SCUOLA/ E se l’esame (che ci manca) rinascesse dal colloquio?

- Nora Terzoli

Il colloqui dell’esame di Stato, sia al rimo che al secondo ciclo, è la vera prova che mette gli studenti al bivio. Anche i loro prof

Maturità
Esame di maturità (LaPresse)

Archiviati gli esami di Stato del primo e del secondo ciclo, senza entrare in diverse questioni più o meno accese che hanno trovato spazio anche negli organi di stampa nazionali relativamente agli esiti soprattutto del secondo ciclo e sull’opportunità di mantenere queste prove, si vuole in questa sede elaborare qualche riflessione a partire dalla modalità di conduzione del colloquio orale.

Riflessioni che vorrebbero interrogare le modalità del fare scuola, i metodi e le prassi dell’insegnamento e dell’apprendimento.

Quali caratteristiche potrebbe avere un colloquio capace di documentare un cammino di apprendimento?

Certamente non deve ridursi alla semplice verifica di conoscenze: gli insegnanti, che in larga misura anche nel secondo ciclo coincidono con i membri della commissione, hanno avuto a disposizione un anno scolastico per saggiare le conoscenze dei loro studenti.

Questo rischio però è sempre in agguato, forse perché si tratta di una scorciatoia più semplice da percorrere. Non chiede collegialità, perché il docente può procedere spedito da solo a sciorinare il programma, mito indistruttibile della scuola, anche se la normativa stessa non lo richiede da tempo e può fermarsi a una replicazione di contenuti, che non mette in azione l’io dello studente, la sua capacità critica, di argomentazione, di problem solving, competenze che richiamano a un io curioso, desto, capace di interrogarsi sul senso di quanto gli viene proposto nella quotidianità del fare scuola.

Capita allora in sede di colloquio, sia del primo sia del secondo ciclo, di sentire commissari intervenire per chiedere precisazioni in merito ai contenuti, che richiedono risposte puntuali e, quando la stessa non arriva subito suggerire la risposta, chiedendo allo studente di chiudere la parola con l’ultima sillaba.

Certo si tratta di alcuni casi, non sarebbe corretto generalizzare, ma la tentazione esiste ed episodi simili sono ancora documentabili nei colloqui dell’esame di Stato sia del primo sia del secondo ciclo.

Il colloquio dovrebbe essere invece caratterizzato innanzitutto da una tensione interdisciplinare e in questo l’esame orale del primo e del secondo ciclo hanno più aspetti in comune di quanto possa sembrare.

A partire dal documento scelto dalla commissione infatti agli studenti più grandi è chiesto di elaborare un percorso, che attraverso nessi interdisciplinari faccia riferimento alle diverse discipline e qualcosa di analogo costruiscono i colleghi più piccoli della scuola secondaria di primo grado.

La competenza a costruire nessi sostanziali tra le varie discipline però non si improvvisa, è espressione di un modo di insegnare e di imparare che richiede esercizio e consapevolezza di sé, altrimenti dai piccoli come dai grandi si sentono espressioni del tipo: “Ora passo da italiano con Pirandello e mi collego alla politica del doppio volto di Giolitti in storia”, oppure “Parlo della seconda guerra mondiale e poi in geografia mi collego con gli Stati Uniti e poi in tecnologia con il petrolio…”.

Si tratta di una semplice e, a volte rozza, giustapposizione di contenuti che poco a che vedere con l’interdisciplinarietà.

In questi casi infatti sembra che gli studenti si muovano su rimandi forse sentiti qualche volta in classe e che a volte, soprattutto nell’ultima parte dell’anno, sono diventati mappe, schemi in vista della preparazione agli esami, con il rischio che invece di accostarsi a testi interi, a problematiche complesse, si studi privilegiando mappe e riassunti prefabbricati da altri.

L’io dello studente, la sua ragione restano lontani, assenti, spettatori di un sapere masticato da altri, che non ha nulla da dire alla loro vita di oggi e che difficilmente interpella a una ricerca appassionata della realtà attraverso la mediazione e la tradizione delle diverse discipline di studio.

Capita così di sentire ragazzi che fanno riferimento all’inquietudine di Montale e di De Chirico e di essere testimoni di un lavorio di lettura e di interpretazione, che certamente fa cenno anche alla critica letteraria e alla storia dell’arte, ma li fa propri, li comunica non come semplice erudizione, ma come riferimenti per una lettura personale, che si sostanzia di capacità critica e argomentativa.

Solo una domanda aperta sull’io e sulla realtà è generatrice di un’interdisciplinarietà sensata, solo una mente curiosa, capace di domandare rende vivo il sapere e lo fa oggetto di critica.

Gli studenti ne divengono consapevoli però solo attraverso docenti che siano capaci di andare oltre l’erudizione, appassionati della loro materia, come strumento di conoscenza della realtà per continua ricerca ed approssimazione.

Si tratta di veicolare una visione antropologica che rifugga da qualsiasi riduzione dell’umano, come ci ricorda Lorenzo Castelli nel saggio Un’educazione capace di parlare all’umano inserito nella raccolta Sperare nell’uomo (a cura di Giorgio Chiosso, Sei, 2009): “Parlare all’umano che è in noi. Richiamo ancora Oliver Clément: ‘Più che mai c’è bisogno di gente che abbia il senso dell’uomo nella sua profondità ultima. Di gente capace di accettare, di assumere tutte le riduzioni dell’uomo e di dire: guardate, l’essenziale è altrove. Possono dirlo con la scienza, possono dirlo con la poesia, con la letteratura, ma l’importante è far capire che ogni volta che si crede di aver messo le mani sull’uomo, sfugge’. Tutto ciò interroga il senso del nostro fare scuola, del nostro fare università. […] Molte discipline respingono la domanda sull’uomo in quanto tale, ritenendo questa domanda non scientifica o prescientifica. Lo studente non viene più stimolato a interrogarsi su se stesso, conseguentemente corre il rischio di non saper esercitare alcun ruolo critico su ciò che sarà chiamato a fare nel mondo del lavoro e delle professioni”.

La capacità di creare nessi significativi tra le diverse discipline è espressione di una ragione aperta al reale e a una cura dell’umano che non si improvvisano, perché sono frutto di un esercizio da perseguire nel tempo e della guida di docenti appassionati.

Il colloquio dovrebbe anche attestare una capacità di far sintesi, ma non c’è sintesi senza ipotesi di senso, altrimenti la sintesi, come si diceva sopra, diventa riassunto posticcio elaborato da altri.

La narrazione di alcuni percorsi di Pcto nei colloqui del secondo ciclo ha documentato quanto queste esperienze possano essere strada per un reale orientamento.

Molti studenti hanno raccontato come siano arrivati alla scelta successiva degli studi proprio grazie agli incontri e alle esperienze del Pcto, testimoniando, anche in questo caso, come sia l’interazione con un’umanità vissuta nella sua interezza a muovere ragione e cuore dei più giovani.

L’educazione di essere umani liberi, curiosi, appassionati del reale e quindi nel tempo di cittadini consapevoli del loro ruolo nel mondo, al servizio del bene comune è compito della scuola, che lo deve perseguire nella sua quotidianità e lo può verificare in molteplici occasioni, anche nel colloquio degli esami di Stato.

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