SCUOLA/ Didattica a distanza: attenti ai “miglioristi” del coronavirus

- Franco Labella

Ha senso parlare di meritocrazia e farla valere come criterio di valutazione quando quasi tutti gli schemi sono saltati e si tratta di “sopravvivere” con dignità?

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Caro direttore,
che c’azzecca la meritocrazia col coronavirus? 
Non sono un seguace del “dipietrismo”, ma non c’è dubbio che il verbo spesso usato dall’ex Pm ha la forza comunicativa necessaria in questo periodo di inedita emergenza.

Inedita è l’aggettivo giusto per capire il punto di partenza.

Vedo moltiplicarsi (poco per fortuna) una serie di prese di posizioni, dal cosiddetto “Gruppo di Firenze” a quelle di singoli docenti e presidi, che utilizzano una categoria (la cosiddetta meritocrazia) che trovo assolutamente incongrua. Ed uso un eufemismo perché in realtà mi scapperebbe una espressione decisamente più forte che comincia per “c” e finisce per “a”.

Il “potere”, la “valenza del merito”, ai tempi del coronavirus, mi pare una bestemmia, veramente. Perché i meriti, in realtà, sono talmente diffusi e generalizzati da sembrare pandemici proprio come il coronavirus. E quindi quale potere, quale valenza dovrebbe mai avere come elemento di distinzione?

E non mi riferisco allo studente che mi spedisce mezz’ora dopo la registrazione in “Didattica” il lavoro richiesto. Lo faceva prima, lo fa ora e quindi non mi pare un “merito” troppo speciale. Mi pare una virtù ordinaria per lui ma esercitata in tempi eroici. Ma questo, a parere di alcuni, dovrebbe servirmi non a premiare lui ma a distinguerlo dallo svogliato, dallo scapocchione di prima, dall’infingarda dell’era p.c. (prima del coronavirus).

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Già, peccato che pure quello o quella mi stanno meravigliando con meriti “speciali”. Una mi scrive una mail contrita, piena di timorose scuse (magari indotte da mamma e papà) in cui mi spiega che mi manda una settimana dopo il suo lavoro perché “ho avuto problemi di connessione”. È la forma, pudìca, per dirmi che non aveva i soldi del traffico. C’è quella assolutamente terrorizzata dal fatto che le è caduto il cellulare e le si è spaccato lo schermo e tu a scriverle di non preoccuparsi ma, soprattutto, di non farsi venire l’idea di uscire di casa per provare a risolvere il problema. E poi c’è l’altra sua compagna, timorosa via mail più di quanto non lo fosse nell’epoca p.c., che mi spiega, dopo due “mi scusi il disturbo” che il tablet è uno solo e serve  alle sorelle maggiori che vanno all’università. Maiora premunt: le dici che siccome non mi può video-seguire, non è meritocratica?

E poi ci sono quelli che si sono semplicemente inabissati. Per scelta? Perché non hanno voglia di far niente? Ho seri dubbi, non fosse altro perché questa della Dad, a certe condizioni magari difficili da capire, potrebbe essere un nuovo “gioco”. Che i compagni gli hanno garantito essere quanto meno entusiasmante. Perché ti arriva la mail con i cuoricini dal prof burbero (il sottoscritto) che non te l’immaginavi proprio. O perché la prof di lettere ti dedica un pezzo di De Gregori per motivarti a capire che “La Storia siamo noi”.

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O magari la Dad non è un “gioco” o la prosecuzione della scuola con altri mezzi. No, magari è solo un salvagente. Ma chissà se i miglioristi del coronavirus e della “meritocrazia” sono in grado di capirlo.

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