SCUOLA/ Francesco e 16 anni (dall’asilo al liceo) circondato da imbecilli

- Valerio Capasa

Francesco si è accorto di essere dislessico quando ormai stava finendo la scuola. Ogni giovane “è una terra che nessuno ha mai detto”, ma i prof non lo sanno o non se ne accorgono

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(LaPresse)

Francesco si è accorto di essere dislessico quando ormai stava finendo la scuola. Aveva sempre fatto fatica a leggere, a ripetere, a memorizzare, fin quando non ha cominciato a prendere come un indizio la sua facilità ad apprendere gli stessi contenuti tramite i video. Non ci aveva pensato prima, questo millennial ovviamente a suo agio nella civiltà delle immagini. Né, a quanto pare, l’avevano ipotizzato i suoi insegnanti, che per sedici anni – dall’asilo al liceo – lo hanno avuto davanti agli occhi. Quello studente infantile, tra l’altro, disegnava sui banchi: chissà se si comportano così anche a casa loro, avranno mormorato.

Nessuno aveva sospettato – neppure lui, a dirla tutta – che in lui si celasse un’inclinazione da fumettista, e che dopo il liceo avrebbe scelto di imparare sul serio il mestiere del disegnatore. E per una lunga strada tutta sua, passando da YouTube agli audiolibri, ha ripreso perfino in mano quei libri che non facevano per lui: ha cominciato a leggere, ma per i fatti suoi, a liceo terminato. Sedici anni negli stessi metri quadri, e nessuno ha saputo spiare, dietro la scorza delle insufficienze e del suo mondo, la dislessia e il fumetto, le potenzialità e i desideri.

Era lì, e non ce ne siamo mai accorti. Come abbiamo fatto? Cos’altro ci distraeva da lui? È che dovevamo spiegare, e anche interrogarlo, e a volte accompagnarlo a qualche iniziativa. E le lettere per informare la famiglia, poi le ore di Alternanza. Tutto in regola, coscienziosamente. Solo che lui, nei nostri radar, non rientrava. Affinché ci fosse, saremmo dovuti scendere dalla cattedra, e non solo girare tra i banchi. Avremmo dovuto possedere una differente teoria dell’essere umano.

La teoria – ci insegna la lingua greca – è una capacità di vedere. L’alunno che abbiamo davanti è uno sconosciuto, non qualcosa che sappiamo già. È “una terra / che nessuno ha mai detto”, scriverebbe Pavese. Davanti a noi non c’è una classe, ma venticinque persone, venticinque storie. E l’insegnante non si trova in aula per insegnare, ma perché venticinque persone imparino. Perciò non può avere la coscienza a posto perché ha fatto la sua lezione; al contrario non può stare tranquillo finché venticinque persone non hanno imparato. Il che significa, di fatto, finché venticinque persone non hanno iniziato a scavare il solco per diventare se stessi: perché nessuno impara davvero fin quando non inizia a scoprire se stesso.

Per questo si tratta di metterci a fianco dei nostri studenti. Prendere la gomma, cancellare, riscrivere. Preoccuparci, anziché delle griglie dietro cui ci illudiamo di nascondere la mano, di portare indietro i compiti in fretta (il giorno dopo, se possibile), con un giudizio personalizzato che contenga una diagnosi e una prognosi. Fare come con i figli: sederci accanto, con pazienza. Ascoltarli quando leggono, perché può darsi che non sappiano leggere. Aspettare che muovano per primi i passi, che cerchino le parole per comprendere senza che se le trovino già pronte, che balbettino le loro interpretazioni senza essere imbeccati. Non lasciarli andare a ripetizione: la ripetizione dobbiamo offrirgliela noi, portandoci a casa venticinque quaderni, rispondendo colpo su colpo alle mail, e la sera lavorando sul pratico anziché sederci a vedere un film. Concepirci come istruttori di nuoto, che insegnano a nuotare e non lasciano le famiglie nell’imbarazzo di dover rimediare privatamente dopo aver lasciato la figlia tutte le sante settimane in una piscina.

Succede troppo spesso – ci ha avvertito ancora Pavese – che “chi ha, come si dice, studiato, chi si muove agilmente nel mondo della conoscenza e del gusto, chi ha il tempo e i mezzi per leggere, troppo spesso è senza anima, è morto all’amore per l’uomo, è incrostato e indurito nell’egoismo di casta. Mentre chi anelerebbe, come anela alla vita, a questo mondo della fantasia e del pensiero, quasi sempre è ancor privo dei primi elementi: gli manca l’alfabeto di qualunque linguaggio, non gli avanzano tempo né forze o, peggio, è traviato da una falsa preparazione” (Leggere). L’anima e il linguaggio: non una senza l’altro. Ne conosco troppi a cui l’anima esploderebbe, se solo avessero le parole: possiamo metterci affianco a loro a tradurre, ad aspettare il tempo in cui sboccia inattesa una scrittura? ci interessa quel potenziale sommerso?

In mezzo al deserto scorgeremo parecchie ginestre, se dovessero accorgerci che le nostre materie c’entrano con loro, proprio con i problemi che li inchiodano e per cui non c’è mai spazio: a casa non è il luogo adatto, con gli amici non è il momento giusto, a scuola non ci andiamo mica per fare gli psicologi. E io? Quando tocca a me? L’anima di ciascun alunno attende, acquattata dietro ogni sonetto e verifica, uno sguardo che ancora non sa, il prodigio raccontato in una vecchia canzone d’amore di Gino Paoli: “non mi sembrava possibile che tra tanta gente che tu t’accorgessi di me”.

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