SCUOLA/ Aperta d’estate: più relazioni per salvare anche italiano e matematica

- Luisa Ribolzi

Il progetto “A scuola d’estate” è buona cosa: serve recuperare terreno sul piano delle relazioni interpersonali minate dal Covid

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Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi (LaPresse)

“A scuola d’estate”: questo il titolo (il claim, direbbe un pubblicitario) della circolare ministeriale con cui vengono stanziati 520 milioni per tenere aperte le scuole d’estate. Questo periodo dovrà essere “un ponte tra quest’anno e il prossimo, un’occasione che consenta a bambini e ragazzi di rafforzare gli apprendimenti e recuperare la socialità”, per “rinforzare e potenziare le competenze disciplinari e relazionali”, favorendo “la restituzione agli studenti di ciò che più è mancato in questo periodo: lo studio di gruppo, il lavoro in comunità, le uscite sul territorio, l’educazione fisica e lo sport, le esperienze accompagnate di esercizio dell’autonomia personale”.

La scuola, per assolvere al suo compito, “ha necessità di modalità scolari innovative, di sguardi plurimi, di apporti differenti… Aprire la scuola significa aprire le classi ai gruppi di apprendimento, aprirsi all’incontro con ‘altri mondi’ del lavoro, delle professioni, del volontariato, come pure aprirsi all’ambiente, radicarsi nel territorio, realizzare esperienze innovative”. Il riferimento è ai “patti educativi di comunità” proposti in luglio dalla commissione presieduta dall’attuale ministro Bianchi, intelligente strumento praticamente mai usato, forse appunto in quanto intelligente.

Mi fermo qui: non è mia intenzione entrare nel merito dei criteri con cui i fondi sono distribuiti, o  delle attività possibili, descritte in modo articolato e con un linguaggio comprensibile e poco burocratico (dobbiamo probabilmente renderne merito al direttore che l’ha firmata, Stefano Versari, non a caso ingegnere…), e neppure discutere sull’opportunità di lasciare la decisione ai dirigenti scolastici o sulla volontarietà dell’adesione da parte degli insegnanti. Vorrei piuttosto prendere spunto dall’affermazione che il ministero si propone di affrontare un percorso di trasformazione “per dare vita ad una scuola più accogliente, inclusiva, basata su apprendimenti personalizzati, parte integrante del tessuto sociale e territoriale”, e riflettere ad alta voce sui caratteri di questa trasformazione in rapporto alla condizione di disagio dei giovani, finora spesso visto in relazione alla riuscita scolastica, in cui l’insuccesso è stato visto come causa ma anche come effetto del “disagio”, in un circolo vizioso che è difficile da spezzare.

Oggi il “disagio” sembra essere una condizione comune alla gran parte dei ragazzi, anche quelli che non hanno mai avuto problemi di riuscita, come  conseguenza dell’isolamento causato dalla chiusura delle scuole e in generale dei luoghi dove normalmente si ritrovavano. Ho messo tra virgolette il termine “disagio” perché spesso è utilizzato come concetto-coperta, insieme vago e onnicomprensivo, che per certi aspetti allevia i sensi di colpa degli educatori, famiglie e insegnanti (“è difficile intervenire, gli adolescenti sono fatti così”), e per altri deresponsabilizza i ragazzi (“non è colpa mia, se non riesco ad adattarmi alla scuola, alla società, alla famiglia…”): si tende a concludere di comune accordo che la colpa è della società, che non riesce a soddisfare i bisogni degli adolescenti, classe di età sempre più estesa, che ha portato addirittura a coniare il termine “adultescenti” per indicare i trentacinque-quarantenni che, come dice la Treccani, ormai entrati nell’età adulta continuano a comportarsi da adolescenti.

Accettare questa versione edulcorata, soft, significa però accettare passivamente il fatto che, come scriveva Mion trent’anni fa ben prima del Covid, il disagio “include sofferenza, frustrazione, insoddisfazione e alienazione”, coinvolgendo soprattutto la dimensione relazionale, tanto è vero che, senza andare agli estremi dei citatissimi hikikomori, che escono dal volontario isolamento solo attraverso il  computer, uno dei sintomi che più spaventano i genitori è vedere i loro estroversi ragazzi perdere il gusto del frequentare gli amici. Il bisogno di relazioni sarà anche secondario rispetto ai bisogni primari di sostentamento, ma è altrettanto fondamentale, dato che ogni essere umano vive solo se è in relazione con qualcun altro, anche in senso fisico: tra i pochi ricordi di un insegnamento di scienze del liceo classico, che solo la benevolenza legata al passare degli anni mi porta a definire “sommario”, c’è il fatto che gli umani producono “neonati inetti”, incapaci di sopravvivere se non vengono accuditi. Dando per scontato che per gli adolescenti, almeno dal punto di vista fisico e almeno in Italia,  la sopravvivenza è garantita, non possiamo però sottovalutare il fatto che alla loro età il bisogno dominante è quello di avere delle relazioni dotate di senso, che consentano loro di sentirsi parte di un gruppo, e di un gruppo con uno scopo.

I molti, troppi mesi di isolamento hanno spezzato il legame tra i ragazzi e la scuola, già in crisi in una società che si presenta come confusa, frammentata, poco motivante, in cui gli obiettivi della generazione dei padri sono poco attraenti, e difficili da raggiungere: pare ormai evidente che non si può più pensare di “stare meglio” della generazione precedente, ma non è ancora stata formulata una diversa definizione di ben-essere (e se ci pensate, dis-agio è in pratica un sinonimo di mal-essere), che tenga conto dei bisogni reali dei giovani, e ne faccia oggetto di attenzione nelle sue istituzioni educative. Questo processo di transizione generazionale è stato bruscamente interrotto dalla pandemia, soprattutto in situazioni già compromesse, con famiglie problematiche o marginalità sociale ed economica, “a rischio”, in cui la fatica di assumere una fisionomia adulta si traduce in comportamenti devianti, che sono un modo perverso di rispondere al bisogno di appartenenza: il branco, l’identificazione di una vittima da aggredire tutti insieme, la presenza nei social minuto per minuto alla ricerca del consenso, o altre  forme sempre più violente, e per molti adulti inspiegabili, rispondono alla logica del “meglio un cattivo maestro che nessun maestro”, “meglio un obiettivo aberrante che nessun obiettivo”. Qualsiasi cosa è preferibile al vuoto.

In questo quadro non molto ottimista, la scuola, che occupa un posto fondamentale nella vita dei ragazzi, non solo per il tempo (in tredici anni, scioperi permettendo, si calcola che passino fra i banchi circa duemila giorni…), ma perché al suo interno vivono rapporti intensi con i pari, con gli adulti, con la cultura, dal punto di vista relazionale è stata quasi azzerata. Se viene meno il suo ruolo fondamentale di momento di passaggio fra il pubblico e il privato, fra il bambino e l’adulto, si crea una spaccatura che è più difficile da colmare che non le lacune di apprendimento, che pure non sono da sottovalutare.

La scuola d’estate sembra avere presente questo stato di cose, e si attiva per porvi rimedio, e per questo io credo che si tratti di una buona idea, perché ogni spazio educativo in più è un’occasione da sfruttare: a parte il fatto che a mio avviso la scuola è, o potrebbe essere, un luogo di incontro e di offerta culturale per tutta la comunità, ed è assurdo tenerla aperta solo in coincidenza con gli orari scolastici, soprattutto nei luoghi in cui altri luoghi non esistono o non sono facilmente raggiungibili. Se si devono modificare le condizioni organizzative, penso che si possa fare senza ricorrere necessariamente alle tavole della Legge.

Se il contenitore esiste, bisogna però mettere a punto i contenuti, e su questo la circolare fornisce un certo numero di indicazioni, sfruttando le occasioni offerte dal territorio e valorizzando l’apporto degli insegnanti, oltre che di possibili figure di animatori, delle famiglie e della comunità nel suo insieme: se ci guardiamo intorno, vediamo che in tutti questi anni sono nate un po’ dappertutto iniziative e pratiche virtuose che potrebbero essere prese come spunto, se non copiate tali e quali. Ma se il dibattito sarà solo sulla retribuzione oraria dei docenti, sul numero delle ore, sui punti da dare ai docenti precari e altre piacevolezze del genere, avremo forse tolto dalla strada un certo numero di ragazzi che altrimenti non saprebbero dove andare, che è un’ottima cosa, e avremo recuperato un po’ dell’inglese e della matematica perduti, buona cosa anche questa, ma avremo anche sprecato non tanto dei soldi, quanto un’occasione preziosa.

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