BIOLOGIA/ Nel nome di Pandora: i nuovi virus giganti pongono nuove domande

- Margherita Bavestrello

I Pandoravirus scoperti di recente, MARGHERITA BAVESTRELLO, hanno dimensioni mastodontiche, disponendo di oltre 1100 geni: quelli dell’influenza ne hanno solamente poche decine

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Dal 1950 i virus sono stati tra i maggiori protagonisti della scena biologica: le nuove tecniche di biologia molecolare hanno messo il turbo alla ricerca di nuove tipologie di virus e hanno studiato a fondo le loro capacità, la loro pericolosità e la possibilità di trovare delle cure. Alcune tra le problematiche sociali più importanti della nostra epoca sono state accompagnate da importanti patologie causate da virus. Sforzi titanici sono stati compiuti per conoscere meglio questi “parassiti molecolari” circondati da un alone di mistero, non si capisce nemmeno se facciano parte dei viventi o meno.

Con la scoperta dei virus Mimetici e dei Megavirus, che presentavano dimensioni sorprendenti rispetto ai comuni virus, si pensava di aver visto praticamente tutto in questo campo; ma, come abbiamo imparato, non è possibile dire la parola fine alla conoscenza. Nessuno, però, era preparato a quello che è stato pubblicato negli ultimi giorni: sono arrivati in mano ad alcuni virologi nuove tipologie di virus, i Pandoravirus. Fin da subito si è capito che si era davanti a una scoperta di proporzioni colossali. I Pandoravirus  hanno dimensioni gigantesche – nell’ordine di grandezza del micrometro, quasi come cellule batteriche – e un genoma estremamente ricco, più di 1100 geni. Per rendere più facile il paragone i virus più comuni dell’influenza o l’HIV contengono solo una decina di geni, l’uomo ne ha circa 30.000.

È come se fosse stato trovato un computer delle dimensioni di una piccola cittadina, con uno dei più complessi codici mai visti. Ma le sorprese non finiscono qua: sono stati trovati due diversi ceppi di questo nuovo virus, Pandoravirus salinus, trovato nei sedimenti davanti alle coste cilene, e Pandoravirus dulcis nei fiumi vicino a Melbourne, Australia, entrambi ospiti di amebe del genere Achantameba.

I due nuovi “giganti” hanno poco in comune con i virus a cui ci eravamo abituati. Oltre alle dimensioni mastodontiche l’analisi genomica ha rivelato che solo una piccola percentuale di proteine li accomunano ai loro piccoli cugini e tra di esse non ci sono quelle che permettono la costruzione del capside, codificato da una sequenza di geni cardini dei comuni virus. Con un genoma di questa taglia Pandoravirus salinus si è dimostrato essere geneticamente molto più complesso di alcune cellule eucariotiche. Nonostante il loro incredibile potenziale si presentano, invariate, alcune caratteristiche tipiche dei virus: non contengono ribosomi, questo spiega la loro vita da parassiti, e non sono in grado di riprodursi autonomamente.

Il brivido della scoperta, del “nuovo”, in realtà assume un aspetto insolito se si pensa che il riconoscimento dei due nuovi ceppi virali è avvenuta nello stesso periodo a 15.000 chilometri di distanza. Questo fa supporre che non siano poi così rari; anzi, sembrano ben distribuiti e adatti a resistere in ambienti molto diversi.

Sorge però subito un’altra domanda: siamo sicuri di poter chiudere Pandoravirus nella categoria virus? Dobbiamo rimanere legati al dogma che ci è stato suggerito nel 1950, agli albori della virologia? Sembra che la Sfinge abbia trovato un nuovo indovinello da proporci, quale sarà la risposta giusta? Rimanere legati a ciò che era stato definito sessant’anni fa ci permetterà di proseguire o sarà causa di un immobilismo in questo campo? Potrebbe essere questo il momento di aggiungere il quarto dominio dei viventi?



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