SCUOLA/ La ginestra e l’Ucraina: seguire la realtà per educare fino in fondo

- Maria Grazia Fornaroli

La scuola non era preparata all’urto di un’emergenza come la guerra. Eppure resta per i ragazzi un argine alla paura e all’indifferenza

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Scuola (LaPresse)

Il grande Leopardi lo aveva scritto a chiare lettere ne La Ginestra. Aveva scelto una espressione giovannea, “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre della luce”, per iniziare, ma poi, con un’immagine ora davvero profetica, aveva scritto che l’uomo ragionevole

dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.

Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia
tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede così, qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.

Gli inimici per l’ultimo Leopardi sono gli assalti della Natura, la stoltezza umana quella di dimenticarsi di lei, per intraprendere violenti contrasti con gli amici uomini.

Fuor di metafora: appena, o non ancora, usciti dai due anni di pandemia, come “pugili suonati” scopriamo alla fine di febbraio di essere dentro un conflitto, questa volta generato dagli uomini in modo consapevole, dai contorni inquietanti. Ragione e cuore sono sfidati a reggere l’urto di un’emergenza a cui il nostro tenero Occidente non era certo preparato. La scuola lo era ancora meno, eppure, proprio la scuola in questo momento, resta per i nostri adolescenti un argine alla paura, alla sofferenza, forse ancora peggio, argine all’indifferenza.

Brianza, una scuola superiore come tante. Stavamo riprendendo la nostra funzione formativa e culturale, mettendo a lato quella di ufficiali sanitari che avevamo dovuto ricoprire, nostro malgrado, in questi ultimi dolorosissimi 24 mesi; avevamo raddoppiato le ore del progetto di psicologia scolastica (perché allievi e genitori sempre più spesso chiedevano che il proprio dolore fosse ascoltato e i docenti avevano essi stessi bisogno di approfondire le ragioni di tanto disagio), stavamo attendendo di capire come sarebbe stato l’esame di Stato, stavamo timidamente riprogettando i percorsi di alternanza per i più grandi, provavamo a ripensare qualche uscita didattica. Improvvisamente violentissimi bombardamenti senza nemmeno una dichiarazione di guerra squarciano il nostro quotidiano.

Non appare immediatamente chiara la gravità del conflitto: i ragazzi, anche quelli più motivati, i rappresentanti in Consiglio di istituto continuano i loro riti, piccole richieste di democrazia scolastica, anche un po’ stupiti perché i loro coetanei delle metropoli stiano occupando le scuole reclamando esami semplificati e rinuncia ai percorsi di alternanza.

Scuole occupate? Sì, nel giro di qualche giorno le scuole saranno occupate anche in Ucraina, per fornire rifugio alla popolazione, qualcuna sarà anche facile bersaglio di bombardamenti. Guerra? E i docenti? È una guerra complessa questa e appare subito chiaro come nei docenti, soprattutto fra i più politicizzati, non ci sia un’univoca interpretazione.

In questi anni non è che infatti il nostro dibattito politico sia stato molto impegnato ad affrontare il rapporto fra la Russia di Putin e l’Occidente, e nemmeno il sindacato, impegnato nelle operazioni di rinnovo delle Rsu, ci risulta particolarmente appassionato al dibattito. Poche dichiarazioni esplicite, prevale negli adulti la preoccupazione delle conseguenze di una crisi imprevista, sentimento che tuttavia non può diventare rinuncia al tentativo di accompagnare i ragazzi nell’interpretazione del dramma in corso, per quanto complesso esso sia.

L’educazione civica potrebbe costituire un grande contenitore per affrontare in modo sintetico il dramma, abbiamo accennato tante volte nei corsi di formazione al compito unitario di apprendimento: in questo momento così doloroso sono tutte le discipline che possono concorrere a leggere la realtà ( la storia, la geopolitica, ma anche tante discipline scientifiche che saprebbero aiutare a decodificare le profonde relazioni fra economia, finanza e sottosuolo, per non parlare del nucleare; ma anche l’informatica potrebbe offrire spunti essenziali di riflessione). In tempi di pace relativa si è forse potuto affermare che la scuola non debba necessariamente rincorrere l’attualità, ma crediamo che questa volta sarebbe immorale non farlo.

I nostri ragazzi, proprio per le fragilità cui si è fatto prima riferimento, proprio per l’assenza tanto lamentata di adulti, implorano dai loro insegnanti non innanzitutto giudizi politici, ma categorie che aiutino a interpretare, altrimenti il frastuono dei social avrà il sopravvento. Persino il grande D’Avenia di recente ha stranamente suggerito di non continuare a pensare alla guerra perché il dolore potrebbe distruggerci; se tuttavia l’educazione è introduzione alla realtà, non possiamo nemmeno sottrarci a tentare di comprendere questo dolorosissimo capitolo del nostro presente.

Questa è una guerra vicina e terribilmente nostra, anche quella della ex Jugoslavia lo fu, ma certo questa potrebbe essere ancora più tragica nelle conseguenze e i nuovi modelli di comunicazione la rendono più pervasiva. Non possiamo dimenticare che nelle nostre scuole, anche in quella che dirigo, piccole comunità di studenti ucraini sono fra noi, spesso impegnati a sostenere con uno studio serio la fatica quotidiana di madri che dopo anni di solitudine erano finalmente riuscite a riaverli accanto.

Li ho incontrati, seri, preoccupati delle notizie che giungono dal paese di origine, ma anche discreti, desiderosi che il loro stare a scuola possa continuare nella pacifica quotidianità. Guai a noi se le etnie a scuola diventassero terreno di scontro; la scuola italiana è stata in questi anni un fecondo laboratorio di integrazione, che continui ad esserlo! Si sono però resi disponibili a diventare interpreti per i piccoli che già arrivati hanno cominciato a frequentare, nello stesso Comune, la scuola primaria. Un fiore nel deserto del conflitto, per tornare a Leopardi.

La scuola ha anche cominciato a sostenere le mille iniziative di solidarietà promosse da varie associazioni; sarà per tutti i ragazzi un’occasione di condividere il bisogno altrui e per vivere in una relazione costruttiva con l’amministrazione e le associazioni del territorio un’esperienza di autentica tensione al bene comune, in una prospettiva autenticamente sussidiaria.

Esiste nella scuola statale un impegno costante  a rispettare la normativa con le sue rigide tempistiche, ma in questo caso il Consiglio di istituto e i singoli docenti hanno immediatamente percepito che fosse necessario, allentando i vincoli, dare spazio a numerose iniziative. Il panorama informativo è davvero amplissimo; non multa sed multum, si prediligano approfondimenti autorevoli, criticamente sviluppati dal docente, aperti al confronto e al dibattito, evitando tuttavia le semplificazioni di cui la rete è colma. Questa è anche una guerra di immagini, anche su questo è opportuno che la scuola si tempri a fornire criteri di teoria della comunicazione.

La tempesta dolorosa che si abbatte sugli occhi dei nostri adolescenti, già così fragili, potrebbe far sanguinare ferite già aperte. Manzoni nel capitolo sulla morte di Cecilia ci aveva accompagnato, con una decorosa misura, alla condivisione per la pietà del dolore innocente; guardiamo con vero rispetto, con i nostri studenti, ancora alla dignità con cui le madri ucraine hanno vestito i loro bimbi alla vigilia di un esilio indeterminato, senza indulgere, come si va facendo, al sensazionalismo.

Il confronto con la cultura dell’Est potrà essere altresì foriero di paragoni costruttivi. I media ci hanno mostrato costantemente i panfili e le residenze degli oligarchi, chi di noi ha invece potuto paragonarsi con i seri dibattiti di alcuni profondi conoscitori della realtà di quei luoghi, si pensi solo a Giovanna Parravicini o a Elena Mazzola, non può che desiderare per i nostri ragazzi il paragone con queste esperienze, in cui, oltre a categorie politiche, emergono prospettive di approfondimento della cultura slava che non possono che suscitare un rispetto infinito per popoli che, dentro le drammatiche circostanze cui la storia li ha chiamati, hanno saputo conservare una tensione di cui, anche il nostro Occidente, ha terribilmente bisogno.

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