SCUOLA/ Giannelli (Anp): non basta allungare il calendario, meglio recuperi ad hoc

- int. Antonello Giannelli

Maturità 2021, allungamento del calendario, vaccinazione del personale, povertà educativa, edilizia scolastica, prove Invalsi: l’agenda scuola vista dai presidi

decreto scuola
(LaPresse)

L’esame di maturità 2021? “Finché non si tornerà a una frequenza in presenza totale, non si può pensare a un esame di Stato di nuovo normale”. L’allungamento del calendario scolastico? “In linea di principio non ci sono preclusioni, però credo che si debba innanzitutto misurare quello che gli studenti hanno appreso con la Dad e là dove emergessero lacune bisognerebbe intervenire con un piano di recupero mirato”. Prove Invalsi? “Vanno fatte, ma snellite”. Il ritorno a scuola in sicurezza per tutti? “Sarà difficile prima del prossimo anno”. E da settembre le scuole partiranno regolari con tutti gli insegnanti in cattedra? “Dobbiamo accelerare anche in questo ambito, perché le procedure, troppo farraginose, seguite quest’anno hanno dimostrato di non essere in grado di ottenere il risultato sperato. Conferire alle scuole il compito di nominare potrebbe essere una soluzione”. Antonello Giannelli, presidente di Anp (Associazione nazionale presidi), ha incontrato la settimana scorsa il neoministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, con cui ha discusso di molti temi sul tappeto. E con Giannelli, alla luce anche delle prime interviste e delle prime ordinanze del nuovo titolare di viale Trastevere, proviamo a fare un punto-nave sulla fitta agenda scuola cui dovrà dedicarsi il nuovo governo.

Partiamo dalla maturità. Il ministero dell’Istruzione ha reso note le modalità dell’esame di Stato di secondo ciclo per il 2021: niente scritti e un maxi-orale con la discussione di un elaborato interdisciplinare all’inizio del colloquio. Si ripete il modello del 2020?

Sostanzialmente la maturità 2021 è in continuità con quella dell’anno scorso. Non ci saranno scritti, ma la discussione di un elaborato che verrà assegnato tempo prima, quindi lo studente saprà su quale tematica prepararsi, mostrando così quanto l’ha studiata e approfondita. Mi sembra una scelta ragionevole. Finché non si tornerà a una frequenza in presenza totale, non si può pensare a un esame di Stato di nuovo normale.

Come l’anno scorso verranno ammessi tutti i candidati?

Non ci sarà un’ammissione generalizzata, ma decisa dal consiglio di classe, quindi si ritorna all’ammissione valutata caso per caso. È un fatto positivo, che aggiunge serietà all’esame di Stato. Pur in una situazione molto lontana dalla normalità a causa di tutto quello che è successo e sta ancora succedendo, non si può negare che ci siano ragazzi che si impegnano più di altri, perciò mi sembra corretto che il consiglio di classe possa decidere chi ammettere e chi no.

L’emergenza Covid ha ampliato i gap educativi e si parla di un possibile prolungamento del calendario fino a fine giugno. È una buona soluzione?

Bisogna distinguere fra il principio e la sua applicabilità pratica.

In linea di principio?

Non ci sono preclusioni a far sì che i ragazzi possano seguire qualche giorno di lezione in più a fronte dei giorni di lezione che non hanno potuto frequentare in classe causa Covid.

E sulla praticabilità?

Si tratta di andare a verificare l’efficacia di questa soluzione.

Secondo lei?

Se si prolungano le lezioni fino a giugno, chiaramente si va a interferire con lo svolgimento degli esami. È giusto ricordare che i docenti che fanno parte delle commissioni insegnano normalmente anche nelle altre classi. È una difficoltà di natura tecnica che va tenuta presente. E poi bisogna guardare alle diverse variazioni al calendario che hanno subìto le regioni. Per esempio, in Campania gli studenti hanno seguito pochissimo in presenza: se dovessimo pensare di far recuperare il tempo perso, dovremmo dire loro che passeranno tutta l’estate a scuola? Mi sembra impraticabile. Senza dimenticare un terzo aspetto.

Quale?

Dobbiamo chiederci: tenere i ragazzi due settimane in più a scuola è o no davvero utile? Credo che si debba innanzitutto misurare quello che hanno appreso e là dove emergessero lacune bisognerebbe intervenire con un piano di recupero mirato. È un approccio basato su quanto effettivamente imparato, cioè sulla reale efficacia della Dad, e non semplicemente sul conteggio dei giorni passati o meno a scuola.

Che cosa sarebbe opportuno prevedere per un efficace contrasto alla povertà educativa e all’abbandono scolastico che l’emergenza Covid ha amplificato, soprattutto al Sud?

Ci tengo a dire che povertà educativa e abbandono scolastico erano lacune presenti già prima del Covid. Le prove Invalsi e le rilevazioni Ocse-Pisa dimostrano quanto fossero gravi da anni, tant’è vero che nel 2020 il ministero dell’Istruzione, subito prima che iniziasse il lockdown, aveva predisposto un piano per il recupero del divario di apprendimenti. Indubbiamente la pandemia ha peggiorato le cose.

Quindi è diventato ancora più urgente intervenire. Lei cosa propone?

Bisogna effettuare una rilevazione degli apprendimenti, anche in apertura del prossimo anno scolastico, per vedere dove sono le carenze più gravi così da poter intervenire in modo strutturato.

Vanno riviste le modalità delle prove Invalsi?

Le prove Invalsi, senza rinunciare a effettuarle perché sono importanti, andrebbero snellite, perché in questo momento le scuole hanno da affrontare diverse difficoltà. Basti pensare che molti laboratori di informatica sono utilizzati, con presenze oltre tutto dimezzate, come aule per consentire il massimo distanziamento e che molti computer sono stati dati in comodato d’uso alle famiglie che ne avevano maggiore necessità.

Avete chiesto di vaccinare entro giugno tutto il personale. Obiettivo raggiungibile?

È raggiungibile nella misura in cui vengono dedicate sufficienti risorse. I conti si fanno in fretta: se so quante persone devo vaccinare e in quanto tempo, basta fare una divisione per capire quanti ne devo vaccinare al giorno. Dopo di che il problema è avere abbastanza dosi e abbastanza personale per inoculare il vaccino. Come ha ricordato lo stesso presidente del Consiglio, stiamo procedendo a rilento e bisogna dare un’accelerata.

Il personale scolastico deve essere tra le priorità? Perché?

Perché gli insegnanti e il personale scolastico sono esposti al contagio. Oltre a dover prevenire il rischio di infettarsi, sono a contatto con tante persone: vaccinarli significa assumere una misura di tutela della salute collettiva, un contributo ad abbattere il rischio del contagio.

Come e quando si potrà tornare tutti a scuola in sicurezza?

Credo che prima del prossimo anno sarà difficile ipotizzare un rientro in presenza per tutti. Poi, man mano che il piano vaccinale procederà, le condizioni di sicurezza generale miglioreranno. L’espletamento della campagna vaccinale è la pietra miliare sulla strada del superamento dell’emergenza Covid.

Vaccinando il personale entro giugno sarà possibile far partire regolarmente l’anno scolastico ai primi di settembre?

Sicuramente è meglio che vaccinarlo solo in parte. E poi abbiamo il problema della vaccinazione della popolazione studentesca, visto che i vaccini sono a disposizione dai 16 anni in su. Credo che le autorità sanitarie si stiano ponendo il problema di come fronteggiare la variante inglese. Aspettiamo un loro parere.

Ogni anno si cerca di far partire la scuola con tutti i docenti in cattedra, ma da decenni non si riesce. Non si potrebbe conferire alle singole scuole il compito di nominare, sempre dalle graduatorie, ciascuna per i posti che ha vacanti?

Potrebbe essere una soluzione. Dobbiamo accelerare anche in questo ambito, perché le procedure, troppo farraginose, seguite quest’anno hanno dimostrato di non essere in grado di ottenere il risultato sperato. Bisogna far sì che le scuole dispongano da subito di queste graduatorie e possano nominare i docenti da subito.

Scuola e Piano nazionale di ripresa e resilienza: come non sprecare l’occasione?

Procedendo anche con riforme di tipo strutturale. Dobbiamo far sì che i miglioramenti siano permanenti e strutturali, superando la logica dell’emergenza e delle modifiche con orizzonte temporale limitato.

Un esempio?

Serve un importante piano di formazione per i docenti, perché bisogna attuare una didattica più coinvolgente nei confronti degli studenti.

Edilizia scolastica: vanno utilizzati i soldi del Next Generation Eu? In che modo?

Vanno sicuramente utilizzati anche nell’edilizia scolastica. Abbiamo un problema di messa in sicurezza degli edifici o comunque di monitoraggio delle situazioni che necessitano attenzione, per esempio i solai delle scuole, che registrano crolli periodici, bisogna intervenire. E poi c’è la questione dell’adeguamento degli spazi alle esigenze della didattica attuale. Il Covid ci ha fatto capire una volta di più che le nostre aule spesso sono anguste ed è raccomandabile che buona parte delle risorse sia destinata al miglioramento degli edifici scolastici.

Ci sono altre priorità o criticità che l’Anp ha posto all’attenzione del ministro?

C’è la necessità di rivedere la governance delle scuole: gli organi collegiali si reggono su regole che risalgono ai primi anni 70. Crediamo sia il momento di mettervi mano, perché alcune di queste competenze a volte vanno in contrasto con quelle del dirigente scolastico e si creano situazioni di inefficienza e conflittualità che andrebbero risolte. C’è poi la questione della revisione della responsabilità penale dei presidi sulla sicurezza a scuola: non basta garantirla sulla carta, bisogna far sì che le scuole siano effettivamente più sicure e che la responsabilità penale in capo ai presidi sia sostenibile: devono pagare solo se effettivamente hanno sbagliato loro, non se c’è una situazione troppo difficile da gestire.

Che cosa vi aspettate, come dirigenti scolastici, dal governo Draghi?

Che la scuola venga messa al centro dell’attenzione della politica. Mi aspetto più risorse perché la percentuale di Pil che va all’istruzione in Italia è ben inferiore a quella della media europea. E mi aspetto che si contribuisca, come ha auspicato lo stesso presidente Draghi, al superamento di quella cesura esistente tra cultura umanistica e cultura scientifica. È un segno di povertà culturale, quando invece dovremmo andare verso un nuovo Rinascimento, in cui questi due saperi tornano, come in quell’epoca, a saldarsi fra loro.

(Marco Biscella)

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