IL PUNTO/ Non snobbate il “motore metabolico” dell’Oceano

- Caterina Bergami

Finora, spiega CATERINA BERGAMI, le difficoltà logistiche e gli elevati costi hanno impedito di monitorare seriamente e a lungo le modifiche degli ambienti oceanici

orizzonte_mare_phixr
Immagine d'archivio

Stress antropogenici, inquinanti, pesca non sostenibile, riscaldamento, deossigenazione, acidificazione sono solo alcuni dei termini che recentemente, sempre più spesso, vengono associati alla parola Oceano. Questo perché gli oceani di tutto il mondo sono influenzati da una serie di fenomeni non naturali che derivano proprio dalle attività antropiche e che hanno, nel corso degli ultimi decenni, modificato le caratteristiche dell’acqua marina non solo dal punto di vista fisico e chimico, ma anche e soprattutto dal punto di vista biologico ed ecologico.

Gli oceani, occupando il 70% della superficie terrestre, sono una delle componenti ambientali più sensibili all’attività umana che, sempre di più a partire dalla rivoluzione industriale, condiziona il destino dell’ambiente che ci circonda. Nel contempo, essi sono una risorsa fondamentale perché costituiscono una fonte di cibo e soprattutto perché sono serbatoi di calore in grado di assorbire l’energia irradiata dal Sole e di rilasciarla lentamente al fine di mantenere la temperatura dell’aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.

Le recenti alterazioni dell’ambiente marino hanno innescato un serie di cambiamenti biologici ed ecosistemici difficili da quantificare: molte specie di organismi marini (da quelli microscopici che costituiscono il plancton fino ai grandi predatori che occupano il vertice della catena alimentare) vanno verso diminuzioni drastiche sia del numero di specie che del numero di individui (fino a specie in pericolo di estinzione), a riduzione e frammentazione dell’habitat, nonché a vere e proprie migrazioni verso habitat diversi, che hanno dato vita al fenomeno delle cosiddette specie aliene.

Tanti passi sono stati fatti negli ultimi decenni nel campo dello studio e della salvaguardia degli oceani, ma la strada da percorrere è ancora molto lunga. Secondo una recente pubblicazione di J. Anthony Koslow e Jennifer Couture della Scripps Institution of Oceanography dell’Università della California, intitolata “Follow the fish” e apparsa su Nature, i diversi programmi internazionali nati allo scopo di monitorare i vari comparti dell’oceano sono ancora ben lontani dall’essere pienamente efficienti e soprattutto dal potere fornire serie di dati ecologici di lungo termine.

La maggior parte dei processi naturali che avvengono negli oceani hanno scale temporali che variano dall’anno fino alla decina di anni; per questo motivo, al fine di evidenziare risposte del sistema ai cambiamenti climatici in atto, sono necessari programmi di monitoraggio che coprano almeno gli ultimi 50 anni. I programmi internazionali si sono occupati già da alcune decadi di monitorare alcuni dei parametri fisici degli oceani (ad esempio temperatura, salinità e livelli di clorofilla) attraverso satelliti, sensori mobili lungo la colonna d’acqua o catene strumentate (mooring) ancorate al fondale , mentre risultano ancora poco considerate le serie ecologiche di lungo termine, tanto che gli autori dell’articolo le definiscono la Cenerentola delle scienze marine, in quanto per tanto tempo considerate troppo costose e troppo difficili da ottenere.

In realtà, la componente biotica ed in particolare quella che occupa le profondità intermedie tra 200 e 1000 metri (i cosiddetti organismi mesopelagici), è proprio quella che dovrebbe essere tenuta d’occhio con maggiore attenzione. Lo strato intermedio è infatti quello più sensibile ai cambiamenti climatici in atto nel nostro Pianeta ed è considerato dagli scienziati il “motore metabolico” dell’oceano poiché il 90% della materia organica che precipita dalla superficie verso il fondo viene processata e rielaborata proprio qui.

La materia organica è composta da atomi di carbonio e il ciclo del carbonio è il ciclo biogeochimico attraverso il quale il carbonio viene scambiato tra geosfera, idrosfera, biosfera  e atmosfera della Terra. Gli oceani sono la maggior riserva di carbonio presente sulla Terra, sebbene essa sia solo in piccola parte disponibile all’interscambio con l’atmosfera.

Inoltre, lo strato intermedio è densamente popolato da pesci mesopelagici che in proporzione sono molto più abbondanti sia di quelli superficiali sia di quelli interessati da attività legate alla pesca commerciale: la biomassa totale dei pesci mesopelagici è stimata tra 1 e 10 miliardi di tonnellate contro i soli 100 milioni di tonnellate dei pesci cosiddetti  “commerciali”.

Questi dati già da soli indicano quanto sia importante il monitoraggio degli organismi mesopelagici e in generale quanto siano necessarie le serie ecologiche di lungo termine.

E allora perché finora sono state snobbate?

I motivi sono principalmente due: le difficoltà logistiche legate alle operazioni per ottenere lunghe serie di parametri biotici ed ecologici e i costi. Molti dei progetti internazionali che si sono occupati della raccolta di lunghe serie di dati lo hanno fatto a livello locale o addirittura costiero in quanto le operazione richiedevano minor impegno e i dati ottenuti potevano anche avere una valenza pratica per la popolazione o le attività di pesca (ad esempio la qualità delle acque o le previsioni meteo-marine).

Negli anni 90 il Global Ocean Observing System (GOOS) promosso dall’ Intergovernmental Oceanographic Commission delle Nazioni Unite ha messo a punto una rete di monitoraggio a livello globale che ha funzionato molto bene per quanto riguarda i parametri fisici già menzionati ma che è ancora piuttosto carente per quanto riguarda la parte ecologica. Ma pare che la questione stia andando verso una risoluzione: a Novembre si terrà in Australia un workshop GOOS che vedrà la presenza di esperti da tutto il mondo per dare finalmente il via al monitoraggio ecologico di lungo termine dell’oceano globale.

La comunità scientifica ritiene che, sfruttando alcuni dei programmi esistenti ed ampliandoli adeguatamente, i costi delle operazioni di monitoraggio potrebbero essere contenuti e le ricerche in grado di svilupparsi pienamente. Pertanto, non ci dovrebbero essere più motivi per ritardare ulteriormente quello che sembra essere uno dei passi fondamentali verso la diagnosi della salute dell’oceano e verso la sua salvaguardia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori