SCUOLA/ Mediocrità, didattica, prof: secondaria di I grado, l’abc della crisi

- Riccardo Prando

La Fondazione Agnelli ha realizzato un nuovo rapporto sullo stato della scuola media. Senza identità, realizza una preparazione uniforme e mediocre

scuola quarantena classi
(LaPresse)

I suoi docenti lo ripetono da anni, inascoltati a tutti i livelli, ad iniziare da quello ministeriale. Ad un decennio esatto dal primo rapporto che già lanciava seri segnali di allarme, anch’essi caduti nel vuoto, la Fondazione Agnelli ora lo certifica: la scuola di base di secondo grado, meglio nota come scuola media inferiore, è il ventre molle del sistema italiano dell’istruzione.

La percentuale di quasi il 100% di alunni promossi, raggiunta ormai da troppo tempo, non deve infatti trarre in inganno. In uno dei passaggi più “pesanti” della ricerca si legge: “Il fatto che oggi praticamente tutti gli studenti riescano a conseguire la licenza media non deve illudere, spingendoci a credere che sia indizio insieme di equità ed efficacia; è semmai una sorta di ‘condono’ alle carenze individuali per consentire il raggiungimento del titolo. Ciò significa che la scuola media non sempre sa raccogliere la sfida educativa che richiederebbe il recupero dei divari degli studenti in condizioni sociali svantaggiate: in questo senso, l’equità sembra essere equità al ribasso”.

Il diploma di terza media, insomma, è un pezzo di carta straccia, un regalo senza più alcun valore anche perché mette sullo stesso piano l’allievo serio e preparato con quello demotivato e privo delle conoscenze di base. “Gli anni di istruzione o il conseguimento di un titolo di studio non dicono molto sulla effettiva qualità di ciò che un giovane davvero sa e, quindi, in quale misura da adulto sarà in grado di fruire pienamente dei suoi diritti, assolvere ai suoi doveri civici, realizzare le proprie ambizioni, contribuire allo sviluppo economico, culturale e civile del Paese. E, infatti, se la scuola media italiana è riuscita in questi decenni ad aumentare gli anni di studio degli italiani, gli apprendimenti non hanno tuttavia tenuto il passo né l’opportunità di accesso ha portato di per sé eguali opportunità di successo. Quando poi si è consolidato l’obbligo a 16 anni, una missione importante è venuta meno, alimentando una crisi d’identità della scuola media”.

Fondazione Agnelli, che come sempre rappresenta uno dei vertici della ricerca scientifica in campo scolastico, pur puntando l’attenzione in maniera particolare (ed è forse il suo unico limite) solo sugli apprendimenti in matematica ed escludendo gli altri, va persino oltre quanto gli stessi insegnanti denunciano da almeno trent’anni. Va al cuore del problema: il triennio che sta tra primaria e secondaria di secondo grado non sa più chi è, vive una “crisi d’identità”. Lo affermano gli studenti: già a 11 anni in prima media il gradimento per la scuola pone l’Italia al quint’ultimo posto a livello internazionale, con soltanto il 23% delle femmine e il 15% dei maschi pronti a dichiarare che “andare a scuola piace molto” (interessante notare che fra i motivi del giudizio negativo viene indicato l’aumento di severità – usiamo il genere femminile data la sua preponderanza – delle professoresse rispetto alle maestre…); a 13 anni, quindi in uscita, il dato precipita in misura maggiore per le femmine, 8%, mentre i maschi scendono al 10%. “Il trend temporale è in progressiva e sensibile discesa nelle ultime tre rilevazioni, ovvero dal 2010 e riguarda trasversalmente tutti gli studenti, indipendentemente dall’origine sociale (livello di reddito e occupazione dei genitori)”.

Giudizi negativi che coinvolgono anche gli insegnanti. Nonostante gli studenti fra 11 e 13 anni siano diminuiti del 3% raggiungendo quasi quota 2 milioni, i docenti sono aumentati di numero (oggi circa 200mila), ci sono più precari, ma l’età media è ferma ai 52 anni di un decennio fa, la più alta del continente (uno solo ogni cento ha meno di 30 anni). “L’insegnamento sembra essere in molti casi una scelta di ripiego; mentre coloro che hanno risultati accademici migliori e ambizioni di progressione di carriera, potendo aspirare a posizioni occupazionali più appetibili, non includono l’insegnamento nel novero delle possibili occupazioni” e ciò viene messo in relazione con “la catastrofica retrocessione del prestigio dell’insegnamento e il disconoscimento del loro contributo alla crescita della collettività”.

Da qui senso di inadeguatezza, crescita delle malattie professionali specifiche, elevata domanda di trasferimento in altre sedi e in altri gradi di ordinamento scolastico se non addirittura abbandono della professione. La ricerca presenta una gran varietà di dati e grafici che qui, ovviamente, tralasciamo anche perché reperibili con facilità. Ci limitiamo a registrare ancora una volta il quadro a dir poco deprimente nel quale, al di là di singole oasi di “piacere educativo” che pure esistono e che nella maggior parte dei casi abbinano motivazione docente, motivazione discente ed ambiente socio-economico-culturale, si trova la nostra scuola media.

Compressa fra cinque anni di elementari e cinque di superiori che appaiono meglio strutturate, alle prese con l’età più complessa nella crescita psicologica dei ragazzi (ma allora, perché non allungarla di un anno e restringere il grado successivo?), per uscire dall’impasse essa abbisogna (stando a Fondazione Agnelli) di una migliore e più specifica preparazione universitaria, di maggiore capacità di adattamento alle situazioni, di continui aggiornamenti, di “sistemi di abilitazione che verifichino le competenze” e che comportino “un processo di valutazione severo e selettivo”.

Ci fermiamo su quest’ultimo punto e ci chiediamo: perché tale processo dovrebbe valere solo per gli insegnanti e non per gli studenti? Perché regalare diplomi, anche alle superiori, vuoti di significato? Perché, insomma, illudere che “tutto va bene”? Domanda temiamo troppo impegnativa per la “scuola liquida” (ci si passi l’abuso della definizione) di oggi, nella quale l’assunto costituzionale per cui “la scuola è obbligatoria” (articolo 30) quanto alla frequenza viene confuso con un inesistente obbligo ad esserne promossi.

Consiglio il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, che pure rappresenta un salto di qualità nelle competenze rispetto ai suoi più immediati predecessori (ma che come loro è impegnato in ogni occasione ad assicurare che le cose procedono nel verso giusto), di studiare la ricerca della Fondazione Agnelli e invitare i dirigenti scolastici a fare altrettanto, anziché impegnare i loro docenti in un inizio di anno scolastico infarcito di burocrazia sino all’inverosimile, altro male che mina la serietà dell’istituzione in cui lavorano.

L’anno prossimo cadrà il 60esimo anniversario dall’introduzione della scuola media inferiore che avrebbe dovuto elevare davvero il grado di istruzione nel nostro Paese: onoriamolo con un deciso cambio di tendenza.

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