SCUOLA/ La storia di Samad: fare “educazione civica” coinvolgendo gli studenti

- Carlo Bortolozzo

In una scuola la visione del docufilm “Dustur” e la testimonianza di un giovane ex carcerato marocchino danno vita a un dialogo intenso con gli studenti

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LaPresse

Com’è noto, la riforma dell’Esame di Stato prevede che una parte del colloquio sia dedicata alle “attività, ai percorsi e ai progetti svolti nell’ambito di Cittadinanza e Costituzione”. Questo insegnamento, precisa ancora il ministero dell’Istruzione, deve mirare a sviluppare le competenze di cittadinanza in vari ambiti, come, per esempio, educazione alla legalità, alla cittadinanza attiva, o altro.

L’introduzione di questa sezione, l’anno scorso, aveva suscitato non poche perplessità nel mondo della scuola: risultava difficile comprendere contenuti, metodi di conduzione di questa parte del colloquio, criteri di valutazione. In pratica non si capiva chi dovesse rivolgere domande al candidato, cosa si dovesse chiedere e come si dovesse valutare. Poi, da bravi italiani, maestri nell’arte dell’arrangiarsi, in qualche modo abbiamo risolto la situazione.

Quest’anno, un po’ confortati dall’esperienza dell’anno precedente, gli istituti si sono attrezzati per tempo, approntando i famigerati “percorsi” – parola chiave del burocratese scolastico – in grado di preparare i ragazzi all’esame.

Il mio liceo ha proposto agli studenti delle classi quarte e quinte alcuni appuntamenti denominati “A lezione di Costituzione”, con il proposito di far conoscere meglio la legge fondamentale del nostro Stato, in una modalità possibilmente attraente.

Inizialmente scettico, mi sono lasciato coinvolgere dall’iniziativa e, con altri ardimentosi colleghi, ho partecipato alla visione del docufilm “Dustur”, realizzato da Marco Santarelli per i 70 anni della nostra Costituzione e al successivo dibattito.

“Dustur”, in arabo “Costituzione”, è stato girato nel carcere Dozza di Bologna e ha per protagonisti un gruppo di detenuti di origine islamica, i quali, coordinati da fra Ignazio della Piccola Famiglia dell’Annunziata fondata da Giuseppe Dossetti – politico democristiano, partigiano, padre costituente e poi monaco –, da un mediatore culturale e da vari volontari, dialogano sui valori della Costituzione italiana confrontata con quelle elaborate nei loro Paesi durante la Primavera araba del 2011.

Le lezioni e i dialoghi si intrecciano con il racconto della vita di Samad, giovane marocchino che ha scontato la pena per traffico di droga, ora studente della facoltà di Legge: rientrato da esterno in carcere, partecipa alla discussione portando la sua viva esperienza. Le sequenze, dapprima tutte girate in interni, si trasferiscono poi all’aperto con la visita al cimitero di Casaglia a Marzabotto, luogo del tragico eccidio dei nazifascisti contro la popolazione inerme, per concludersi davanti alla tomba di Dossetti.

Il film, premiato in vari festival in Italia e all’estero, ha il pregio di raccontare senza retorica una realtà difficile e un tentativo coraggioso; proprio negli istituti di pena, infatti, vi è il rischio che si diffonda il radicalismo islamico fomentato dall’Isis. Non va dimenticato che il film è stato girato nel 2015, a ridosso degli attentati di Parigi. I detenuti-studenti affrontano, senza filtri, i temi più scottanti, come quelli della diversità tra le tradizioni culturali italiane e quelle nordafricane, o la laicità dello Stato.

Uno dei detenuti afferma che la Costituzione dovrebbe permettere a un cristiano di farsi musulmano, ma, di fronte all’ipotesi opposta, si ribella, perché per lui “un musulmano che rinnega la sua religione è un apostata e perciò deve essere condannato a morte”. Ma molti suoi compagni non sono d’accordo, il dialogo non si interrompe, è fatto di tappe diverse, affrontate con onestà e rispetto, segnato dalla fiducia reciproca.

All’inizio uno dei volontari ricorda che una soluzione è sempre possibile, “perché se c’è una domanda vuol dire che c’è anche una risposta”. È quello che ci testimonia Samad, presente al dibattito con i nostri studenti. Oggi ha trent’anni, si è laureato, a Bologna ha aperto una società di consulenza, si è sposato e ora si è iscritto a Ingegneria. “Sono fortunato”, afferma. Dice ai ragazzi: se ce l’ho fatta io anche voi potere farcela, però dovete studiare, la cultura può diventare una forma di liberazione. In modo pacato ma fermo, ripete le sue convinzioni: a tutti va data un’opportunità, la legislazione deve avere come fine la rieducazione e il reinserimento nella società.

Non si sottrae alle domande più scomode: a tutti deve essere garantita questa possibilità? Anche a chi ha stuprato e ucciso una ragazzina? A tutti, risponde Samad: tutti possono recuperare la fiducia per vivere. Così è successo a lui; ora abita in una casa “grande quanto una cella, ma ho il privilegio di possedere le chiavi e di entrare e uscire quando voglio”. Dice nel film: “questo significa per me libertà: il fatto di studiare e di lavorare, di essere cosciente della situazione in cui sono io. Essere sobrio, soprattutto: da qualsiasi forma di droga, anche dall’alcol. Per me, quella è la libertà”.

Nella vasta sala l’attenzione è massima, i ragazzi capiscono che la storia di Samad, in fondo, non è poi così diversa dalla loro. “Vivete in una società in cui non si accettano i vostri errori, solo i vostri genitori vi accettano per quello che siete. Ma innanzitutto dovete accettare voi stessi”.

Samad racconta chi l’ha fatto diventare così: è stato un volontario un po’ particolare, Pier Cesare Bori, storico delle religioni e docente universitario, attivo nelle iniziative di recupero della Dozza. Scomparso nel 2012, a lui è dedicato l’ultimo docufilm di Santarelli, I nostri, indagine sul mondo sommerso delle comunità religiose a Bologna, città in cui vivono 60mila stranieri di 149 nazionalità. Bori è stato il mentore di Samad e di tanti altri, ha gettato un seme che ha portato molto frutto. Dopo averlo incontrato, dice Samad, “non avevo più gli stessi occhi”.

Noi insegnanti guardiamo stupiti la scena. Pensavamo: forse nessuno farà domande, il tema è difficile; prepariamo un filmato per coprire il vuoto e arrivare alla fine dell’assemblea. Invece, i ragazzi non smettono di intervenire e il dialogo si fa sempre più intenso. Alla fine, dobbiamo mandarli a casa, bisogna chiudere la sala. Come accade in ogni incontro vero, il desiderio è quello di continuare.

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