SCUOLA/ Linee guida per l’orientamento, l’intuizione giusta e la risposta sbagliata

- int. Ezio Delfino

Nel nuovo orientamento le buone premesse (che ci sono) vengono subito tradotte in "dispositivi". Un approccio che rischia di minare il rapporto educativo

scuola_ministero_istruzione_miur_lapresse La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

Il focus delle Linee guida per l’orientamento per le scuole secondarie di primo e secondo grado emanate dal ministero dell’Istruzione e del Merito con Dm 328/2022 è racchiuso nella frase: “L’orientamento inizia, sin dalla scuola dell’infanzia e primaria, quale sostegno alla fiducia, all’autostima, all’impegno, alle motivazioni, al riconoscimento dei talenti e delle attitudini, favorendo anche il superamento delle difficoltà presenti nel processo di apprendimento”. Un fraseggio certamente originale e condivisibile che apre prospettive di intervento nelle scuole, secondo Ezio Delfino, presidente di Disal.

Come valuta l’impostazione delle Linee guida?

Esse muovono da un intento certamente alto e condivisibile, anche se poi offrono al tema dell’orientamento, in termini attuativi, una risposta per accumulo, con aggiunta di ore e moduli, pur richiamando a più riprese gli aspetti di personalizzazione dell’insegnamento. Come se bastasse stare vicino ai ragazzi per aiutarli ad orientarsi.

Invece?

Quello che deve essere messo a fuoco, oggi, è quale e dove sia il vero gap scolastico.

Di quale distanza si tratta?

Oggi il contesto giovanile e scolastico è caratterizzato da un forte scollamento tra la vita personale degli studenti e la percezione che essi hanno del proprio livello umano, da un lato, e la proposta “culturale” così come è ancora organizzata e proposta dalle scuole dall’altro. L’assunzione dei compiti scolastici è vissuta dai ragazzi in molti casi come “adempimento”, staccato dalla problematica esistenziale della ricerca del sé e del proprio valore nel mondo. E la richiesta dei compiti scolastici non sempre è in grado di intercettare e di parlare non solo all’umano dei ragazzi, ma, soprattutto, di introdurli ad una sua scoperta e percezione.

Quale conseguenza ha questo disallineamento?

La conseguenza che compiti e saperi tradizionali non vengono sentiti dai ragazzi come significativi per la loro vita, per non dire il fatto che essi oggi vivono anche un sentimento di estraneità e di isolamento della loro stessa sfera intima che rimane loro difficilmente comprensibile se non nella forma di una percezione superficiale e sentimentale espressa nei termini di “mi piace/non mi piace”, “ci sto bene/ci sto male”.

Eppure le Linee guida nascono da una preoccupazione formativa.

Essa rimane come una “premessa” alla quale segue immediatamente, nel testo, una traduzione dell’intento in dispositivi specifici – i moduli annuali di 30 ore, le figure dei tutor e dell’orientatore, l’e-portfolio e l’organizzazione di luoghi in cui i ragazzi possano fare diretta conoscenza dei vari percorsi formativi e professionali – dimenticando di indicare le condizioni affinché la comunità educativa possa sviluppare l’orientamento come finalità educativa stabile e continuativa dell’intero curricolo.

Quale è il giusto approccio per un insegnante o formatore per rinnovare “fiducia, autostima, impegno e motivazioni” nello studente?

Il docente deve sapere che questi aspetti sono elementi esistenziali che nascono nei ragazzi da una capacità di giudicare la propria esperienza, che emergono da contesti di scuola dove la cultura è azione che fa “vivere”, perché percepita pertinente ad una profonda riscoperta di sé. Non sono né efficaci né orientativi apprendimenti assunti in modo passivo, presupponendo che i ragazzi siano in grado di padroneggiare autonomamente i nessi tra i saperi insegnati, e tra questi ed il mondo esterno ed il proprio orizzonte interiore.

Quale è la sfida in gioco a cui ispirare nuovi modelli orientativi?

La responsabilità di adulti nella scuola, oggi, è quella di aiutare i ragazzi a “nascere”, introducendoli, nel quotidiano scolastico, a categorie che sono tipiche dell’essere e non solo del fare. L’insegnamento, dunque, e la scuola come suo contesto, come modus generatore di domande, di ricerca e di paragone con l’esperienza personale, incontrando contenuti e logiche dei saperi disciplinari.

In concreto?

Se a scuola uno studente incontra occasioni e persone che gli provocano un cambiamento di aspettativa e di sguardo, ciò ha la capacità di generare in lui il desiderio di mettersi in gioco, di riaccendersi al gusto dell’apprendere ed ad avviare un autentico “orientamento”, vocazionale e professionale.

Quali sono allora le piste di lavoro da porre in essere oggi nelle scuole per far rinascere l’autostima, recuperare le motivazioni e orientare? 

La scuola è il luogo dell’incontro tra generazioni. I ragazzi saranno pure nativi digitali, però hanno entusiasmo facilità a innamorarsi di temi che scaldano il cuore, mentre gli adulti hanno le competenze culturali. L’educazione autentica si realizza essenzialmente nella comunicazione di ciò che sono, vivono e pensano l’educatore e la comunità educativa.

E poi?

Andare all’essenziale. Significa, per chi ha responsabilità direttive nelle scuole, avviare continue rivisitazioni ed approfondimenti di natura antropologica, coinvolgendo in questo i team di insegnanti.

Si tratta anche di rivedere i curricoli di scuola? 

Oggi urge ideare curricoli che possano generare consapevolezze e protagonismi nei ragazzi, superando l’idea di curricolo come elenco di discipline e di saperi fatti di lunghi elenchi di conoscenze ed abilità, dentro un quadro orario standard.

Quindi?

La scuola oggi deve ispirarsi a canoni nuovi che dirigenti scolastici e insegnanti possono contribuire a creare. “L’atteggiamento sano” ha detto papa Francesco “è quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento, della parresia e della hypomoné”, della franchezza nel dire le cose e della pazienza ferma, della perseveranza.

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