SCUOLA/ Maturità, e se l’anello debole fossero i docenti?

Il nuovo esame di Stato ha messo in crisi un vecchio modello fondato sulle discipline. L’impreparazione è stata soprattutto dei docenti

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Scuola (LaPresse)

Quest’anno il nuovo esame di Stato della scuola secondaria di secondo grado è stato al centro di grande attenzione mediatica nazional-popolare. L’attuazione del Dlgs 62/2017 (discendente da una delle otto deleghe della legge 107/2015 o legge della Buona Scuola) ha avuto, infatti, concreta attuazione “a puntate”, attraverso una serie di altre norme che hanno reso il corso dell’anno scolastico una “corsa” al cambiamento. Un gioco le cui regole venivano date… a gioco iniziato e gli approfondimenti durante le partite.

La Nota Miur 3050 del 4 ottobre 2018 è stata seguita dal DM 769/2018, dalla Nota Miur 19890/2018, dal Decreto Miur n. 37/2019, dall’O.M. 205 del marzo 2019 e dalla Nota Miur 788/2019. L’aspetto che ha suscitato più interrogativi ed ansie è stato il nuovo colloquio orale che parte con un incipit a sorteggio tra tre “buste”. Secondo quanto stabilito al comma 1 dell’art. 19 dell’O.M. 205, la prova orale ha inizio dai materiali preparati dalla commissione che dovrà tenere in considerazione “del percorso didattico effettivamente svolto, in coerenza con il documento di ciascun consiglio di classe, al fine di considerare le metodologie adottate, i progetti e le esperienze svolte, sempre nel rispetto delle Indicazioni nazionali e delle Linee guida” (comma 3).

Successivamente il Miur con la nota ministeriale del 6 maggio 2019 ha indicato le modalità di svolgimento della prova orale: la commissione prepara i materiali “che possano favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline. In coerenza con il quadro normativo, i materiali possono essere di diverso tipo”. E specifica che nel corso del colloquio la commissione dovrà privilegiare la trasversalità e un approccio integrato e pluridisciplinare: “il materiale non potrà essere costituito da domande o serie di domande, ma dovrà consentire al candidato, sulla base delle conoscenze e abilità acquisite nel percorso di studi, di condurre il colloquio in modo personale, attraverso l’analisi e il commento del materiale stesso. È chiaro, altresì, che non tutte le aree disciplinari potranno trovare una stretta attinenza al materiale proposto, per cui i commissari di tutte le discipline si inseriranno progressivamente nello svolgimento del colloquio al fine di verificare le competenze acquisite in tutti gli ambiti disciplinari”.

Un lavoro impegnativo per i docenti che sin dall’inizio dell’anno si sono cimentati nel rispondere alle richieste della normativa; un impegno considerevole per gli studenti che erano stati preparati negli anni passati ad una modalità diversa; e una responsabilità non indifferente per le commissioni, che sulla base delle indicazioni del documento del 15 maggio hanno dovuto predisporre i materiali per dare inizio ai colloqui.

Ma al di là di tutte le polemiche più o meno sarcastiche che ci hanno accompagnato durante questi mesi, non è forse più utile guardare l’esperienza? Sì, certamente. Anzi, sarebbe un’occasione sprecata lasciare che la postura infruttuosa del lamento porti ciecamente, come si dice, a “buttare il bambino con l’acqua sporca”.

La scelta del materiale destinato alle buste ha costretto le commissioni a confrontarsi seriamente sul colloquio, su ciò che ci si aspettasse dal candidato o che gli fosse richiesto e, soprattutto, su cosa si intendesse con “collegamento” o approccio integrato e pluridisciplinare. È stato ex abrupto messo in crisi un modello che aveva ridotto il colloquio orale al turno delle interrogazioni su argomenti già “ripetuti” durante l’anno. A detta di molti docenti, questo “straniamento” dalla routine didattica è stato occasione di confronto interessante e sfidante per diversi motivi. Primo fra tutti, l’urgenza di considerare lo scarto tra le indicazioni della norma e la prassi didattica, che ne diverge significativamente.

Si mette finalmente in discussione un sistema consolidato da anni, spingendo i docenti a ripensare i percorsi didattici in termini di progettazione integrata in cui le interconnessioni devono poter rispondere al bisogno di realtà degli studenti piuttosto che alle ataviche sequenze lineari e cronologiche dei libri di testo.

Ma i tempi necessari per accogliere il nuovo e renderlo operativo forse sono stati troppo brevi. Da più parti si auspicava un cambiamento a partire dall’inizio del triennio per cominciare gradualmente a ripensare il traguardo finale dell’esame di Stato.

Ecco perché, se volessimo dirla in altri termini, l’impreparazione è stata innanzitutto dei docenti. Per il dover porre al centro lo studente nella sua reale, autonoma e personale (matura?) padronanza e competenza nel rielaborare, hic et nunc, i contenuti studiati a partire da un documento da cui tracciare un percorso giustificato da nessi significativi tra le discipline. In netta discontinuità con la “tesina” preparata prima e poi ripetuta all’esame e seguita dalle solite interrogazioni. Non a caso la diatriba che ha attraversato alcuni scambi tra i docenti è stata: ma dopo possiamo interrogare o no? Possiamo chiedere qualcosa di letteratura, matematica…? Che facciamo davanti alle incertezze, all’imbarazzo del candidato? Proviamo ad orientarlo perché il documento diventi rete di conoscenze? Si sperimenta sul campo e si trovano soluzioni al momento.

La sfida per tutti, docenti e discenti, è guardare oltre gli steccati disciplinari. E se quest’anno i docenti sono stati investiti da dubbi, incertezze, l’esperienza dell’esame di Stato rinnovato potrebbe essere un’occasione per rivedere le progettazioni e le metodologie didattiche ad esse sottese. Forse le novità dell’esame di Stato sono il resoconto di quelle unità di apprendimento interdisciplinari da tempo indicate ma che stentano a diventare prassi didattica? Può darsi.

È certo che la nostra società ci chiede di codificare e decodificare un sapere di tipo reticolare che possa dare significatività alle singole informazioni. Un sapere mobile che potrebbe risultare sterile dentro i confini disciplinari ma che rivisto all’interno di un contesto dinamico potrebbe stimolare gli studenti a sviluppare altra conoscenza in modo critico, cioè personale.

E poi, altro momento rivelatorio di una posizione culturale della nostra didattica: la valutazione. Difficile e men che mai scontato, evitare il rischio di valutare il nuovo con strumenti vecchi. Con gli occhiali del “programma svolto e ripetuto”. I dipartimenti disciplinari, i docenti, le commissioni si sono dovuti confrontare con un’altra novità: le griglie di valutazione fornite dal Miur per le quali il ministero ha solo fornito gli indicatori generali, lasciando agli addetti ai lavori il compito d’inserire i descrittori. Ma siamo sicuri che i modelli integrati da ogni scuola garantiscano omogeneità, considerato che anche in questa sperimentazione i tempi per rilevare le criticità non ci sono stati? Il tiro si aggiusterà strada facendo; allora, in attesa del prossimo esame, ci auguriamo che l’esperienza sul campo di quest’anno sia utile per generare miglioramento e fiducia nel cambiamento.

(Maria Di Simone Perricone, Cinzia Billa)

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