SCOSTAMENTO DI BILANCIO/ Cig e ristori non bastano a creare Pil e lavoro

- Natale Forlani

Lo scostamento di bilancio chiesto dal Governo viene usato per misure che non riescono a stimolare la creazione di Pil e occupazione

codacons governo
Roberto Gualtieri (Lapresse)

La lettera inviata ieri dal Ministro Gualtieri al Vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis e al Commissario Paolo Gentiloni delinea la strategia economica del Governo italiano per l’anno in corso, già illustrata al Parlamento il giorno precedente in occasione dell’audizione relativa alla richiesta di accordare un ulteriore scostamento di bilancio, per un importo di 32 miliardi di euro, per finanziare i provvedimenti di sostegno ai settori produttivi e al reddito dei cittadini colpiti dagli effetti della pandemia Covid. 

La proposta ha riscontrato l’adesione pressoché unanime della maggioranza e dell’opposizione parlamentare, ed è altrettanto scontato il riscontro positivo da parte della Commissione europea che in questi giorni si appresta a inviare ai Governi dei Paesi aderenti una proposta per estendere il regime agevolato per gli aiuti di stato con le medesime motivazioni fino al 31dicembre 2021.

Le nuove risorse, a detta del Ministro, dovrebbero consentire di ampliare le misure di sostegno per i settori produttivi più esposti alle conseguenze delle misure per il contenimento dei contagi, rimediando anche le lacune che nei mesi trascorsi hanno penalizzato alcune categorie di impresa e di lavoratori, e coprendo i fabbisogni per l’intero anno. Le ipotesi principali, sono quelle di estendere oltre il 30 giugno, per ulteriori 26 settimane, il regime di cassa integrazione in deroga per i settori e aziende non coperti dalla cassa integrazione ordinaria, a prescindere dal numero dei dipendenti, e di allungare di 4-6 settimane l’ulteriore utilizzo della cassa integrazione con la causale Covid per i comparti dell’industria, dell’edilizia e dei trasporti che utilizzano in via ordinaria tali strumenti. Per le Cig, e per le possibili proroghe delle indennità di disoccupazione in essere, viene stimato un fabbisogno di circa 7 miliardi, in aggiunta ai 5 già previsti con la Legge di bilancio 2021.

Un ulteriore capitolo di spesa dovrebbe riguardare i provvedimenti di ristoro per le perdite delle imprese sul fatturato, esteso in questa occasione anche ai professionisti con un effetto ex post, data la loro esclusione dagli ultimi due provvedimenti. Il resto delle risorse dovrebbe essere impegnato per far fronte a sospensioni o moratorie dei pagamenti fiscali e a rimpolpare i finanziamenti per i beneficiari del reddito di cittadinanza e dei bonus per il sostegno dei lavoratori precari.

Tenendo conto dei nuovi interventi, il volume delle risorse impegnate per questi scopi, sommando quelle dei 4 precedenti decreti e della Legge di bilancio 2021, somma circa 165 miliardi di euro con un rilevante impatto sul debito pubblico destinato a rimanere in prossimità del 160% rispetto al Pil anche nel 2022. Lo stesso Governo, al di là dei pronunciamenti formali, sta prendendo in seria considerazione la probabile riduzione del tasso di crescita dell’economia per l’anno in corso, stimato dalla Banca d’Italia vicino al 4% rispetto al 6% delle previsioni contenute nella Legge di bilancio. La prospettiva di un ritardato recupero delle perdite subite nel corso del 2020 comporta un sensibile aumento delle implicazioni occupazionali della crisi. Una di queste implicazioni riguarda la misura cardine dei provvedimenti di contenimento rappresentata dal blocco dei licenziamenti in scadenza al 31 marzo p.v., e che con tutta probabilità sarà oggetto di una nuova proroga per tutte le aziende che utilizzeranno le Cig.

È una misura a doppio taglio che ha consentito finora di contenere i potenziali esodi di personale, accumulando nel contempo un potenziale di esuberi dentro le imprese, e scoraggiando la quota delle nuove assunzioni possibili di una parte delle stesse. Assai probabile che aumenti nel contempo anche la quota delle micro imprese, circa 300 mila con 1,8 milioni di occupati secondo le stime effettuate a novembre dall’Istat, fortemente esposte al rischio di chiusura delle attività. 

Allo stato attuale, in attesa del decollo dei nuovi fondi del Recovery plan, le uniche misure destinate a innestare degli interventi volti a stimolare l’economia in funzione anti-ciclica restano quelle attivate dalla miriade di incentivi per le ristrutturazioni edilizie e per altre variegate categorie di beni, complicate dalle lungaggini nel varare i provvedimenti attuativi e dagli adempimenti burocratici per usufruire dei benefici.

Come abbiamo sottolineato più volte in precedenti commenti, è lo squilibrio tra le risorse destinate alla tutela delle organizzazioni produttive esistenti a discapito di quelle destinate a sostenere la ripresa degli investimenti, a caratterizzare in negativo la qualità degli interventi adottati nel corso della crisi rispetto a quelli degli altri Paesi aderenti all’Ue.

Anche ipotizzando un cambio di marcia operato dal Governo in carica, o da un eventuale esecutivo sostenuto da una diversa maggioranza, è assai improbabile un mutamento dello scenario economico di breve periodo, che ormai dipende essenzialmente dall’efficacia della strategia delle vaccinazioni e dai potenziali effetti positivi sulla fiducia dei consumatori. 

Il rischio concreto è quello di precipitare in un circolo vizioso alimentato dal fabbisogno di risorse da destinare a compensare le riduzioni dei fatturati e dei redditi e di un parallelo aumento della domanda di interventi per far fronte ai costi sociali della mancata ripresa dell’economia. 

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