un regime di monopolio (limitato nel tempo) e che il nostro tessuto produttivo consiste principalmente proprio di piccole e medie imprese. Un minor numero di brevetti di PMI straniere validi in Italia si tradurrà in maggiori spazi per le PMI italiane che saranno più libere di imparare dai propri concorrenti stranieri senza trovarsi bloccate da vincoli brevettuali. Ovviamente tutto ciò vale per il solo mercato domestico.

In breve, è probabile che, limitatamente al mercato italiano, si aprano spazi di libera impresa e concorrenza non presenti negli altri paesi UE. Al tempo stesso, per quanto riguarda i mercati esteri, la posizione delle nostre imprese è esattamente la stessa che si aderisca o meno. Tutto ciò è conseguenza del fatto di essere i soli (o quasi) ad essere rimasti fuori.

Anche dal punto di vista di una semplice difesa dell’italiano (per quanto anacronistica essa possa essere nel campo del linguaggio tecnico) non c’è ragione di aderire: le imprese straniere che vogliono protezione in Italia saranno così tenute a tradurre il loro brevetto in italiano, trovandosi di fronte ad una barriera linguistica analoga (anzi, maggiore: è certo più “esotico” dover tradurre in italiano che in inglese) a quella che devono fronteggiare le nostre imprese per difendere le proprie innovazioni all’estero.

Allo stato attuale – cioè a giochi fatti, senza poter più influenzare in alcun modo il processo legislativo – all’Italia non conviene affatto aderire al brevetto unitario (per di più tornando sui propri passi con la coda tra le gambe). È realmente incomprensibile con quali motivazioni i vertici di Confindustria, commentando a caldo la notizia delle votazioni del Parlamento Europeo, abbiano esortato all’adesione. Molto meglio stare fuori, osservando con attenzione quanto succede. Visto che è sempre possibile decidere di aderire, è certamente più intelligente prendersi il tempo per valutare se, come e quando valga effettivamente la pena di farlo. È probabile che stando fuori si manifestino vantaggi per le nostre piccole e medie imprese: se così fosse, perché mai non approfittarne?

 

Corte unitaria dei brevetti

Tutti i Paesi UE – anche Italia e Spagna – hanno aderito al progetto. La nuova Corte sarà competente per il brevetto unitario, ma anche per il brevetto europeo per il quale siano designati Stati membi dell’UE (per questo motivo ha senso ed è rilevante che partecipino Italia e Spagna). Visto che è comunque necessaria la ratifica dell’accordo internazionale, è meno sensato sbilanciarsi in previsioni approfondite.

L’architettura della Corte è complessa e risente non poco della necessità di trovare un compromesso ad ogni costo. Un esempio su tutti: la sede dell’istanza d’appello (ad ospitare la quale l’Italia aveva candidato Milano). La corte d’appello sarà di fatto spezzata in tre: la sede principale sarà a Parigi, ma importanti settori tecnici saranno affidati a sedi distaccate, rispettivamente a Londra e Monaco di Baviera. (Come non immaginare conflitti nel decidere concretamente dove saranno trattati i casi con profili di interdisciplinarità?) Sembrava impossibile escogitare qualcosa di più assurdo del Parlamento Europeo diviso tra Bruxelles e Strasburgo, e invece…

Ciò nonostante sembra positivo che l’Italia abbia aderito ed è realistico attendersi benefici per tutti. Qualche esempio: a lungo termine non potrà che uniformarsi in tutt’Europa la giurisprudenza in materia di brevetti. Le imprese italiane che operano anche all’estero potranno – se necessario – aggirare le lungaggini della nostra giustizia civile (e la tendenza a sottostimare il danno subito) ottenendo all’estero sentenze esecutive anche in Italia (certo, al prezzo di giocare “fuori casa”). Analogamente, le imprese estere che non osano investire in Italia anche a motivo di una tutela non soddisfacente della proprietà industriale, si troveranno maggiormente incoraggiate a farlo (questo significa, ovviamente, anche che le imprese italiane che approfittano della situazione italiana attuale, sfavorevole ai titolari di brevetto, dovranno aggiustare le proprie strategie, ma è giusto che sia così). Il mondo forense italiano – spesso e abbastanza a ragione visto come una corporazione particolarmente chiusa – sarà forse costretto ad aprirsi ad una sana concorrenza internazionale.

 

*Ogni valutazione è espressa esclusivamente a titolo personale e non rappresenta in alcun modo la posizione dell’Ufficio Europeo dei Brevetti.

 

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