SCUOLA/ Omar, tutte le crocette del mondo senza il nostro io sono inutili

- Gianni Mereghetti

Omar non credeva ai suoi occhi. Non aveva mai pensato che giudicare fosse mettere in gioco sé stessi, parlare della propria esperienza umana

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Scuola (LaPresse)

Omar aveva chiesto aiuto a un insegnante di italiano che faceva il volontario nel centro che lo aveva aiutato per tutto l’anno. Omar doveva leggere brani di letteratura del seicento e del settecento e rispondere alle domande che vi erano sul libro. Aveva lasciato per ultimo questi lavori di italiano, perché non amava la materia, anche per le difficoltà che aveva a livello di lingua.

Il centro era praticamente deserto, vi erano l’insegnante di italiano ed Omar, due ragazzi stavano uscendo e con loro l’insegnante di matematica.

Omar aveva fatto vedere i lavori che doveva presentare per l’inizio della scuola; l’insegnante di italiano lo aveva squadrato per bene e poi gli aveva chiesto se stesse per caso scherzando.

Omar non aveva capito e continuava a mettere sotto gli occhi dell’insegnante l’elenco dei lavori da fare.

“Tutti questi lavori non riusciamo a farli in due giorni!” era sbottato l’insegnante di italiano. “Non potevi venire prima?”

“No, avevo da fare per matematica dove mi hanno dato il debito” aveva risposto Omar con un sorriso ingenuo, come a far capire che le cose stanno così e non si possono cambiare.

“Vediamo di salvare il salvabile” aveva allora detto l’insegnante guardando più attentamente l’elenco di letture da fare e gli esercizi corrispondenti.

“Hai anche da fare dei temi” aveva osservato l’insegnante. Curioso, perché nessuno più li dava nella scuola di oggi.

“No, questi non li facciamo” aveva ribattuto Omar con grande decisione e facendo capire che su questo non vi era nulla da discutere.

“Perché mai?”

“Perché non sono importanti” aveva tagliato corto Omar.

“Come non sono importanti? Forse sono i più importanti!”

“Io non sono capace di farli e non ho intenzione di imparare perché non servono a nulla.”

Omar guardava esterrefatto l’insegnante come se stesse affermando delle assurdità, per lui l’importante era conoscere le opere di Parini, la commedia di Goldoni e le tragedie di Alfieri. L’insegnante gli doveva dare le informazioni necessarie per fare i test cui l’insegnante li avrebbe sottoposti all’inizio del nuovo anno per vedere il livello delle loro conoscenze. Questo doveva sapere, intessere ragionamenti, svolgere delle critiche per lui era del tutto secondario e se vi era qualcosa da tagliare erano proprio le riflessioni personali.

L’insegnante non aveva insistito, si era tenuto dentro la domanda, pronto a riproporla, ma aveva cominciato da quello che Omar voleva. E il primo argomento era la definizione di Illuminismo, che l’insegnante aveva spiegato servendosi dei brani indicati sul testo, soprattutto quello famoso di Kant.

Poi avevano fatto insieme gli esercizi a crocette, finché si erano imbattuti in un esercizio dal titolo “Prova a riflettere”. Era una domanda sull’illuminismo, sull’uso della ragione, e chiedeva di fare un esempio su che cosa significasse per lui usare la ragione.

Buio pesto. “Me lo faccia lei, io non so che cosa scrivere!”

“Come non sai che cosa scrivere? Guarda alle tue giornate! Cerca degli esempi, prova a vedere quando reagisci istintivamente e quando invece ragioni su quello che ti capita.”

“No, no, non l’ho mai fatto e non voglio farlo! Me lo scriva lei!”

L’insegnante non gli aveva scritto il pezzo, ma a Omar questo non importava, avrebbe consegnato il compito incompleto.

Il giorno dopo Omar doveva fare un lavoro su un testo di analisi storico–statistica dell’immigrazione, allora aveva aperto il libro, aveva letto assieme all’insegnante il testo e poi si erano messi a fare insieme gli esercizi che vi erano sul libro. Omar era perfetto, ad ogni domanda riusciva a far seguire la risposta dovuta, poi era arrivato all’ultima domanda, quella di riflessione.

“Questa saltiamola!” aveva detto ribadendo il suo rifiuto.

“No!” aveva ribattuto l’insegnante.

“Come devo dirglielo? Non sono capace, l’immigrazione c’è, lo abbiamo scritto, come faccio io a dare un giudizio? Non sono in grado!” Omar di nuovo era stato recalcitrante e si era chiuso nella sua rocca difensiva, rifiutando la sfida a giudicare perché riteneva impossibile farlo.

“Tranquillo! Non farti delle domande astratte, racconta la tua storia. Quando sei arrivato in classe cosa hai trovato? Come ti hanno accolto? E oggi come ti trovi a scuola?” Con pazienza questa volta l’insegnante aveva tentato di condurre il ragazzo a guardare quello che vive.

“Ho sempre trovato persone che mi hanno accolto – aveva risposto con la meraviglia negli occhi Omar –, un’insegnante dal primo momento si è preoccupata che io stessi bene in classe e ho sempre trovato nei compagni tanta disponibilità.”

“Scrivi questo.”

“Ma il libro chiede il mio giudizio sull’immigrazione e sull’integrazione!” aveva obiettato Omar.

“È quello che hai vissuto e che vivi il tuo giudizio sull’immigrazione!”

Omar non credeva ai suoi occhi, non aveva mai pensato che giudicare fosse mettere in gioco sé stessi, parlare della propria esperienza umana.  Era convinto di dover elaborare teorie, invece la cosa era più semplice, era nella propria esperienza umana il giudizio su quello che capita al mondo.

Per Omar si era aperto uno spiraglio.

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