SCUOLA/ “Io so che tu pensi”: una sfida chiamata autismo

- Luigi Campagner

Un libro recente raccoglie nuove tracce di ricerca, di diagnosi e di cura, a partire dalla psicoanalisi, per affrontare l’autismo

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LaPresse

Il libro Non ci sono. Autismo: orientamenti di guarigione con la psicoanalisi recentemente editato da FrancoAngeli, autrici e curatrici Maria Gabriella Pediconi e Carla Urbinati, raccoglie con coraggio la sfida dell’autismo. Scritto per chi – genitore, docente, educatore o terapeuta – non voglia “gettare la spugna” né rinunciare ad entrare in rapporto con i soggetti che “hanno ricevuto” la terribile diagnosi, Non ci sono è un libro corale, che coniuga in modo armonico più voci attorno ad un tema complesso e scientificamente ancora aperto come l’autismo.

Se ho parlato di coraggio è perché l’autismo fa paura, e chi invece non ne ha probabilmente non conosce da vicino né l’argomento né le persone che lo incarnano. Gianluca Nicoletti, il noto conduttore radiofonico, padre di Tommy, un giovane uomo autistico, autore del libro Una notte ho sognato che parlavi cosi replicava, al termine di un’intervista, ad un collega che lo invitava a portare un abbraccio a Tommy: “porterò l’abbraccio a Tommy, se se lo fa dare senza darmi uno sganassone!”. Il tono di Nicoletti è come al solito scanzonato e brillante, ma il contenuto del suo messaggio è allarmante: provare a fare il padre di Tommy (naturalmente questo vale anche per la madre) comporta costantemente il rischio di essere colpito, magari all’improvviso, da un pugno in faccia.

“Avvicinando l’autismo” scrivono le curatrici “si tocca da vicino la landa desolata del pensiero: l’autistico porta con sé terrore e timore, terrorizzato prima ancora che terrorizzante, assorto, sconnesso, angosciato e angosciante allo stesso tempo”. Dunque, nessuna idealizzazione, né facili concessioni “all’autismo da prima pagina”, il cui sensazionalismo finisce con l’oscurare i soggetti e le famiglie alle prese con questa condizione della psiche. Il riferimento è alle semplificazioni culturali che da qualche anno non si fanno scrupolo di promuovere l’autismo da severa diagnosi neuropsicologica, ancora per molti aspetti enigmatica, a condizione esistenziale privilegiata. Una neuro-diversità mitizzata come portatrice di alcuni caratteri che un’umanità “disillusa, divorata dalle sue stesse passioni” ricerca in questi nuovi supereroi, disadattati ma nel contempo “ingenui e geniali (…) i diversi, gli ultimi innocenti di un’umanità decaduta”.

Agli influssi culturali e al loro interagire con gli aspetti clinico-diagnostici e sociali il volume destina due ricchi contributi, dedicati a una sostanziosa rassegna delle rappresentazioni dell’autismo nel cinema (l’autore è G.M. Genga) e al commento di alcune famose biografie di personalità che “hanno ricevuto”, già nella loro infanzia o in età adulta, la diagnosi di autismo ad alto funzionamento (sindrome di Asperger). Temple Grandin, Donna Williams, Greta Thunberg e le donne della sua famiglia, Antony Hopkins, Susanna Tamaro, e altre ancora: “sembra ci vogliano convincere che il tipo autistico può essere legittimato come uno dei prototipi dell’essere umano in generale, una forma dell’essere nel mondo.

Strutturato in quattro parti, come i movimenti di un’ampia sinfonia e come gli articoli che costituiscono la pulsione per Freud, assunta dalle curatrici come stella polare per questa impegnativa traversata, il libro ricapitola e risignifica cent’anni di studi sull’autismo, con un focus sull’ultimo trentennio di ricerca. Si inizia dalla controversa scelta della parola stessa e del concetto da parte di E. Bleuler (1911), che la utilizza per descrivere certi stati psichici della psicosi e della schizofrenia nell’adulto, per passare alla sua ripresa e definitiva consacrazione da parte di L. Kanner e H. Asperger, nei due famosi articoli pubblicati a solo un anno di distanza (1943 e 1944).

Entrambi gli autori riprendono il termine autismo per indicare una sindrome psicopatologica osservata in alcuni bambini e connotata da chiusura in se stessi, isolamento dal mondo esterno, ridotta interazione personale. Di fatto, osserva M.G. Pediconi, i due importanti clinici hanno inaugurato “un enigmatico sdoppiamento di quello che non è mai stato un concetto chiaro”.

Un aiuto a comprendere di cosa si tratti lo offre R. Colombo a cui si deve, già negli anni 90, la definizione di autismo come psicopatologia precoce: una quarta forma di patologia psichica, ulteriore e specifica rispetto a nevrosi, psicosi e perversione. Seguendo Bleuler, scrive Colombo, “dovremmo dedurre che il pensiero autistico sia un pensiero retto esclusivamente sul principio di piacere. Ma l’autismo precoce infantile non permette tale deduzione. (…) L’autismo non ha troppo principio di piacere, semmai ne ha troppo poco

L’ipotesi, elaborata nel saggio, e sviluppata grazie alla ripresa del lavoro di Freud, di Lacan (si veda il contributo di M. Cavicchioli) e di Giacomo Contri è quella che nel soggetto autistico, per motivi che ancora la ricerca neuropsicologica non è in grado di chiarire, la stessa costituzione dell’io subisca un arresto, incontri un impedimento che risulterà tanto più grave quanto più sarà precoce. La prematura interruzione, che gli autori auspicano almeno in talune condizioni superabile, colpisce uno snodo cruciale della costituzione psichica, laddove il bambino, sperimentata l’intesa con chi si cura di lui, inizia a convocarlo intenzionalmente come partner di un soddisfacimento al quale dispone passivamente il proprio corpo, fino all’esercizio di tale disponibilità “nella domanda che rivolge all’altro”. Un esempio su tutti è rappresentato dalla plasticità dell’abbraccio del bambino alla madre, un’esperienza spesso traumatica per un bambino autistico e un rifiuto non di rado sconvolgente per i suoi genitori. Nell’autismo l’altro non viene istituito come partner, ma rimane un “oggetto”, di cui il bambino può arrivare a servirsi come mero ausilio protesico.

Dalla mancata “composizione del campo dell’altro” le curatrici traggono una sorprendente considerazione, che fa definitivamente cadere la tristemente famosa ipotesi delle madri frigorifero, formulata da B. Bettheleim negli anni 50. I genitori si muovono adeguatamente, almeno in un primo tempo, investono il bambino di affetti e buone cure, ma ad un certo punto devono prendere atto che il figlio non fa loro posto. Non si coinvolge né si lascia coinvolgere spingendoli nel vicolo cieco di una constatazione che può risultare pietrificante. Eppure, la contraddittoria affermazione: “non ci sono”, manifesto dell’autismo, può non essere l’ultima parola. Il pensiero degli autori – a prendere la parola è in questo caso M. Campana – va al lavoro con i genitori realmente incontrati e ultimamente oggetto anche di preziose ricerche a carattere analitico sui primi tempi di vita con il bambino, di cui il volume da conto. Il loro sforzo di continuare a “parlare” a questi enigmatici figli viene definito “epico”. Una traduzione nel quotidiano dell’assioma che da diversi decenni Giacomo Contri applica all’autismo: “so che tu pensi!”. È a partire da questa certezza, confermata dai trattamenti clinici, che potranno essere favorite le condizioni affinché accada qualcosa di nuovo e il soggetto inizi a rendersi finalmente presente e raggiungibile.

Il merito di aver tirato le fila della ricca letteratura scientifica sulla “base neurobiologica del disturbo autistico” va al professor C. Ruggerini (past-president della Società Italiana dei disturbi del neurosviluppo) e ai suoi collaboratori, che facendo il punto su “epigenetica e fattori di rischio ambientali” sottolineano la permanente plasticità e l’assoluta unicità (personale) di ogni apparato neurologico. Un’osservazione che invita alla prudenza in sede diagnostica – nel volume approfondiscono il tema due medici pediatri, A.M. Saccaggi e L. Radice sulla base della loro considerevole e originale esperienza – e alla responsabilità del clinico di tenersi alla larga da soluzioni terapeutiche “prêt-à-porter”, per cercare – senza gettare la spugna ai primi insuccessi – le modalità più congeniali ad ogni singolo paziente, giovane o meno, ad alto o basso funzionamento.

Ammirevole sotto questo profilo il resoconto di Carla Urbinati della lunga terapia condotta con il piccolo Riccardo, iniziata quando il bambino non aveva ancora quattro anni. Un approccio terapeutico in stile di “alta sartoria”, assolutamente personalizzato, improntato dalla formazione psicoanalitica della terapeuta, alla tenace astensione da ogni invadenza del “campo dell’altro”, all’ascolto del suo pensiero, all’apertura nei confronti dell’istituzione scolastica e, foss’anche come imprevisto, alla guarigione. Una tecnica quella utilizzata da Urbinati confermata, pur nelle diversità di approccio, dal racconto di altri casi: Leo e James trattati nei parent-toddler groups dell’Anna Freud Center di Londra, presentati da I-M. Pretorius ed A. Dainesi; Ludovico, Giovanni e Michele trattati attraverso la musica, con grande competenza (e successo), da due non terapeute, le musiciste e docenti C. Carletti e R. Laudi.

Occuparsi oggi di autismo vuol dire interrogarsi sulle condizioni necessarie alla costituzione dell’io, sulla struttura del pensiero autistico – un tema di rilievo filosofico – e su quali siano le aspirazioni di una cultura tentata di assumere l’autismo come proprio ideale.

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