SCUOLA/ Così il centralismo dell’Azzolina mette a rischio il 14 settembre

- Antonino Petrolino

L’autonomia proclamata dall’Azzolina è l’improvvisazione lasciata ai presidi per non annegare. Le leve per fronteggiare l’emergenza restano al centro

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

Fra meno di due settimane riprendono le lezioni ed un certo numero di nodi restano tuttora insoluti: dai trasporti, alla capienza delle aule, all’organico aggiuntivo di docenti e collaboratori scolastici che sarebbe necessario per far fronte ad un effettivo distanziamento sociale nelle classi. Il ministro Azzolina, che ovviamente non è dotata di poteri taumaturgici, sembra però aver individuato una sorta di pietra filosofale, in grado di risolvere tutte le questioni che sembrano ostacolare il regolare avvio dell’attività didattica.

La parola magica, il mantra che abbiamo sentito molte volte evocare in queste settimane sarebbe il dare spazio all’autonomia delle scuole, il liberare le energie ed i poteri decisionali dei dirigenti scolastici. Insomma, da parte di uno dei governi più centralisti e dirigisti del dopoguerra, un atto di fede nella sussidiarietà e nelle potenzialità auto-regolative della società civile, come da tempo non capitava di ascoltare.

Sarebbe realmente bello che questa apertura di credito potesse aver seguito: se non fosse che poi ci si rende conto che gli auspici, anche i più belli, devono avere gambe per camminare. E le gambe, nello specifico, sono costituite dalle risorse e dalle leve che consentono di azionarle. Non si vuole far riferimento in questa sede alla pioggia di miliardi promessi nel corso degli ultimi mesi: i miliardi sono importanti, soprattutto quando arrivano dove devono arrivare in tempo utile per risolvere i problemi. Ma di questi, finora, se ne sono visti realmente pochi: smarriti come sono nei meandri dei decreti attuativi non emanati, dei concerti di competenze fra ministeri, della cronica difficoltà delle agenzie pubbliche di organizzarsi ed agire come centri di servizio anziché come rubinetti perennemente intasati di decisioni e di sussidi.

E però, il problema vero e più grande, quando si parla di sussidiarietà, di autonomia, di poteri dei dirigenti è un altro. La sfida che essi hanno di fronte, in questo momento, è concettualmente chiara: attuare il massimo possibile di distanziamento sociale, per ridurre le probabilità di trasmissione diretta del virus da persona a persona.

Distanziamento sociale, posto che i muri delle aule stanno dove stanno e non sono dilatabili a piacere, significa reperire altri locali in cui spostare parte degli alunni. Ma i locali, i dirigenti scolastici non se li possono dare: non più di quanto potesse darsi da solo il coraggio il povero don Abbondio. I locali devono fornirli gli enti locali: i quali hanno i loro bravi problemi, mancano a loro volta di risorse, hanno catene decisionali lunghe e sfilacciate e quindi, nel dubbio, non rispondono. Centinaia di dirigenti, da giugno ad oggi, hanno tempestato uffici tecnici ed assessorati per ottenere locali aggiuntivi: ottenendo, nel migliore dei casi, vaghe promesse di interessamento, ma nessun impegno reale e, soprattutto, neppure un metro quadro di spazio in più.

C’è un liceo scientifico, nel centro di Roma, che ha – all’interno della stessa area, a neppure venti metri – una palazzina vuota, di proprietà della Città Metropolitana. Quella palazzina ospitava, fino ad una quindicina di anni fa, un istituto professionale poi chiuso. Da allora, è stata riqualificata, ristrutturata, resa bella e presentabile: e tenuta chiusa. La dirigente ha provato a chiedere di utilizzare parte di quei locali: le è stato garbatamente risposto che, pur rendendosi conto della fondatezza dei motivi, per imprecisate ragioni istituzionali, ciò non era possibile. Nomi e cognomi non sono stati neppure disponibili, ovviamente.  Come, ovviamente, questo è solo uno dei tanti casi. In troppi altri non c’è la garbata risposta.

Supponiamo che un primo miracolo si verifichi e che i locali aggiuntivi siano resi disponibili. Per insegnare nelle nuove classi servono nuovi docenti e per vigilare nei corridoi servono nuovi collaboratori scolastici: che i dirigenti scolastici non possono assumere, perché a fornirli devono essere i provveditorati (chiamiamoli pure così) e, a monte, il ministero. Ministero che annuncia ormai quasi a giorni alterni nuove assunzioni: ma omette di precisare che non si tratta altro che di docenti chiamati a tappare cattedre già vuote sull’organico pre-Covid, non di nuove assunzioni per coprire le classi che si dovrebbero formare per assicurare il distanziamento sociale. Ai dirigenti che bussano alle supreme porte, le risposte che arrivano, quando arrivano, sono vaghe e dilatorie: e, comunque, solo per il primo ciclo. Per il secondo pare assodato che ci si arrangerà con i turni.

Per il distanziamento dentro le aule servirebbero poi i famosi banchi monoposto: che arriveranno, se arriveranno, a scuola iniziata e forse anche da un po’. Anche qui, la famosa gara è stata voluta e gestita rigorosamente dal centro: con tutti gli intoppi ed il contenzioso ed i ritardi di rito. Qualcuno ha detto: autonomia?

A giugno, alcune scuole hanno ricevuto assegnazioni di fondi “per tutto quello che poteva servire all’avvio delle lezioni”. Benissimo, si sono dette, acquistiamo i banchi. No, per quello c’è la gara nazionale e bisogna aspettare. Allora destiniamoli ad assumere il personale in più che serve: per carità, è stata la risposta. Il personale grava su un altro capitolo e non si possono mischiare le carte. E allora? Potete acquistare gel, guanti, mascherine … Ma le scuole, e non erano poche, che avevano già provveduto o che, addirittura, erano riuscite a farseli regalare da qualche sponsor? Niente, la cosa non è prevista e quindi non si può fare. Sempre in autonomia, si intende. Anche qui nomi e scuole sono citabili a richiesta.

Più aule e più docenti, ove fossero dati, porterebbero con sé l’esigenza di una diversa erogazione del servizio mensa, là dove – soprattutto nel primo ciclo – esiste: con in più l’esigenza che la distribuzione dei pasti avvenga con criteri di maggiore distanziamento e di cautela igienica. Ma i servizi di mensa sono di competenza dei Comuni, i quali hanno i bandi fatti da tempo e non possono agevolmente riconvertirli. E se pure ne avessero l’intenzione, prima dovrebbero avere una mappa completa dei locali e della popolazione da coprire.

Il quadro, insomma, è chiaro: il ministero fa quel che può o sa, ma non necessariamente quel che sarebbe necessario. Ma, soprattutto, ha ben chiaro un principio: che le leve per azionare le risorse necessarie a fronteggiare l’emergenza restano saldamento al centro. Alla periferia, alla sussidiarietà dei territori, all’autonomia delle scuole, ai poteri dei dirigenti si affida tutto il resto: cioè la fantasia, il gesto di bravura, il miracolo di riuscire, nonostante tutto, a non affondare. Questo sembra essere lo spazio riservato all’autonomia: non quello di provvedere ordinatamente e in modo strutturale al funzionamento quotidiano, ma quello di improvvisare rimedi improbabili e spesso impropri per non annegare.

Perché tutto si può decentrare, tranne quello che realmente servirebbe: ché quello resta saldamente nelle mani di chi, anziché esercitare un sobrio potere di indirizzo, non riesce a vedere se stesso in termini diversi da quelli dell’amministratore di un condominio. Con 10 milioni di condomini e 40mila palazzine.

Auguri. Ne abbiamo tutti bisogno.

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