SCUOLA/ E se l’esame di Stato fosse stato “tradito” dai docenti?

- Giuseppe Santoli

Molti docenti pretendevano che l’orale dell’esame di Stato consacrasse il loro tradizionale modo di interrogare. Da cui le proteste

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Esame di Stato (LaPresse)

Come sempre il dibattito e le polemiche intorno all’esame di Stato, ex maturità, sono stati ampi e diversificati, alimentati anche dalle novità introdotte dal ministro che quest’anno hanno trovato applicazione per la prima volta. A parte il maggior peso attribuito al curricolo scolastico e l’abolizione della terza prova, le novità più importanti hanno riguardato “l’imposizione” ministeriale delle griglie di valutazione delle prove scritte e soprattutto il nuovo colloquio.

L’obiettivo del ministero era chiaro: garantire in maniera generalizzata i principi di equità e imparzialità riducendo al minimo la discrezionalità delle commissioni di esame.

Obiettivo raggiunto? È presto per dare una risposta definitiva. La strada però, a mio avviso, è quella giusta. La novità più importante ha riguardato sicuramente il colloquio orale. Secondo la legge, questo doveva essere organizzato prevedendo in sequenza diversi momenti:

1) Analisi di testi, documenti, esperienze, progetti e problemi, predisposti preventivamente dalla commissione e inseriti all’interno di buste. Ogni candidato ha scelto una tra tre buste proposte. 2) Esposizione di un elaborato multimediale o di una relazione sull’esperienza svolta nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento. 3) Domande  riguardanti  le attività, i percorsi e i progetti svolti nell’ambito di “cittadinanza e Costituzione”. 4) Visione e commento delle prove scritte.

Per il colloquio il ministero non ha fornito la griglia di valutazione e non è stato previsto il punteggio di sufficienza, per cui le commissioni hanno avuto più spazi di autonomia e discrezionalità. Come è evidente, il nuovo colloquio è molto diverso dal passato e non è più configurabile con l’interrogazione in tutte le discipline rappresentate dai commissari d’esame. La nota Miur del 6 maggio ha chiarito che nel corso del colloquio “dovranno essere privilegiati la trasversalità e un approccio integrato e pluridisciplinare. Il materiale non potrà essere costituito da domande o serie di domande, ma dovrà consentire al candidato, sulla base delle conoscenze e abilità acquisite nel percorso di studi, di condurre il colloquio in modo personale, attraverso l’analisi e il commento del materiale stesso”. I commissari erano autorizzati a fare domande? Sì, a certe condizioni. Continua la nota Miur: “non tutte le aree disciplinari potranno trovare una stretta attinenza al materiale proposto; i commissari di tutte le discipline si inseriranno progressivamente nello svolgimento del colloquio”. È evidente che la verifica delle competenze acquisite in tutti gli ambiti disciplinari poteva essere effettuata nelle fasi successive dedicate all’alternanza scuola-lavoro, alla cittadinanza e Costituzione, o anche durante la discussione della prima e seconda prova scritta.

La conduzione degli esami richiedeva conoscenza e condivisione della norma. Nella maggior parte dei casi ciò è stato assicurato. Purtroppo in diverse situazioni le cose non sono andate secondo le attese. Molti colloqui sono stati condotti sotto forma di interrogazioni disciplinari come nulla fosse cambiato e i materiali delle buste spesso sono stati poco coerenti nell’assicurare possibilità di percorsi pluridisciplinari.

Probabilmente le commissioni hanno avuto difficoltà a predisporre tali materiali non trovando sempre chiaramente espressi i necessari riferimenti “nel percorso didattico effettivamente svolto dagli studenti” che doveva essere descritto nel documento finale dei consigli di classe. L’esperienza di alternanza scuola-lavoro, anch’essa al primo anno di applicazione, ha risentito del “deponteziamento”, forse necessario, che ha subito con l’abolizione del requisito di accesso all’esame e la riduzione del monte ore.

La parte del colloquio riguardante “cittadinanza e Costituzione” ha evidenziato le maggiori criticità. In molte circostanze è stata quasi un male necessario, con spazi e rilevanza marginali rispetto alle prime due parti. E pensare che già nel 2008, legge 169, art. 1, era prevista l’attivazione “di azioni di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione delle conoscenze e delle competenze relative a Cittadinanza e Costituzione nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale”. Nonostante nelle scuole vengano proposti, attivati e svolti diversi percorsi, attività e progetti di “cittadinanza e Costituzione”, appare evidente che essi sono scollegati gli uni dagli altri e che ancora non sono stati definiti  curricoli coerenti e omogenei e integrati all’interno del progetto formativo degli istituti.

Le problematiche evidenziate dal nuovo esame di Stato, quindi, sono più profonde e non possono essere nascoste dalla polemica mediatica sulla scelta delle buste. In tutta sincerità, penso che la responsabilità non possa essere imputata all’ultima riforma dell’esame di Stato. È innegabile, infatti, che il nuovo esame è meglio strutturato e preferibile al precedente e riconosce un ruolo significativo al curricolo scolastico che attribuisce il 40% del voto finale. Le due prove scritte rappresentano una semplificazione burocratica, la loro ristrutturazione e la proposta di griglie “ministeriali” di correzione sono elementi tendenti a valorizzare conoscenze e competenze degli studenti in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale. La struttura del colloquio è strategicamente orientata a far emergere le conoscenze esperte degli studenti, le capacità critiche e quelle di saper cogliere i nessi tra le diverse discipline, ovvero le famose competenze di cui tutti parlano. Ebbene credo che in molti casi le commissioni non abbiano colto questa novità e si siano trincerate all’interno di schemi sicuri e consolidati di verifica delle conoscenze disciplinari. Hanno preferito interrogare, piuttosto che ascoltare e dialogare.

Emerge qui, però, anche la questione dell’innovazione didattica da parte dei docenti, orientata all’acquisizione di competenze da parte degli studenti, che purtroppo non è ancora prassi diffusa nelle scuole. Inoltre, forse è mancato un percorso adeguato di accompagnamento e formazione sul nuovo esame di Stato all’interno delle scuole, ma anche da parte del Miur in particolare per i presidenti di commissione. Di sicuro hanno funzionato meglio le commissioni costituite da docenti aggiornati ma soprattutto presiedute da dirigenti scolastici, evidenziando che gli aspetti organizzativi e di garanzia non sono da trascurare.

In definitiva penso che nonostante il permanere di alcune ombre la strada intrapresa sia quella giusta. Occorre che il mondo della scuola si appropri compiutamente degli strumenti didattici e organizzativi dell’autonomia e in particolar modo di quelli della ricerca e della sperimentazione, che necessariamente devono concretizzarsi attraverso percorsi di istruzione e formazione che portano alla cittadinanza responsabile. Solo così l’esame di Stato non rischierà di diventare il cappello nuovo che viene indossato su un abito vecchio.

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