SCUOLA/ Martina e l’attesa di uno sguardo che va oltre i test d’ingresso

- Gianni Mereghetti

Martina ricomincia la scuola senza entusiasmo, come in gabbia, senza avvertire un soffio di umano nei professori. Poi un pomeriggio, inforca la bici e…

Test di ingresso Medicina 2019
LaPresse

Martina ha cominciato la scuola con poco entusiasmo, l’idea di tornare a svegliarsi presto non riusciva ad entrarle in testa. Era bello stare in vacanza, forse ci voleva qualche altro giorno, ma l’impatto prima o poi ci sarebbe stato ed era inevitabile subirlo un po’.

La prima settimana era trascorsa senza grandi sussulti, Martina non trovava dentro il trascorrere dei giorni se non cose da fare, test di ingresso in cui essere all’altezza: tutto era ripreso senza picchi di attrattiva, tutto era una misura su di sé come se ai professori interessasse solo farsi un’immagine quantitativa dei ragazzi e delle ragazze che avevano davanti.

Per Martina questo inizio era stato soffocante, si sentiva chiusa in gabbia e analizzata come un topino da laboratorio. Non era questa la scuola che aveva immaginato di riprendere, la sua attesa era di qualcosa d’altro, di un soffio di umano che le avesse accarezzato i capelli.

Così era stata la prima settimana di scuola, così la seconda e nulla accadeva di nuovo, anzi anche l’attesa si stava pian piano spegnendo.

Un pomeriggio, alla fine della seconda settimana di scuola, Martina aveva inforcato la bici ed era andata al Centro dove era stata aiutata nello studio l’anno prima. Era andata cercando un volontario e lo aveva trovato già all’opera. Martina gli aveva raccontato tutta la sua tristezza, il volontario si era intenerito nel vedere una ragazza così delusa.

“Perché sei triste?” le aveva chiesto dopo il suo racconto.

“Non lo so, tutte le mie amiche si abituano a che sia così, tanto non può essere diversamente, dicono loro”.

“E tu?” aveva incalzato il volontario.

“Io non lo posso accettare, io voglio vivere qualcosa di bello a scuola”.

“Vedrai che accadrà!” gli aveva risposto il volontario con una sicurezza che a Martina sembrava strana, molto strana.

“Non guardarmi con quella faccia come se fossi un marziano”.

“Mi chiedo soltanto come lei può dire così! Non conosce la mia classe, non sa chi sono i miei professori, che cosa è? Un profeta?”. Martina gli aveva voluto dire con sincerità che non vi credeva, il rischio era che l’inizio avesse poi determinato il seguito.

“Ti ringrazio di essere venuta a trovarmi. Pensaci, in quello che hai fatto vi è qualcosa di grande e importante”.

“Penso di avere bisogno di lei in grammatica”.

“E’ per questo che sei venuta?” le aveva detto, sorridendo, il volontario.

“Ha ragione!”: si era creato un silenzio, non vi era bisogno di aggiungere nulla.

Martina aveva ripreso la bicicletta e se ne era tornata a casa con il cuore pieno di una certezza, che qualcosa sarebbe accaduto, lei doveva però essere attenta ad ogni piega del tempo, perché ciò che accade si insinua in modo impercettibile come un pomeriggio in cui, chissà perché, si inforca la propria bici.

Il volontario era rimasto fermo sulla porta e l’aveva guardata andarsene. Aveva provato una grande tenerezza per quella ragazzina timida e triste, qualche lacrima gli era sfuggita, era lo struggimento di un uomo che domandava per Martina che riaccadesse quello sguardo che lei aveva trovato.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA