SCUOLA/ La buona “inclusione” di Veladiano dimentica le paritarie

- Maria Grazia Fornaroli

Mariapia Veladiano offre spunti interessanti sulla qualità educativa della scuola, che ha bisogno di meno burocrazia, più autonomia e reti esterne significative

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(LaPresse)

Mariapia Veladiano, di cui avevamo letto e recensito qualche mese fa un interessante romanzo sul tema dell’Alzheimer e della possibilità di affrontarlo attraverso relazioni significative, oggi riprende la sua professione, quella prima di insegnante poi di preside, e accompagna con un’interessante prospettiva la ripartenza.

Finalmente un testo ben strutturato scritto da chi la scuola la conosce bene. Ai lettori del Corriere della Sera prima, poi a tutti, tramite le edizioni Solferino, ha offerto un breve pamphlet, Oggi c’è scuola. Si tratta di poco più di 100 pagine da leggere d’un fiato, in cui si mescolano l’indubbia esperienza sul campo, la conoscenza del contesto e della ricerca, soprattutto statistica, e un’inesausta passione educativa e civile.

Permane nel testo il tratto irriducibile dell’autrice, quello di uno sguardo carico di pietas per i propri e altrui limiti e insieme della consapevolezza che la sofferenza, il disagio, le ferite possono essere riparate in una prospettiva di bene comune.

Appassionata di etimologie, ci suggerisce all’inizio come il termine lockdown, così abusato in questi ultimi due anni, avrebbe potuto essere sostituito, come accaduto in California, da “Shelter in place”, “trovar riparo nel luogo in cui si è”, che prospettiva davvero innovativa per le nostre case, i nostri uffici, ma soprattutto per le nostre scuole, “luogo buono ove trovare sicurezza, sempre…”.

L’analisi dei due anni passati si fa poi ricca di dati e impietosa: 1 milione e 600mila studenti persi nel nostro paese per problemi di connettività, nel primo anno di pandemia il 24% dei disabili lasciati nelle loro case, dati sconfortanti e inaccettabili, certo non sanabili con banchi a rotelle.

Contemporaneamente l’analisi dell’autrice è capace di guardare con ottimismo alla miriade di docenti che per la prima volta ha affrontato l’e-learning, divenendone in qualche mese competente, uno sforzo immane di formazione per una categoria troppo spesso avvilita.

Certo, la possibilità di entrare nelle case ha messo in luce l’enorme divario ancora esistente nella nostra società e inevitabilmente l’autrice si chiede, in maniera talora accorata, ma anche con estremo realismo, quali soluzioni adottare per ridurre questa differenza, con la finalità di consentire a tutti di diventare quel che si desidera.

“Fare bene insieme è sempre un progresso. Lasciare indietro oltre che un’ingiustizia è sempre una minaccia incombente sul futuro”. L’autrice si esprime dichiaratamente contro una logica di natura meritocratica, che accentuerebbe le disuguaglianze, prediligendo invece una prospettiva dichiaratamente inclusiva. Anche su questo tema il dibattito è aperto ai nostri lettori: possono viaggiare insieme inclusività e merito?

Il testo analizza con cura le innovazioni didattiche più rilevanti: l’apprendimento attivo, i compiti di realtà, l’educazione a comportamenti responsabili condivisi, piccole rivoluzioni in una scuola nella quale la responsabilità è sempre stata esclusiva degli adulti, oppressi dalla temibile “culpa in vigilando”.

Suggestiva anche la prospettiva di lasciare spazio alla narrazione, alle potenzialità della parola, capace di tessere relazioni e insieme lenire la sofferenza, così come l’appello allo spazio dato alla corporeità, alle arti e alla musica.

Insegnare cosa nella post pandemia? Quali i saperi essenziali? Qui la sferzata al modello economico dominante si fa intensa. “Esiste una qualità del sapere che la scuola offre e una qualità dell’educare che deve portare a scoprire le potenzialità di ogni ragazza o ragazzo e permettere di costruire la vita comune da persone responsabili verso il presente e verso il futuro”. Come? Attraverso una sburocratizzazione, favorendo gli spazi di autonomia e libertà, tessendo reti significative anche esterne alla scuola.

La scuola “diffusa”, cui la pandemia ci ha costretto, è la nuova scuola; inevitabile chiedere l’impegno al territorio tutto, in una prospettiva di bene comune.

Sulla valutazione la Veladiano scrive pagine davvero profonde per consegnare alla scuola un’ipotesi di promozione di nuovi modelli valutativi, orientati alle rubriche osservative, per rendere le conoscenze utili alla vita.

Con una acutissima citazione di Natalia Ginzburg l’autrice rimanda all’errore diffuso di una protezione eccessiva da parte dei genitori, a cui andrebbe ricordato che “la scuola è la prima battaglia che il figlio deve affrontare da solo”.

Non è utopia, molto c’è già, si tratta di condividere e applicare ciò che funziona meglio.

Non poteva mancare in questa riflessione un ripensamento sugli organi collegiali per ricostruire nuovi modelli di comunicazione non ostile, per ridare concretezza a quella fiducia tra soggetti operanti nella scuola, di cui il sistema ha assolutamente bisogno per superare la logica del sospetto e dell’astio dilaganti.

Il libro si chiude con un breve cahier de doléances, assolutamente condivisibile per la parte relativa alle lacune sull’arruolamento e l’organizzazione del personale amministrativo, al quale, in questi ultimi anni, sono stati delegati innumerevoli compiti prima gestiti centralmente; meno condivisibile per la parte relativa all’arruolamento dei docenti, in cui qualcosa il ministero in quest’ultimo periodo ha cercato di fare.

Suggestiva la conclusione con il suo appello alla centralità delle biblioteche, cartacee o digitali, cuore pulsante di una scuola rinnovata e invece nel nostro paese trascurate e sacrificate alla mancanza di aule.

La prospettiva è interessante; spiace dover segnalare che la scuola di cui si parla è sostanzialmente la scuola statale, mentre viene quasi completamente ignorata la scuola paritaria, che invece, per la specificità dell’arruolamento e della governance, potrebbe sicuramente offrire interessanti confronti in una dialettica feconda, a cui evidentemente l’autrice non è al momento interessata.

Credo invece che la verifica sul campo di tante esperienze di aiuto allo studio come Portofranco, tante realtà di istituti professionali paritari, tanta ricerca educativa di istituti di eccellenza (nome non amato dalla nostra autrice) possano suggerire strade di miglioramento per tutto il sistema scuola.

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