SCUOLA/ Fioramonti, soldi, dimissioni: alibi o occasione?

- Gianfranco Lauretano

Dopo averlo minacciato più volte, il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti si è dimesso. I fatti salienti della sua gestione

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LaPresse

Caro direttore,
e così, dopo averlo minacciato più volte, il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti si è dimesso. Già perché questa storia delle minacce incomincia a giugno, quando nel precedente governo giallo-verde è sottosegretario e poi viceministro all’Istruzione: “Chiediamo un miliardo in più per ricerca e università. Se non lo avremo mi dimetto” aveva detto allora, rimanendo al suo posto. Poi, diventato ministro, i miliardi chiesti erano saliti a tre e le minacce riprese presto. Infine, a Natale, la gestione Fioramonti terminava perché i miliardi chiesti nella manovra non ci sono.

Anche la carriera di martire di Fioramonti è di ben più antica data: appena laureato all’Università di Tor Vergata di Roma, avuto il sentore che i concorsi universitari non andavano sempre nel modo desiderato si autoproclama “cervello in fuga” e diventa professore ordinario di economia politica all’Università di Pretoria, in Sudafrica, cosa che in realtà non capita proprio a tutti i cervelli in fuga. Rettore di questa università è Wiseman Lumkile Nkuhlu, consulente economico del presidente Thabo Mbeki dal 2000 al 2004 e presidente, oltre che di istituzioni bancarie e d’altro tipo, della N.M. Rothschild & Sons in Sud Africa.

Già, i Rothschild. Non sono complottista, queste informazioni si trovano su Wikipedia, ma fanno il paio con un twitter del 16 dicembre in cui Fioramonti dichiara: “La più grande banca d’investimento del mondo, Goldman Sachs, taglia finanziamenti fonti fossili, perché capisce che non hanno futuro. Ma media italiani attaccano me per aver detto stesse cose”. Su cosa sia la Goldman Sachs, la sua storia e i suoi scopi, lasciamo la libertà di informarsi, ma credere che sia un ente benefico la cui intenzione sarebbe la salvaguardia dell’ambiente è puntare troppo sulla nostra ingenuità. Altre cose si potrebbero dire dell’attività di Fioramonti, come la sua collaborazione con articoli a “OpenDemocracy” di Georges Soros, oppure l’ulteriore cattedra di “Integrazione regionale, Migrazione e libera circolazione delle persone” che non lascia dubbi sulle sue idee “global”.

A questo punto la cosa strana pare il suo dirottamento al ministero dell’Istruzione. Quando compare sulla scena, infatti, grazie al suo curriculum, ai suoi amici internazionali e alla fama di perseguitato del sistema universitario (strano perseguitato, che diventa ministro), possiede un profilo ideale per i 5 Stelle ed è presentato da Di Maio come consigliere economico del Movimento, tanto che suo doveva essere il ministero dello Sviluppo economico, poi ghermito da Di Maio. Come ministro dell’Istruzione progetta di portare più fondi all’università, stabilizzare il precariato, imporre un nuovo modo di pensare di cui si auto-definisce il primo “portatore”. Non farà nulla di tutto ciò. Soldi all’istruzione non ne sono arrivati e mezzi concorsi e “sistemazioni” di insegnanti per decreto hanno solo conservato, se non peggiorato, il caos che regna nella scuola.

Verrà ricordato soprattutto per una serie di gaffes e iniziative che indicano, ancora una volta, l’incapacità del sistema politico di nominare dirigenti vicini alla realtà, questa volta della scuola. In un video del 10 dicembre afferma che “siamo i primi a portare lo sviluppo sostenibile a scuola” (i primi nel mondo intende) cioè, di nuovo!, altre materie, altri insegnamenti, altri voti che dovranno esserci senza soldi, senza insegnanti, senza strutture, senza tempo in più. Afferma che ecologia e ambiente saranno insegnate, non sapendo che lo sono già, anche se la materia si chiama, ad esempio, “scienze”; è celebre per aver proposto di tassare snack e voli aerei in quanto “abitudini dannose alla società” per ricavare soldi per l’università, proponendo il vecchio vizio di educare punendo con le tasse, cosa che si rivela inutile da secoli; suggerisce di sostituire il crocifisso in aula con una cartina geografica, costringendo il suo capo politico a dichiarare che “l’argomento non è all’ordine del giorno”; firma dall’alto del ministero una circolare per la giustificazione agli studenti che si recano allo sciopero gretathunberghiano a favore del clima, scavalcando le prerogative di presidi e docenti, rendendo una farsa l’autonomia scolastica e, di fatto, cavalcando l’evento in suo favore e svilendo contemporaneamente l’impegno dei ragazzi. Interrompiamo qui l’elenco, perché non c’è nulla di nuovo.

Come ormai per molti suoi predecessori, non sentiremo la mancanza dell’ennesimo politico avulso dalla nostra realtà; inoltre, come non crediamo alla favola martirologica del suo essere stato un “cervello in fuga”, neppure pensiamo che per le dimissioni da ministro i veri motivi siano quelli raccontati. La storia dei miliardi negati sembra più funzionale alla costruzione di un’immagine politica di sé, che va infatti di pari passo con l’uscita dal suo partito e la costituzione di un ennesimo gruppo politico per chissà quali futuri scatti di carriera. Saremo autolesionisti, ma sorge il sospetto che, quasi quasi, sia un bene che glieli abbiano negati.

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