SCUOLA/ Dialogare con le discipline per diventare uomini

- Stefano Montaccini

La scuola ridiventa essenziale nella vita di un popolo solo se i maestri propongono un lavoro personale e critico agli allievi

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(LaPresse)

Qual è il contributo della scuola alla società? Questa è una domanda decisiva soprattutto ora, perché, da una parte, la pandemia ha costretto tutti a riprendere consapevolezza della essenzialità della scuola nella vita di un popolo e, dall’altra, si è programmato di investire in essa ingenti risorse. Per non sprecare la consapevolezza acquisita e le risorse che si investiranno non è mai abbastanza importante considerare e approfondire su cosa costruire.

Tutti siamo chiamati a questo lavoro di approfondimento e da parte mia vorrei dare un piccolo contributo di esperienza.

Ci sono stati tre episodi della vita in questa prima parte di anno scolastico che mi hanno indicato dove guardare, dove ritrovare la consistenza ultima della scuola. 

Il primo riguarda un colloquio tra un docente e una mamma di una alunna di classe prima media, arrivata da noi da un altro istituto. La mamma racconta che la prima cosa che la figlia, tutta stupita, le ha detto dopo essere tornata a casa dopo una mattina in classe è stata: “Mamma, sai, nell’altra scuola mi facevano leggere, scrivere, disegnare; in questa chiedono la mia opinione, mi chiedono cosa penso io”.

Il secondo episodio riguarda una docente del liceo che così commenta il fatto che è stato possibile acquisire come sussidio didattico l’abbonamento a una prestigiosa rivista scientifica internazionale: “Gli articoli di questa rivista sono di prim’ordine e un esemplare modello di approfondimento scientifico per i ragazzi, che al giorno d’oggi sono ricoperti di notizie spazzatura a cui tendono a credere senza farsi troppe domande” (oppure senza avere gli “strumenti” per farsi le domande giuste).  

Infine, in occasione di un recente collegio unitario (con i docenti di tutte le nostre scuole) il relatore ha raccontato cosa lo aveva colpito del rapporto di collaborazione vissuto con il professor Romano Bruni (maestro e psicopedagogista di Padova del quale le nostre scuole hanno preso il nome): “Il primo [aspetto a cui il prof Bruni mi ha aperto] è che si può cogliere il pensiero del ragazzo solo vedendolo in azione (…). Mentre prima lo sforzo maggiore era rivolto a far sì che gli alunni mi guardassero, fossero fedeli nel ripetere le cose che dicevo io, da quel momento il problema diventava guardare come loro mettono in atto il pensiero rispetto alle cose”. E ancora: “Perché argomentare è mettere i ragazzi nelle condizioni di dialogare con i contenuti scolastici costruendo insieme ai compagni e agli insegnanti il loro sapere, che corrisponde alla loro identità”. 

Il filo rosso di questi tre episodi lo rintraccio nella personalizzazione: una scuola che ha come scopo essenziale far crescere la persona attraverso l’apprendimento e la conoscenza. Un ambito nel quale i giovani possono fare la scoperta di qualcuno più grande, il docente, che li invita a coinvolgersi con la realtà delle discipline, a esprimere il loro pensiero, è interessato ad ascoltarli e ad argomentare con loro, è un ambito nel quale la scuola è viva e reale protagonista nella vita della società. Una scuola tesa a far crescere ciascuno dei suoi alunni, studenti e docenti.

Sì, è necessario anche per i docenti. E una società cresce solo quando crescono le persone.

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