FANTASCIENZA/ Quei due passi della Bullock ci fanno capire il dono della “gravità”

Gravity, con George Clooney e Sandra Bullock è il nuovo film di fantascienza uscito al cinema. PAOLO MUSSO spiega come siano stati stravoliti i più basilari principi della fisica

19.11.2013 - Paolo Musso
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Foto: InfoPhoto

Sono andato a vedere Gravity, il filmone di fantascienza del momento, con Sandra Bullock, George Clooney e (ça va sans dire) una caterva di effetti speciali: l’ho trovato al tempo stesso indisponente e imperdibile. Il suo principale difetto è che la storia praticamente non esiste (in sintesi: uno Shuttle in missione viene distrutto da una pioggia di detriti; si salvano in due, il Vecchio Saggio e la Bella Novellina; lui si sacrifica per salvare lei, che, dopo aver saltabeccato un po’ da un’astronave all’altra, riesce miracolosamente a tornare a terra sana e salva). Di fatto alla seconda scena il film è già finito e da lì in poi vive esclusivamente delle evoluzioni della Bullock, tanto spettacolari quanto scontate, non solo nell’esito, ma perfino nello svolgimento. A ciò si aggiunge uno dei più gravi errori di tutta la storia del cinema, che però, curiosamente, non è stato fin qui rilevato (almeno a mia conoscenza) da nessuno dei tanti illustri scienziati e astronauti che hanno invece ingenerosamente rimproverato al film altri errori assolutamente veniali: perché d’accordo, è vero che non si può calcolare “a occhio” la traiettoria per il rendez vous con la Stazione Spaziale (ISS) – cosa che richiede un lungo lavoro e l’uso dei computer – né raggiungerla usando un semplice zainetto a razzo (dato che la ISS è un ago nel pagliaio cosmico, attraverso cui si muove alla folle velocità di quasi 8 km al secondo); ma è altrettanto vero che tutto ciò è ben poca cosa rispetto a quanto normalmente si vede (e si perdona) nei film di fantascienza (e sorvoliamo per carità di patria sull’altro rimprovero – questo addirittura grottesco – circa l’assenza del “pannolone spaziale” nella tuta della Bullock). Tanto più poi che queste licenze erano assolutamente necessarie, perché la semplice quanto tragica verità è che tutto quello che uno potrebbe fare per salvarsi se si trovasse davvero in quella situazione è riassumibile in una sola parola: nulla. E col nulla è difficile fare qualcosa, tanto meno un film. Qui secondo me Gravity ha paradossalmente pagato il suo eccesso di realismo: infatti la ricostruzione pressoché perfetta dell’ambiente e dell’attività ordinaria degli astronauti (ottenuta anche grazie alla collaborazione della Nasa) ha evidentemente indotto molti a pretendere, irragionevolmente, che l’aderenza alla realtà venisse mantenuta anche nelle scene di azione, dove invece è giusto che prevalga la fantasia.

Neppure la fantasia più sbrigliata può però giustificare ciò che si verifica quando, nel corso del disperato tentativo di entrare nella Stazione, George Clooney, temendo che i cavi in cui Sandra Bullock si è fortunosamente impigliata non reggano, decide di sganciarsi da lei, perdendosi così nello spazio (pur continuando fino all’ultimo a confortarla via radio, come ogni bravo Eroe che si rispetti). Infatti l’intera scena è girata come se i due fossero agganciati non alla ISS, ma ad un aereo in volo dentro l’atmosfera, dove in effetti la resistenza dell’aria frenerebbe Clooney, una volta che non fosse più trascinato dai motori dell’aereo, facendolo restare indietro rispetto a quello. Ma la ISS non ha motori e si muove per pura inerzia, mentre d’altra parte nello spazio non c’è aria: quindi Clooney, che prima stava muovendosi insieme ad essa e alla Bullock, dovrebbe, anch’egli per inerzia, continuare a muoversi insieme a loro anche dopo essersi sganciato. Per lo stesso motivo non c’è alcuna ragione di temere che i cavi cedano: se mai avessero dovuto farlo, ciò sarebbe dovuto accadere nel momento in cui lei afferra lui e lo trascina con sé; ma una volta raggiunta la velocità di crociera Clooney non viene più trascinato, ma procede per inerzia e quindi non esercita più alcuna forza né sulla mano della Bullock né sui cavi che la collegano alla ISS. Anzi, per la relatività di Einstein i due a quel punto possono addirittura considerarsi immobili, l’uno rispetto all’altra ed entrambi rispetto alla ISS, proprio come se se ne stessero tranquillamente a prendere il the nel salotto di casa: ora, avete mai visto qualcuno venire sparato come un razzo fuori dal vostro salotto solo perché smettete di stringergli la mano? Una così smaccata negazione del più basilare principio della fisica, posta proprio nel cuore della “scena madre” del film e per giunta, diversamente dalle altre licenze prima menzionate, assolutamente gratuita (perché si poteva ottenere lo stesso effetto in modo del tutto realistico semplicemente immaginando una causa che stesse spingendo Clooney nello spazio, per esempio un guasto ai razzi dello zaino o una fuga di gas dalla ISS o qualsiasi altra cosa), fa davvero venir voglia di alzarsi seduta stante e andarsene via indignati, rifiutandosi di veder altro. Ma sarebbe uno sbaglio, perché Gravity non ha solo difetti, ma anche un grande pregio, che basta da solo a renderlo imperdibile: quello di permetterci, per la prima volta nella storia del cinema, non solo di vedere lo spazio, ma di farne esperienza (nei limiti consentiti dal restarsene seduti in poltrona, beninteso), tanto nel suo fascino come nella sua sostanziale ostilità alla vita umana, che è molto più profonda di quanto la fantascienza (ma anche certa divulgazione scientifica) ci inducono in genere a pensare.

Il primo aspetto è comunicato soprattutto dalle meravigliose immagini, in gran parte autentiche e ulteriormente valorizzate da un ottimo 3D, che in certi momenti ci danno davvero la sensazione di essere lassù con loro (l’hanno detto perfino gli astronauti). Il secondo è invece riassunto plasticamente dal finale, che è scontatissimo fino a cinque secondi dalla fine, ma poi ci regala (meglio tardi che mai) l’unico vero colpo d’ala, anch’esso fino ad ora generalmente ignorato dalla critica. Se infatti il film si chiudesse con la Bullock che si erge fieramente in tutto il suo splendore sulla spiaggia dove è appena sbarcata uscendo dalla capsula di salvataggio, con l’immancabile e assordante crescendo musicale di sottofondo, il tutto sarebbe di una banalità retorica quasi insopportabile. Ma poi ci sono quei cinque secondi, in cui la musica cessa e lei muove i suoi primi due incerti passi sulla sabbia bagnata, godendo, nonostante la fatica, della ritrovata gravità, sottolineata dall’immediato ricomparire del titolo del film, che adesso (e solo adesso) si capisce veramente. E solo in questo momento realizziamo appieno anche la straordinaria forza di coinvolgimento che il film, nonostante i suoi difetti, possiede: perché il ritorno della gravità e il senso di sollievo dato dall’avere di nuovo qualcosa di solido sotto i piedi che prova la protagonista, non solo lo comprendiamo, ma lo percepiamo insieme a lei, dopo averne percepito insieme a lei la mancanza per tutto il corso del film, pur senza esserne del tutto consapevoli (e diventandolo, appunto, proprio e solo in quell’istante finale). Impariamo così che lo spazio è un ambiente sfavorevole alla vita per moltissime ragioni, ma innanzitutto per quella che invece a prima vista ci sembra la sua caratteristica più affascinante: l’assenza di quella gravità di cui da sempre sogniamo di liberarci, come di una madre opprimente, ma che in realtà è la forza che più di tutte ha plasmato, ancor più dell’aria che respiriamo, la forma attuale della nostra esistenza; e che, soprattutto, è l’unico dei fattori necessari ad essa che non potremo mai portarci dietro. Concludendo: vale la pena di andare a vedere Gravity? La mia risposta è sì, a patto che non si faccia troppo caso alla storia e lo si prenda per ciò che realmente è: non un film, ma un meraviglioso, spettacolare, emozionante e fin qui ineguagliato simulatore astronautico, che ci consente di provare per la prima volta sulla nostra pelle che cosa è davvero lo spazio per l’uomo.

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