SCUOLA/ Ecco perché nessuno vuole eliminare la “supplentite” e il precariato

- Sergio Bianchini

Il Miur è incapace di assicurare la copertura in ruolo dei posti di docenza vuoti nella scuola. Da cui il precariato. Ma la soluzione ci sarebbe

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Presidio di docenti precari davanti all'Usr di Milano (LaPresse)

Tutta la stampa annuncia con grande evidenza l’ennesimo inizio disastroso dell’anno scolastico. E dopo decenni di “riforme epocali” quest’anno l’inizio sarà più disastroso che mai. Dilaga una malattia storica, la “supplentite”, cioè l’incapacità di assicurare tempestivamente la copertura in ruolo dei posti di docenza vuoti e quindi il necessario ricorso massiccio ai supplenti, ai precari.

Quest’anno si valuta in 150-200mila unità la quantità dei posti non coperti in ruolo per la cronica mancanza di concorsi tempestivi. Cioè circa un quarto degli organici. E le regioni più colpite sono la Lombardia ed il Veneto.

Ho spiegato mille volte come sulla massiccia presenza dei precari viva il potere sindacale e il quarantennale stato di emergenza del ministero e del sistema scolastico. Emergenza utile a tutti coloro, e sono molti, che su questa emergenza vivono con posizioni di potere e protagonismi altrimenti impossibili.

Ma non mi sono limitato a questa interpretazione per altro diffusamente condivisa. Ho elaborato un sistema semplicissimo per eliminare sul piano organizzativo la malattia. Ho spiegato la mia ricetta già alcuni anni fa e nessuno la confutò. Fu semplicemente ignorata, salvo una (notissima) rivista sindacale la quale dopo aver citato, con evidente stupore, la proposta concluse l’osservazione dicendo: avremmo il coraggio?

Ripropongo la ricetta. Basterebbe assegnare ad enti esterni alla pubblica amministrazione la copertura sia dei posti vacanti annualmente sia delle assenze brevi per malattia, per maternità e per aspettative di vario genere.

Gli esterni potrebbero essere singoli laureati con partita Iva, o cooperative o società private. La presenza nelle scuole di personale non soggetto direttamente allo Stato è già in essere, per esempio, con gli assistenti comunali assegnati agli alunni diversamente abili, o con il personale addetto ai servizi mensa. L’attivazione di questa modalità di copertura delle assenze di personale creerebbe in pochissimo tempo una miriade di partite Iva, di piccole e grandi cooperative o società ruotanti intorno alle scuole e fornitrici a pagamento del servizio. Queste società esterne sarebbero una palestra importantissima per l’accesso alla professione docente in quanto fornirebbero possibilità di esperienze sul campo a centinaia di migliaia di laureati, praticando una prima selezione degli inadatti e rinforzando invece i migliori, i quali potrebbero poi facilmente partecipare ai concorsi per l’immissione in ruolo indetti dallo Stato.

Tralascio per ora il discorso sul concorso nazionale o regionale o locale.  Certamente l’introduzione di un concorso su un territorio molto piccolo, ad esempio un distretto o perfino nel singolo istituto, renderebbe molto più tempestiva la copertura dei posti vacanti ma non risolverebbe totalmente il problema della assenze. Infatti le assenze quotidiane ad organici completi incidono almeno per un 10 per cento sulle presenze scolastiche ordinarie dei docenti titolari.

Il personale supplente sarebbe quindi inquadrato in strutture esterne allo Stato e cesserebbe automaticamente il fenomeno del precariato, da cui dipendono la conseguente maturazione di diritti da garantire con periodiche e inesorabili sanatorie, il doppio canale delle assunzioni e il superamento di fatto della tanto decantata clausola costituzionale del concorso.

Ripeto la domanda che la rivista sindacale pose al termine del commento sulla mia proposta: avremo il coraggio?

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