SCUOLA/ L’ora di lezione, trovare l’infinito in ogni pezzo di “materia”

- Raffaela Paggi

Lo scopo di un’ora di lezione è far sì che docenti e studenti sperimentino la fame di infinito: un’esperienza attuabile a partire da ogni dettaglio

Paola Mastrocola
(LaPresse)

Che cosa può accadere in un’ora di lezione? In presenza o a distanza, che cosa può avvenire in un rapporto quale quello tra un docente, uno studente e un contenuto di studio; tra studenti che vengono guidati in un’avventura di conoscenza; tra un docente e la sua classe; tra un docente e un argomento che aveva l’impressione di conoscere approfonditamente, tanto da proporlo ai suoi alunni… Che cosa può accadere, cioè, in un rapporto che, pur non nascendo libero, necessita di tutta la ragione, l’attenzione e la libertà delle persone in gioco per essere fruttuoso?

Questa estate, durante una visita alla casa museo dell’artista Maria Lai (1919-2013) a Ulassai, paese abbarbicato sui monti dell’entroterra sardo nell’Ogliastra, mi è caduto l’occhio sul titolo di una sua mostra: Fame di infinito. Mi ha immediatamente colpito l’accostamento tra la parola fame che indica il bisogno di qualcosa di concreto, di fisico, di sostanzioso, come il cibo, con la parola infinito, che istintivamente associo a qualcosa di non confinabile, spirituale, incorporeo.

Guardando le opere di Maria Lai risulta evidente la profonda unità tra la concretezza del finito e l’anelito all’infinito, all’eterno. Sarà per il materiale che utilizza: stoffe, cuciture fatte a macchina, telai, pane, pietre, elementi del suo paesaggio, della vita delle donne del paese; materiale che lei trasforma nelle sue opere in domanda di cielo, di un oltre che penetra le tele a riprodurre i canyon delle montagne tipici del paesaggio circostante, gli squarci di cielo blu che tra le montagne si fanno prepotentemente spazio, i paesaggi di cieli notturni popolati di astri luminosi cuciti a macchina su grandi tele buie.

Nella mostra è esposta la sua macchina da cucire e di fianco c’è uno scritto della nipote, in cui si legge: “Non si parlava d’arte ma di vita. Mi ha insegnato a non sfuggire dall’inquietudine e dai dubbi, a sostare nel mistero senza averne paura. Per lei era più interessante esercitarsi nel porsi le domande giuste piuttosto che trovare rassicuranti risposte, definite e definitive. Il mio ricordo più prezioso risale a quando ero bambina – ci si incontrava a Cardedu durante le vacanze -, dopo un acquazzone mi aveva portato a fare una passeggiata in campagna in cerca di pozzanghere, il gioco funzionava così: con le mani si muoveva il fango per intorpidire l’acqua, poi si stava ferme, chine ad aspettare che l’acqua tornasse limpida, e poi da quello specchio si guardava il cielo e, a volte, i riflessi color arcobaleno. Ancora adesso che ho cinquant’anni quando vedo una pozzanghera ci guardo dentro per vedere se c’è il cielo. Allora era un gioco divertente, oggi capisco quanto fosse un esercizio importante in cui passavano alcuni contenuti cari alla sua poetica: la concretezza della realtà che dà la materia, il proiettarsi verso l’infinito, il valore dell’attesa”. (Federica Pisu, Cagliari – 21 febbraio 2021)

Quando ho letto di questo gioco, mi sono detta: ma questo è lo scopo dell’ora di lezione! Questo l’augurio che farei a tutti i docenti e a tutti gli studenti in questo nuovo inizio di anno scolastico. Questa la promessa che vorrei avere il coraggio di fare alla mia classe il primo giorno di scuola. Sostare nel mistero senza averne paura, porsi le domande giuste, impattarsi con la concretezza della materia, osservarla, penetrare in essa, manipolarla; e proiettarsi così verso l’infinito. In una attesa operosa, densa di ascolto, di domanda, di curiosità, di tentativi, di errori e di riprese, di scoperte, di acquisizioni.

Durante il primo lockdown è emersa immediatamente la necessità di interrogarsi tra docenti sull’essenziale, sul super-essenziale anzi, dovendo di necessità ridurre e rimodulare i tempi delle lezioni. È da allora che ritorno su cosa si debba ritenere essenziale, ci ragiono in dialogo con colleghi, combattendo con la tentazione di darne un’interpretazione quantitativa. Durante la visita a questa mostra ho compreso che l’essenziale è questa fame di infinito, questa esperienza di senso per cui nel finito si può incontrare l’infinito: è di questo che abbiamo bisogno noi docenti e di cui hanno bisogno i nostri studenti.

Anche perché in questi ultimi anni abbiamo fatto tutti l’esperienza del limite, della fragilità, della malattia e della morte, e la domanda sul senso dell’esistenza, sulla possibilità che la vita non sia inutile, il desiderio che tutto non finisca nel nulla, non può non informare di sé la scuola della ripresa. Un’ora di lezione che non intenda in qualche modo fare i conti con queste istanze non ha ragion d’essere e non è in grado di interessare più nessuno, docente o studente. Domande che devono diventare nostre, di ciascuno di noi, per fare un cammino della conoscenza e della consapevolezza pienamente umano.

Scrive Costantino Esposito (Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca, Carocci 2021, pagina 46): “Ciò che mi sembra diverso, oggi, è che queste domande tornino a essere poste, seppur confusamente, come una competenza personale: non possiamo più accontentarci di assumere il significato di noi stessi, del nostro lavoro, delle nostre aspettative, dei nostri progetti, come dei vestiti o dei codici forniti dalla grande macchina della cultura dominante, che ha sempre la pretesa – non certo disinteressata – di dirci chi siamo e che cosa dobbiamo desiderare o raggiungere nella vita. Ecco, oggi queste domande tornano a essere in prima istanza ‘nostre’: domande in prima persona”.

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