SCUOLA/ Il fantasma, l’impresentabile, l’ansioso: studenti “visti” dalla webcam

- Maria Sofia Rossi

Scrutini fatti o da fare, chi sono i “tipi umani” che i prof si trovano a valutare in questo anno completamente fuori dagli schemi?

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LaPresse

Mezza Italia sta facendo gli scrutini, mezza Italia li ha già fatti; ma quali sono le tipologie umane degli studenti che ci apprestiamo a valutare o che abbiamo appena valutato, e che hanno appena concluso quest’anno scolastico così strano, che ha virato così improvvisamente nel dramma?

Confrontandomi con qualche collega, e senza alcuna pretesa di esaustività, potrei azzardare una piccola catalogazione simil-linneiana (aver fatto per anni da segretaria a una coordinatrice di classe docente di scienze naturali dovrà pur dire qualcosa). Vediamoli, dunque.

Il desaparecido

Lo studente non particolarmente diligente in questo secondo quadrimestre ha trovato modo di potenziare le sue naturali inclinazioni; in tutte le classi, infatti, abbiamo tutti avuto uno o due studenti che, semplicemente, non si sono mai connessi.

In particolare, uno mi è riapparso prima delle vacanze di Pasqua, dopo che l’avevo visto per l’ultima volta “in presenza” il 21 febbraio. Ai primi di aprile, però, il tipino si è palesato in occasione della verifica giusto per chiedere: “Io prof potrei non fare la verifica? Sa, in questi ultimi giorni (circa 45!) ho avuto dei problemi”.

Il re dell’eufemismo, insomma. Qualcuno ha obiettato di non possedere un pc adeguato: peccato che la scusa non regga, dato che le scuole si sono attrezzate in moltissimi casi per concedere in comodato d’uso portatili e tablet agli studenti in condizioni di svantaggio.

Alcuni hanno invece millantato imprecisati “problemi di connessione”: ma forse, questi “nativi digitali” ignorano che si può usare il loro fantastico smartphone come router? Certo, la connessione diventa fragilina, ma per seguire le lezioni, sostenere una prova orale e assistere alle interrogazioni, di solito è più che sufficiente. Ma, ops, poi rischiano di finire subito i giga per chattare.

Il fantasma

Detto anche il convitato di pietra. Il fantasma c’è e non c’è, ce sta e nun ce sta, direbbe qualcuno. Ovvero: è connesso, formalmente è presente, ma rigorosamente a telecamera spenta; anche se sollecitato, richiamato, evocato, verrebbe da dire, non risponde, non esce dal suo riposo silenzioso (dal suo letargo?). Non si sa che cosa pensi, non si riesce a farlo parlare, nemmeno, nei casi più gravi, a strappargli una stringa di lettere nella chat di classe. Si insinua allora il fondato sospetto che abbia lasciato il pc acceso in cameretta e sia sceso in cucina a farsi un corroborante panino al tonno per affrontare meglio le assenze dalle successive ore di lezione.

Il preciso

Agli antipodi delle due specie sopra descritte, il preciso ha preso molto sul serio, da subito, la Dad. Affetto da una lieve sindrome ossessivo- compulsiva, non può controllare, in tempo di lockdown, se è uscito di casa con le chiavi o se ha lasciato il frigorifero aperto; allora, per compensare, sposta la sua ansia sull’orologio, suo e dei compagni e professori; è sempre il primo a collegarsi; alle 7,58 ha già aperto la riunione, e se la prof non è connessa alle 7,59, la tempesta di messaggi sul gruppo classe Whatsapp: “Prof, oggi c’è?”; “Prof, perché non la vedo?”; “Prof, non è che sta male, eh?”.

Nel frattempo, il più delle volte, la prof sta ultimando l’operazione di restauro, tentando di rendersi presentabile con due dita di fondotinta per coprire le occhiaie: perché la luce della webcam casalinga è assai più impietosa delle luci che rendono la pelle di Barbarella D’Urso e di Federica Panicucci meravigliosamente vellutata e uniforme anche di prima mattina.

L’ansioso

“Prof, ma le è arrivata la mail con la mia relazione?”. Sì, me l’hai mandata sette volte, e tutte e sette con la richiesta di comunicare l’avvenuta lettura. “Prof, ma mi sente?”. Sì, se non ti sentissi te lo direi, visto che ti sto interrogando”; “Prof, ma mi vede?”; Sì, che ti vedo”; “Prof, ma è sicura di capire quello che dico?” (?!)…

Ifigenia

Tutti voi ricorderete il mito di Ifigenia, l’innocente fanciulla, primogenita di Agamnennone, che il condottiero sacrifica ad Artemide in Aulide, per placare la dea, la quale ha fatto cadere i venti che avrebbero dovuto sospingere la flotta greca verso Troia. Ecco, Ifigenia, del cui sacrificio Lucrezio ci dà un terribile e toccante racconto nel primo libro del De rerum natura, è viva e vive in mezzo a noi, a imperitura testimonianza della vitalità del mito.

Chi è la moderna Ifigenia? Ogni ragazza – e ogni ragazzo – vittima di genitori incombenti, che già normalmente assistono i figli nello studio, di fatto castrandoli, preparando con loro schemi e facendosi “ripetere la lezione” anche se hanno diciassette anni. Ora, data la loro smania di controllo, giacché sono stati anch’essi bloccati dal lockdown e lavorano per lo più da casa, non par loro vero di poter assistere alle interrogazioni, una volta posizionata adeguatamente la videocamera per non essere in favore di ripresa.

Ahimè, la giovane o il giovane che si sente cotanto fiato sul collo, però, tradisce la presenza del genitore o della genitrice, volgendo spesso nervosamente lo sguardo verso l’angolo della stanza dove è appostata costei (le mamme sono numericamente preminenti rispetto ai padri). Talvolta, il figlio o la figlia viene redarguito con un: “non voltarti!” sibilato, ma ben udibile; oppure, quando il ragazzo sbaglia una risposta durante l’interrogazione, si ode distintamente un: “Ma che figure mi fai fare, l’abbiamo ripetuto mille volte!” Una prece per la povera vittima.

L’impresentabile

È colui, o colei, che non accende mai la telecamera, ufficialmente perché “Prof, non sono presentabile!”; come se la scuola fosse il palco di una sfilata di moda e nelle nostre aule mettessero piede solo studentesse truccate come dive alle otto del mattino (oddio, per qualcuna, in effetti, è proprio così).

Viene il sensato dubbio che l’impresentabile, in realtà, stia seguendo le lezioni comodamente sdraiato, o sdraiata, a letto, al calduccio sotto le coperte, con il portatile sulle ginocchia. E se credete che la percentuale sia bassa, be’, su 64 studenti che ho avuto nelle mie classi quest’anno ho avuto mediamente solo 12 telecamere sempre accese.

Naturalmente, queste perfide webcam hanno la perniciosa tendenza – lo sappiamo tutti – a disfunzionare e a creare problemi di connessione proprio nel momento catartico delle interrogazioni. Peccato che a telecamera disattivata, ma non a microfono spento, si senta benissimo il frusciare disperato delle pagine del libro compulsato nervosamente alla ricerca della risposta.

Ma, ovviamente, non ci sono soltanto queste figure grottesche e a volte un po’ furbette: in ogni classe, e spero che molti condivideranno il mio racconto, c’è stato anche un bel numero di studenti che, stravolta e cambiata dall’oggi al domani non solo la modalità di fare scuola, ma tutta la loro vita, si sono adattati e hanno tenuto botta, si sono impegnati, sono stati costanti, hanno fatto tutto il loro lavoro di studenti.

Perché, se qualcosa noi docenti abbiamo capito, al di là del funzionamento di Teams e di Zoom, e delle altre piattaforme informatiche, è che la Dad è stata come una lente di ingrandimento, che ha amplificato i difetti, ma anche i pregi e le qualità positive dei nostri studenti.

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